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Michele Maggioni: la guida alpina con il coraggio di non mollare mai

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Testo di Veronica Balocco, giornalista per professione, scrittrice per passione, viaggiatrice e sognatrice per deformazione genetica. Potete leggere i suoi articoli ed racconti delle sue esperienze sul sul blog www.verofinoinfondo.it

 

Ti insegnano le cose facili. Ti dicono che devi vivere così. Carpe diem. Divorare tutto quello che hai come un fuoco che brucia la paglia. Ti dicono che devi essere quello che vuoi. Che non devi aver paura di volare. Capitano, mio capitano. Te lo insegnano, poi ti lasciano lì. E a te non pensano più. Nessuno a chiedersi che farai se le cose facili diventano impossibili. Nessuno a motivarti se il domani si veste di mai. Nessuno a spiegarti cosa fare. In cosa sperare.

Qualcuno guarda indietro. E si spegne. Ma qualcuno guarda avanti. E rivive. È la legge del più forte, che bacia solo chi osa farlo. Chi guarda le cose in un modo diverso da tutti, come Michele Maggioni ha fatto quando il capitano, il suo capitano, era sembrato allontanarsi dalla nave pronta ad affondare.

Quarantadue anni, milanese, lui nella metropoli da bere ci ha passato la vita. Eppure ha scelto la strada del mestiere in assoluto più lontano dal cemento e dai palazzi. La guida alpina. Prima le selezioni, poi la qualifica da istruttore nazionale. Alla fine una professione diventata la sola, in un mondo fatto anche della sua compagna Margherita e delle cime più belle mai raggiunte, Martino e Maddalena. Michele e la montagna, una di quelle cose “che non nascono, che fanno parte dell’individuo, della sua storia, dell’ambiente da cui proviene – mi racconta lui -. Anche se sicuramente ad incentivare l’amore e la mia passione hanno contribuito i miei genitori Ambrogio e Carla, mia sorella e tutti gli amici con cui giravo da ragazzo, milanesi e alagnesi. Il Monte Rosa ed Alagna, non a caso, sono stati i luoghi che mi hanno aperto gli occhi ed hanno acceso la miccia”.

Per anni e anni, una relazione quasi totalizzante. Senza desiderio di altro. “Ho sempre frequentato ambienti in cui la montagna era il fulcro di tutto – spiega Michele -: la passione per lo scalare, il fare alpinismo e le attività per le quattro stagioni mi hanno sempre riempito la vita. Decidere di fare la guida, poi, è venuto da sé: avevo riferimenti molto vicini, sia a Milano sia ad Alagna, e il loro esempio mi ha portato a provarci. Era il ’99, ho tentato le selezioni e tutto è andato per il verso giusto, gli esami sono filati lisci, i due anni di formazione sono stati divertenti e importantissimi, non solo tecnicamente ma anche a livello personale e professionale”. Da allora quello della guida alpina è diventato per Michele l’unico impiego, con una collaborazione in qualità di direttore palco e tecnico di scena con la compagnia di danza Kataklò. E poi tanta voglia di essere se stessi, di vivere la professione a modo proprio, tenendo presente che “partendo da Milano e avendo a che fare con persone abituate alle comodità della città, bisogna imparare ad essere più pazienti”. Ma questo, in fin dei conti, faceva solo parte del gioco.

C’era tutto, insomma. L’attimo fuggente afferrato al volo. Ali distese sul sogno di una vita. Per tanti e tanti anni non è mancato nulla. Ma quanto sono destinati a durare i desideri? Michele Maggioni non sapeva che il 23 aprile 2013 i suoi erano destinati a schiantarsi in un incrocio qualunque. Disintegrandosi come polvere di ossa nell’aria. “Niente di particolare – ricorda lui, minimizzando -: ero in Vespa, un furgone non mi ha dato la precedenza e mi ha centrato”. Tutto qui. Se così si può dire, visto che l’istante costa un trauma cranico, la frattura dello zigomo, la rottura esposta del femore sinistro, l’asportazione della milza, la lussazione con trauma a lembo del piede sinistro e la frattura del bacino. Troppo per chiunque.

È il giro di boa. “In quel momento – mi dice Michele – sono iniziati per me quattro lunghi mesi di ospedale. Sono stato operato infinite volte e ho preso un’infezione da pseudomonas, un batterio ospedaliero cattivissimo e super resistente agli antibiotici”. Ma è il piede sinistro a preoccupare di più. “Per recuperarlo ho tentato di tutto. Compreso andare due volte a Basilea a farmi operare dal professor Hintermann, un luminare del settore”. Eppure qualcosa non funziona. “Le operazioni hanno dato buoni risultati: insomma, mi hanno portato almeno ad avere un piede esteticamente decente – chiarisce -. I problemi però erano due, uno ben più grave dell’altro: l’arto restava fortemente limitato a livello funzionale, e questo forse si sarebbe potuto affrontare. Ma soprattutto era ormai vittima del maledetto pseudomonas. E questo era molto peggio”.

Capitano, mio capitano. Con una nave che sembrava andare alla deriva, dove guardare? Per Michele, nessun dubbio: sulle sue pareti. “Il mio chiodo fisso era tornare a fare la via “Luna Nascente”, tornare a scalare, a fare quello che mi fa stare bene – ricorda -. Con questi pensieri nella testa sono stato capace di rispondere bene a quello che mi stava succedendo. Alti e bassi, ovviamente. Ma non potevo mica piangere per giorni e giorni… a cosa sarei arrivato? A niente”.

