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Patagonia in bici: la Carretera Austral

Carretera Austral, Patagonia, bici, Mirco Robaldo, cicloviaggiatoriIl Cerro Castillo. Foto Mirco Robaldo

“Partito da Puerto Montt, Cile, ho pedalato fino a Villa O’Higgins. Da qui ho proseguito un po’ pedalando e un po’ spingendo la bici fino a superare il confine con l’Argentina. Ho raggiunto El Chalten da cui ho provato ad arrivare a El Calafate, ma dopo circa novanta chilometri con il vento a favore a una curva dove la strada ha cambiato radicalmente direzione mi sono ritrovato il vento contro non c’è stato più verso di proseguire. Non riuscivo quasi neanche a spingere la bici a piedi tanto era forte. Inizia così il racconto del nostro Mirco Robaldo che ha trascorso le settimane a cavallo tra dicembre e gennaio sulle due ruote pedalando lungo la famosa Carretera Austral. La strada, lunga 1247 chilometri che unisce luoghi del Sud del Cile altrimenti non raggiungibili via terra, la cui costruzione è iniziata nel 1976 ed è terminata nel 1996. Venti anni per completare una via che con il tempo ha saputo costruirsi la sua “strada” divenendo quasi leggenda per viaggiatori inusuali e per cantautori come i Modena City Ramblers.

 

Alla fine come sei arrivato a El Calafate?

Con l’autobus. Erano le nove di sera quando ho incrociato la Ruta 40 che corre parallela alla Carretera Austral, ma in terra Argentina. Mi ha caricato, penso, per senso di pietà dell’autista. Faceva un freddo cane, ero solo in mezzo al nulla ma almeno al riparo dal vento dietro un cartello stradale. Le ore andavano e continuava a non passare nessuno. A bordo era tutto pieno, l’autista mi ha fatto accomodare alla bell’è meglio sui gradini davanti. Lì, con un po’ di amaro in bocca per aver “sporcato” quegli ultimi 130 chilometri del mio itinerario, ho realizzato che il viaggio on the road durato fino a lì 21 giorni era terminato.

Come mai hai scelto di cimentarti lungo la Carretera Austral in bicicletta e in solitaria?

Me ne aveva parlato la scorsa primavera un amico giornalista trentino, Alessandro De Bertolini, che avevo conosciuto anni fa durante un servizio fotografico di uno speciale di Meridiani Montagne dedicato al mondo bike. In quell’occasione, finito lo shooting, una sera l’avevo seguito in un piacevole giro in bici fino al passo Lavazè.

Siamo rientrati a Cavalese congelati dal freddo, ma quel giro ha segnato il mio ritorno in bici dopo circa quindi anni di astinenza a causa del mal di schiena. Lo scorso inverno poi, l’azienda Montura mi ha fatto recapitare, quasi per caso, un suo libro dove Alessandro racconta un lungo viaggio in bici dalla California all’Alaska. Ho colto questa occasione per complimentarmi con lui e per chiedergli qualche consiglio sulla Manali-Leh dove sono stato la scorsa estate. Tra i vari discorsi affrontati è uscita fuori la Carratera Austral, da lui percorso parecchi anni fa. Già solo il nome è stato sufficiente a entusiasmarmi, così in autunno ho scelto di approfondire la cosa. Capito il fascino del percorso, i luoghi remoti attraversati, quasi dimenticati, lontani dalla civiltà e in mezzo alle montagna mi sono detto che poteva essere il posto per me.

Per la scelta della solitaria mi sto chiedendo da tempo se sono io che non sopporto più nessuno o se nessuno sopporta più me (ride).

Come sono stati questi 1240 chilometri di strada?

