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Il 2019 è stato dichiarato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali anno dello slow tourism, un’esperienza di viaggio al contempo classica e innovativaattraverso i percorsi storici, i cammini, le ciclovie, gli itinerari panoramici e quelli culturali: si tratta di tornare a promuovere concretamente i territori, le loro peculiarità storiche, le loro attrattive naturali più autentiche. Un modo di viaggiare che richiede un tipo diverso di mobilità, che presti particolare attenzione alla sostenibilità.

Il Gruppo FNM e Montagna.tv insieme promuoveranno il turismo lento legato alla montagna raccontando e passeggiando tra le località montane più suggestive.
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Foto Archivio Franco Brevini

Franco Brevini: “Ognuno ha il suo slow”

Bergamo è una meta imperdibile per chi desidera immergersi nella cultura, ma anche nella natura che circonda la città.

Franco Brevini, bergamasco classe 1951, è la nostra seconda voce dedicata al mondo dello “slow mountain” di questa filosofia votata a ritrovare la lentezza nella frequentazione e nella scoperta delle terre alte. Definire Brevini è complesso, a livello istituzionale è un docente universitario, uno storico della letteratura, un critico letterario, un saggista e un giornalista. Oltre a tutto questo è anche un grande appassionato di montagna e viaggi verso mete insolite e remote. Questo suo interesse per le terre alte l’ha portato dalle Ande all’Himalaya, dall’Africa al Polo Nord in un susseguirsi di avventure oggi raccontate in una serie di volumi autobiografici in cui trova posto anche “Alfabeto verticale. La montagna e l’alpinismo in dieci parole” (edizioni Il Mulino). Un testo che mira ad ammodernare la letteratura di montagna grazie a nuovi meccanismi narrativi a metà tra il saggio e il racconto personale. Cosa verrà in mentre a un personaggio così eclettico culturalmente quando sente parlare di “slow mountain”?

 

Franco, cosa rappresenta per lei la montagna?

Direi uno spazio di avventura, di contatto con il mondo naturale. Per me poi, che ho sempre vissuto la montagna da cittadino, si tratta di una montagna viva nella sua contrapposizione all’altro polo che è quello della città. È proprio grazie a questa antitesi tra città e montagna che le terre alte acquisiscono un significato particolare, almeno nella modernità. Basti pensare che la settecentesca scoperta della montagna è avvenuta sullo sfondo della civiltà industriale, dunque del regno della città per definizione. Credo sia impossibile concepire la montagna se non come un contraltare alla città e credo che il suo senso storica stia proprio in questa contrapposizione al regno cittadino.

“Slow mountain” non è solo andare piano, è anche una maggiore consapevolezza ecologica, sostenibilità… Che significato da all’espressione “slow mountain”?

Ognuno ha il suo slow, nel senso che ognuno ha la sua velocità. Non è che si debba andare piano perché è di moda, perché è meglio. Ognuno deve tenere la velocità che gli aggrada proprio perché la montagna rappresenta uno spazio di libertà.

La velocità è uno dei grandi temi all’intendo del quale avviene la scoperta delle terre alte. Un tema che nella modernità ha trovato grande attenzione. Basti pensare alle grandi velocità che l’uomo ha saputo raggiungere in appena un secolo, lì c’è stato il vero cambio di mentalità.

Dire “andare piano” è qualcosa di estremamente relativo alle esigenze di ognuno. Ciascuno di noi deve sentirsi libero di fissare i propri tempi, soprattutto in montagna dove non esiste un tempo prefissato entro il quale una certa operazione deve essere completata come invece accade nell’attuale società capitalistica. La libertà di decidere i propri tempi è essa stessa il piacere della montagna, per questo mi sembrano un po’ nevrotiche certe impostazione votate allo speed. Concezioni che, alla fine, rappresentano anche dei cedimenti ai miti correnti sulla velocità, sull’efficienza, sulla prestazione. Modi di frequentare la montagna che, ai miei occhi, appaiono come meno suggestivi, tolto il fatto che ognuno ha il diritto di andare alla velocità che più lo aggrada.

 Sulle montagne c’è anche dinamismo, sviluppo, velocità, come ad esempio nello sport. Come pensa si relazioni questo con “slow mountain”?

Nel corso della mia vita ho avuto occasione di scoprire la Groenlandia, un terreno dove devo dire di aver trovato un altro approccio al mondo della velocità. Quello che ho sperimentato è stato un modo di andare in montagna totalmente consegnato alle ergonomie del nostro corpo e ai metronomi naturali, alla curvatura biologica ma non solo. Quando dico metronomi naturali penso anche ai tempi della nostra mentre perché noi abbiamo bisogno, ogni tanto, di rallentare per dar tempo al cervello di elaborare quanto vissuto. Dobbiamo dare tempo alle nostre anime di raggiungerci.

Ci racconta un momento “slow mountain”, nella sua esperienza di frequentatore delle montagne?

Di fatto i miei limiti fisici mi costringono ad andare sempre piano (ride). Per questo anche quando ho fatto delle cose un po’ più importanti dal punto di vista alpinistico sono sempre andato lentamente, però ci sono arrivato. Non ho mai corso e devo dire che il luogo dove più ho apprezzato questo muovermi in lentezza è stata la già citata Groenlandia. Nel tempo trascorso in questo Paese ho avuto modo di attraversare una parte dell’altipiano glaciale. Sono arrivato fin o al plateau centrale, un luogo assolutamente metafisico dove l’orizzonte non era altro che una bianca curva che si svolgeva a 360 gradi intorno a me. Lì ho capito che la velocitò non aveva alcun senso perché i parametri stessi di vicinanza e lontananza erano completamente alterati: un posto che sembrava vicinissimo in realtà magari richiedeva due giorni di cammino.

Marciando ho assorbito e fatto mio quel che mi aveva detto l’amico Robert Peroni prima di partire: “la meta è dentro di te”. Proprio per questo ogni tanto dobbiamo rallentare per guardarci dentro e capire se non stiamo inseguendo delle chimere, ma stiamo puntando al nostro centro.

 

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