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Un anno fa Elisabeth Revol veniva salvata dal Nanga Parbat. “Io scendevo verso la luce e tu diretto verso il cielo”

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Tomek Markievikz e Elisabeth Revol, il 25 gennaio, arrivano in vetta al Nanga Parbat. Erano stremati dal freddo, dalla fatica, ma erano sulla cima. Elisabeth era ancora  forte, Tomek invece era andato oltre le risorse di cui disponeva e il suo fisico dava segni di cedimento. Lei se lo caricò addosso, cercò di proteggerlo, di forzarlo, lo portò giù per decine, centinaia di metri lungo un pendio gelido e insidioso, fino al plateau, fino a un seracco dove tome si fermò. Lei gli strinse le mani gelate e col cuore straziato cercò la salvezza sua e l’estrema possibilità, l’esile speranza, che anche lui potesse scendere.

Se ne andò dritta verso l’abisso sotto di lei, con tenacia, prudenza e ogni fibra e connessione del pensiero nell’allerta massima, fino a raggiungere il luogo del campo due a 6100 metri dove due generosi e forti alpinisti, Denis Urubko e Adam Bielecki, la trovarono e presero con loro per accompagnarla in salvo. Erano le 2 del mattino del 28 gennaio 2017. Poco meno di 12 ore dopo Elisabeth veniva evacuata da un elicottero da campo 1 del Nanga Parbat.

Tomek rimase lì, seduto, con gli occhi azzurri puntati verso il cielo, il gelo nella barba e nei capelli rossi e arruffati, a guardia della parete Diamir del Nanga Parbat. Tomek, che nei villaggi degli uomini si aggirava con l’abito un po’ sgualcito, ma che diventava principesco quando entrava nel regno del Nanga Parbat, dove ha scelto di rimanere come gran custode.

 

L’ultimo ricordo di Tomek lo vogliamo lasciare alle parole pubblicate da Elisabeth Revol: 

Un anno…
Io scendevo verso la luce e tu diretto verso il cielo, come una stella cadente.
Dall’ombra alla luce, dalla luce all’ombra, sfidando le zone d’ombra.
Da una notte eterna ad un’azione per la vita.
Una fiamma di candela si spegneva e un’altra si accendeva di nuovo.
Una lotta tra la speranza e la disperazione, tra la lucidità e il fervore.
Ciascuno senza sapere dell’altro, della sua oscurità, del suo tempo.
La vita è effimera come una goccia di rugiada sulla punta di un filo d’erba.
E non possiamo impedire che le ombre si allunghino al tramonto

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