È un itinerario avventuroso. Partendo da Nord fino a metà si tratta di un percorso abbastanza tranquillo anche se è un continuo “mangia e bevi” con pendenze a volte anche molto importanti. Buona parte è asfaltata tranne che in certi punti dove si pedala sul “ripio”, il famoso e temuto sterrato del Sud America composto da ghiaia più o meno compatta, a seconda dei tratti. Il peggio sono i pezzi dove si formano delle particolari cunette in terra, classiche delle strade sterrate piuttosto compatte percorse da auto, pullman e camion a grande velocità. Se su un’auto risultano fastidiose, iniziano a farsi sentire se le affronti con una mountain bike ammortizzata. Se poi fai come me e ci vai con una bici gravel senza ammortizzamento allora il ripio diventa un inferno e, con l’andare del tempo e dei chilometri, le articolazioni della parte superiore del corpo si smontano letteralmente. Il mio osteopata può testimoniare (ride).

Escluse però quelle poche parti non asfaltate la prima parte è abbastanza tranquilla, con molto poco traffico, abbastanza scorrevole interrotta ogni tanto da qualche paese e dall’attraversamento in traghetto di un paio di laghi e fiordi.

La seconda parte invece?

A metà strada scompare del tutto l’asfalto, da qui in poi solo ripio per oltre 700 chilometri. Il paesaggio cambia: la foresta in molti punti si dirada, si iniziano a vedere i primi ghiacciai a bassa quota, villaggi e paesi diminuiscono fino a quando negli ultimi 200 chilometri si incontrano solo più isolate fattorie.

È stato esaltante affrontare questa parte dell’itinerario, percorrere chilometri e chilometri senza mai incontrare agglomerati urbani, immerso nella natura. A complicare le cose si è però messa la pioggia che mi ha accompagnato per alcuni giorni a cui si è aggiunto il freddo. Anche questo fa però parte dei giochi.

Hai fatto qualche incontro particolare durante il viaggio?

Molti. È il primo viaggio in cui incontro così tanti ciclisti, persone che mi han trasmesso e insegnato molto: mi sono fatto una cultura sul cicloturismo.

Tra gli incontri più sorprendenti una coppia di svizzeri di 50 anni in giro per il mondo con la bici da quattro anni e mezzo; un australiano con cui ho condiviso alcuni giorni sui pedali intorno a Natale: un ragazzone grande e grosso che se ne andava in giro con una bicicletta pesantissima e un gran bagaglio. Di giorno pescava nei torrenti e la sera cucinava il bottino. Poi cicloturisti di tutti i tipi, gente che andava forte e gente che se la godeva spingendo meno, viaggiatori che avevano tempo e altri che ne avevano di meno (come il sottoscritto).

Con i chilometri sono entrato a far parte di questa grande famiglia che è quella dei cicloturisti veri. Persone con cui si fraternizza subito ma che si conoscono piano piano, un chilometro alla volta. Gente con cui condivi la fatica e i pensieri, quasi dimenticando dei chilometri ancora da percorrere. Poi li perdi e a volte li ritrovi nei posti e nei momenti più impensabili. Alcuni non li rivedrai mai più.

Prima hai detto che ti sei “fatto una cultura sul cicloturismo”, cosa significa?

Questo era il mio terzo viaggio in bici, ma non credo di potermi ancora definire un vero cicloturista.

Le persone incontrate avevano una grande conoscenza di tutti i vari aspetti del viaggio in bici, mi hanno insegnato molto. Magari erano meno allenati di me, ma sapevano muoversi con più naturalezza e più calma. Alcuni poi mi hanno aiutato a riparare i danni alla bici dovuti a una disastrosa caduta dopo appena 6 chilometri dalla partenza mentre ancora cercavo di capire dov’ero e come meglio distribuire il peso del bagaglio sulla bici in mancanza delle preziose borse anteriori.

Dove hai dormito durante questo viaggio?

A volte facendo campeggio libero lungo la strada, dove non c’era la foresta fitta. In certi tratti della Carretera era veramente difficile trovare aree libere da alberi e arbusti in cui sistemarsi per la notte. Nei paesi era invece più facile e devo dire molto tranquillo.

Spesso ho trovato dei mini camping: proprietari di case con uno spazio verde recintato dove puoi piazzare la tenda e dove hai uno spazio dedicato con bagno e doccia a volte anche calda.

Il posto più bizzarro in cui hai dormito?

