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Piccolo racconto di un viaggio in Patagonia – di Ed Albrighi

Testo e foto di Ed Albrighi

 

…le concomitanti meraviglie di un migliaio di parvenze e suoni patagonici, s’aggiungevano a spingermi al mio desiderio
H. Melville, Moby Dick

È un mese che non scalo per via di vari infortuni. Arrivati a El Chaltén io e Jacopo Zezza ci abbandoniamo ad un “go with the flow” condito da cibo spazzatura e birra. È la prima spedizione estera per entrambi: non abbiamo grandi pretese e meteo e condizioni di certo non incoraggiano.

Fortunatamente in paese c’è una task force notevole di alpinisti italiani e con nuovi e vecchi amici la motivazione comincia a crescere: si parte per la prima scalata, la classica Whillans-Cochrane alla Aguja Poincenot! Un primo assaggio di vento patagonico ci sbatte più volte a terra e sulle rocce, ma a parte una corda incastrata fila tutto liscio.

La prossima finestra è letteralmente di un giorno, le pareti sono veramente sporche di neve e ghiaccio: decidiamo per la via Italiana alla Aguja Saint-Exupery che ci pare si presti un poco al misto, ma l’assenza di una vera relazione farà si che ci troveremo ingaggiati in una salita molto più dura del previsto! Finiremo per fare una classica 24h, e Aaron Durogati riuscirà a fare la prima discesa in parapendio da poco sotto la vetta. Lo guardiamo invidiosi mentre in pochi minuti raggiunge il nostro piccolo bivacco.

Ora è il momento di tentare qualcosa di più grosso: optiamo per la Franco-Argentina al Fitz Roy. Le condizioni sono un grosso punto di domanda: le vie di misto sono troppo secche, le vie di roccia troppo sporche di neve e ghiaccio e ognuno ha pareri diversi!

Decideremo di tentare comunque, arrivando in vetta alla luce delle frontali e senza materiale da bivacco. Sugli ultimi tiri ci siamo imbattuti in goulotte tecniche di grado 5, e abbiamo 4 piccozze in 3. Jacopo rompe addirittura un rampone, che Daniel Ladurner ripara abilmente con un kevlar. Il vento non molla mai e ci sorbiamo un gelido bivacco “riparati” da un ridicolo muretto di pietre.

La mattina successiva si svela il sogno intorno a noi: la catena del Torre, lo Hielo Continental, il Lago Argentino, il Cile…

Lungo le calate ci imbatteremo per la seconda volta nei due brasiliani che tentano la via già da un pò. Sono circa le 12 e hanno appena attaccato il terzo tiro. Il meteo è chiaro, dal giorno successivo di nuovo bufera, ma sembrano intenti a proseguire. Noi continueremo a scendere e arrivati sul ghiacciaio notiamo che il maltempo comincia ad entrare notevolmente in anticipo. “Scenderanno”, abbiamo pensato. Arrivati al campo base del Paso Superior passeremo una notte in tenda sferzati dal vento. La tenda di Claudio e Giampaolo (Claudio Migliorini, Giampaolo Calzà ndr) verrà distrutta. Come dice Twight: “divertirsi non deve essere per forza divertente”.

Scesi a valle scopriamo che anche due alpinisti cechi erano sulla via, ma solo uno è sceso vivo. Il compagno è rimasto congelato ad una sosta. Si mette in moto la macchina dei soccorsi, come già avrete letto, ma senza successo.

Intanto il maltempo continua e noi riusciamo in una veloce salita sulla goulotte Amy alla Aguja Guillaumet, arrivando in vetta accompagnati da vento e spindrift fortissimi, tanto per cambiare. I chilometri si accumulano nelle gambe, come la dieta malsana nelle nostre pance. I miei capogiri da infiammazione cervicale vanno e vengono, ma siamo ancora magneticamente attratti da una montagna: il Cerro Torre.

Decidiamo il tutto per tutto quando la prima vera “ventana” (finestra di bel tempo) si preannuncia, e un giorno prima del volo di rientro riusciamo a spostare il tutto di una settimana.

Un avvicinamento estenuante sullo Hielo Sur, dove sfondiamo nella neve fino alle ginocchia, ci farà arrivare al mitico Circo de Los Altares di notte dopo due giorni di camminata. Siamo preoccupati per il caldo improvviso che si è abbattuto sulla zona, essendo la nostra meta una via di ghiaccio e neve!

Partendo alle 2 del mattino dal colle della Speranza, arriveremo in vetta nel pomeriggio. La via è quasi interamente di ghiaccio duro e spaccoso, che offre protezioni sicure ma risulta molto faticoso da scalare. Invece gli ultimi due tiri ci si presentano su neve molle e non proteggibile, ma comunque verticali con addirittura un passaggio strapiombante. Le alette prototipo della Grivel sono belle larghe e ci offrono il necessario margine.

In vetta l’emozione è tanta, pensiamo a tutte le vicende e ai grandi alpinisti che hanno messo piede li sopra. La giornata è limpida, ma troppo calda. Ritorniamo a noi e una pericolosa discesa che, tra scariche di neve, ghiaccio e roccia, richiede velocità. Un bivacco, ovviamente senza sacco a pelo, al sicuro Elmo ci farà aspettare il rigelo, che sarà però minimo. Una cordata di americani dietro di noi subirà un grave incidente quando sotto al Colle della Speranza una scarica di pietre investe una ragazza spezzandole una gamba. Molto ma molto fortunatamente, dopo essere stata aiutata a scendere, un elicottero riesce a volare.

Per noi il viaggio è stato assolutamente interiore oltre che fisico. Ci è apparso chiaro come non mai che la testa è il principale motore dell’alpinismo, oltre alla compagnia.

Ringraziamo i nostri amici con cui abbiamo condiviso questo viaggio e che ci hanno motivati e ispirati: Daniel Ladurner, Aaron Durogati, Mirco Grasso, Claudio Migliorini, Giampaolo Calzà, Tommy Lamantia, Diego Toigo, Matteo Della Bordella, Matteo Pasquetto, Dimitri Anghileri, Ricky Felderer, Andrea Tocchini, Leo Gheza… e tanti altri!!

 

Ed Albrighi e Jacopo Zezza, Vertical-Project Guide Alpine

 

Ed ringrazia Grivel e Sherpa Mountain Shop
Jacopo ringrazia Sherpa Mountain Shop

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