Già. A niente.  “Ci ho pensato e mi sono reso conto che ero stato fortunato – ammette Michele -. Insomma, mi era accaduto solo un “incidente di percorso” all’interno di qualcosa che funzionava bene: una famiglia eccezionale, amici super positivi e stimolanti, una bella vita. Insomma, ero felice di come andavano le cose”.

Eppure di fondo qualcosa non tornava. E lui lo sapeva.

Nel dicembre 2016 le viti che avevo nel piede si sono rotte. Come non bastasse, a causa dell’infezione le ossa non si erano saldate. Insomma, mi hanno proposto altre operazioni ed altri anni da investire in ospedale, facendo i conti sulle prospettive con la nuova chirurgia e una protesi moderna. Un’immagine del mio futuro lontana dai miei sogni. E così ho deciso. Amputazione. Ho parlato con il mio chirurgo e abbiamo fissato l’operazione… e sai cosa ti dico? Che in quel momento la porta per passare alla mia nuova vita si è finalmente aperta”. Era il 10 marzo 2017.

Ma cosa significa per una guida alpina, il professionista per eccellenza vocato alla fisicità, perdere un piede? E per un uomo, che cos’è dire addio un pezzo di sé? Michele Maggioni una risposta non retorica, a differenza di tanti capitani, ce l’ha: “Io ho avuto il tempo di metabolizzare la decisione – mi fa notare -. Ci sono arrivato dopo un percorso di dolori fisici, fastidi e tristezza davanti alla prospettiva di non poter vivere come avrei voluto. Se mi fossi svegliato dopo l’incidente senza il piede sarei stato sicuramente più arrabbiato col mondo. E il percorso psicologico sarebbe stato complicato. Quando ho deciso di amputare sapevo perfettamente cosa perdevo. E non era poco. Quello che sarebbe successo dopo non mi era chiarissimo, ma in fondo ho creduto fosse meglio così. Se ci pensi, le protesi di oggi permettono di fare tante cose, ma proprio tante. Di vivere una vita praticamente normale. Credimi: il problema non è la parte meccanica, ma sono il fisico e la mente di chi le porta”.

E allora, niente da stupirsi che proprio quella mente sia stato l’innesco capace di assorbire il tutto: “Subito dopo l’amputazione ho avuto un periodo di presa coscienza della cosa – racconta ancora Michele -: i miei figli e i miei amici giocavano col mio ex piede e credo che questo mi abbia aiutato molto. L’arto fantasma si è manifestato qualche volta, ma più legato a schemi motori ed abitudini mentali. La vera medicina dell’anima, in tutto questo, sono stati il sorriso, il buonumore e l’affetto di tutte le persone che avevo e ho intorno. Insomma, una cosa che ho sentito fortissima è l’importanza del sorriso”.

Restava solo da affrontare se stesso. La voglia di indipendenza. Ma anche qui, senza tanti capitani intorno. “Tornare a camminare è stato velocissimo, era solo quello che volevo. Camminare, correre, pedalare, sciare, scalare… io volevo solo quello”, mi dice Michele. Nessun aiuto dall’esterno. Solo forza interiore. Con qualche umana disillusione da affrontare, perché alla fine “la cosa che condiziona l’amputato è la qualità della gamba che usi per fare l’attività che scegli. E con quelle passate dall’Asl puoi solo andare in coda in posta. quindi, come per il materiale da montagna, se vuoi una gamba performante devi spendere. E non si parla di pochi soldi…”.

Ma gli ostacoli economici su montagne di questa altezza diventano solo passaggi di secondo grado, forse meno. Specie quando la cima è praticamente sotto i piedi, quello di carne e l’altro di metallo: “Io mi ritengo assolutamente normale nel fisico, e matto come tutti nella testa. Questo incidente, questi anni complicati mi hanno permesso di guardarmi più a fondo, di scoprire alcune mie sfumature, positive e negative, che non avevo mai colto”, confessa Michele Maggioni. Con una consapevolezza che a molti di noi servirebbe da lezione: “Una cosa che cerco sempre di far capire  – mi spiega infatti alla fine – è che aver deliberatamente deciso di tagliare un piede non significa che io sia più forte o determinato degli altri. Vuol solo dire che mi sono trovato ad un punto del mio cammino in cui ho dovuto scegliere. Io ho deciso di godermi la vita e di viverla con tutti quelli che mi stanno intorno anziché lasciare che gli anni passassero. Di tutto questo non c’è nulla che non accetto: è stato tutto parte del mio percorso. E non lo posso cancellare”.

Lo ascolto. E ti viene da dirgli grazie. Perché senti che qualcosa che non avevi ora ce l’hai. Qualcosa dentro che ti fa guardare le cose da un punto di vista nuovo, senza neppure bisogno di un capitano di vascello. Senza neppure una frase motivazionale a sostenere il tutto. E quando scopri che presto Michele tornerà anche a fare la guida, il lavoro di una vita, capisci che il cerchio alla fine si chiude sempre. È solo il modo in cui lo fa che cambia.

Da quando avevo 19 anni sognavo di fare la guida – dice prima di congedarsi e di tornare dai suoi piccoli -. Poter tornare a farla è come rinascere. E infatti sai cosa ti dico ancora? Che la mia data di nascita adesso è il 10 marzo 2017. Il giorno in cui ho perso un piede. Ma ho riavuto la vita”.

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