Una volta, verso Sud quando pioveva, mi è capitato di fermarmi in una cascina in mezzo al nulla dove i proprietari mi hanno accolto con molta gentilezza e permesso di piazzare la tenda sotto una tettoia che svolgeva molteplici funzioni: garage, fienile, pollaio. Ricordo ancora l’odore forte di gasolio misto a quello degli animali, ma poco importava. La cosa principale era essere all’asciutto. Il gallo però non era tanto d’ accordo con la mia presenza e alle due del mattino ha iniziato a cantarmi nelle orecchie fino all’alba, quando non mi sono deciso ad uscire dalla tenda alzando bandiera bianca e a smontare tutto per ripartire.

Quel luogo mi è rimasto particolarmente a cuore, soprattutto per la gentilezza dei proprietari. Due signori sulla settantina con cui ho comunicato un po’ in spagnolo e un po’ a gesti per tutta la sera. Da 50 anni abitano in quella casa a circa cento chilometri dal paese più vicino. Prima della Carretera, cioè per oltre 20 anni, si potevano muovere esclusivamente a cavallo attraverso le montagne.

Oggi continuano questa vita con la comodità della strada, preziosissima, ma comunque senza acqua calda, senza energia elettrica, e senza tutti i comfort a cui siamo abituati. Passare del tempo con loro è stata l’ennesima dimostrazione che molte cose di cui ci circondiamo nella vita di tutti i giorni alla fine sono del tutto superflue.

Insomma è stata un’avventura a tutto tondo, dalle esperienze umane alle emozioni vissute sui pedali, all’ambiente attraversato. Alla fine sono poi arrivate le grandi montagne…

Il bello della Carretera è che puoi scegliere di percorrerla in un senso o nell’altro. Durante il viaggio ho incontrato molti ciclisti che da Sud andavano verso Nord, una scelta dovuta alla praticità. Scendendo, quando si arriva a Villa O’Higgins infatti, per arrivare poi in Argentina a El Chalten, è necessario prendere un mini traghetto (solo per trekker e ciclisti) che attraversa un grande lago. Il problema è che questa piccola barca parte solo quando ci sono delle condizioni di vento accettabili e in Patagonia spesso non lo sono. A volte sei costretto ad aspettare anche una settimana per ripartire. Così, per evitare questo inconveniente alcuni decidono di partire da Sud, superare subito questo ostacolo e recuperare il tempo perso nei giorni a seguire verso Puerto Montt. Io ho invece preferito andare a Sud perché avevo bisogno di un punto d’arrivo, di una meta vera e propria. Volevo completare la Carretera a Villa O’Higgins, attraversare il lago, arrivare a El Chalten e come premio  andare ad ammirare il Cerro Torre e il Fitz Roy. Così è stato ed essendo un giorno in anticipo sono riuscito anche a fare un escursione al ghiacciaio del Perito Moreno che non avevo previsto.

Era la ricompensa che pensavo e speravo di meritare dopo tanti chilometri in bici per arrivarci.

Un’ultima domanda, che attrezzatura hai usato durante questa lunga pedalata?

Poche cose, ma essenziali. Il mezzo di trasporto era una bici Bianchi Gravel Impulso Allroad e indossavo un fondamentale casco Briko Gass Fluide Inside. Per le giornate di campeggio invece ho portato con me una tenda Ferrino Manaslu 2 e un materassino autogonfiante Ferrino Superlight 700 con un sacco a pelo Ferrino Lightec 1200 Duvet. Le lunghe giornate in sella han poi richiesto un abbigliamento specifico per la bici, io mi sono trovato molto bene con quello Montura.

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3 Comments

  1. Bei ricordi la Patagonia…L’ho fatta in moto con passeggero nel 2010…da Neuquen a Ushuaia e ritorno…un giorno il vento a 140km/h ci ha buttato a terra 3 volte…speriamo che resti x sempre selvaggia come la ricordo…

  2. Selvaggia? Certo, forever; come gli emblematici guanachi, che restano appesi alle infinite recinzioni delle carretere a morire anche loro.

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