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Il cowboy paesaggista che sogna la Scandinavia

Fjallraven Polar, Lorenzo Bertolotto, musher

Lorenzo Bertolotto è un ragazzo normale con una grande passione, sia per il suo lavoro che per l’ambiente outdoor. Il suo sogno è infatti quello di immergersi nella parte più selvaggia della Scandinavia con una muta di cani per cimentarsi nella Fjallraven Polar, una delle gare più dure al mondo. Roba d’altri tempi che ha fatalmente attratto questo giovane torinese.  (Potete trovare maggiori informazioni QUI)

La Fjallraven Polar è un evento per persone comuni, un’esperienza creata per permettere a tutti di concretizzare la fantasia di trasformarsi in musher come quelli che un tempo affrontavano le più critiche situazioni climatiche nelle desolate terre del freddo. Lorenzo si è innamorato di quest’idea ed è disposto a spendere tutto se stesso per realizzarla. Eravamo scettici all’inizio, quando abbiamo pensato di intervistarlo, poi abbiamo capito che ci trovavamo di fronte a un giovane appassionato con tanto da raccontare.

 

Lorenzo, cosa ti attrae della Fjallraven Polar?

Perché un viaggio di 300 chilometri con i cani da slitta nel circolo polare artico è sicuramente un’avventura indimenticabile che capita una volta nella vita, e che probabilmente non farei altrimenti. In realtà poi c’è anche un altro aspetto che mi porta a fare domanda per Fjallraven Polar: mi sono divertito tantissimo a fare il video di applicazione (ride).

In effetti il tuo video è molto divertente, ma mostra anche tanta passione…

Si, mi diverte fare video. L’anno scorso per esempio ho prodotto un filmato su come sopravvivere in ufficio e l’ho utilizzato come lettera di presentazione quando ho fatto domanda per il mio attuale lavoro.

Cosa speri di imparare da questa gara?

Sto già imparando tanto dal processo di selezione. Ad esempio, quest’anno è la prima volta in cui sono sceso in strada a chiedere ai passanti di votarmi. Saper attrarre l’attenzione e la passione dei delle persone è qualcosa che non ho mai fatto prima, ma che potrà decisamente essere utile in futuro, se mai dovrò raccogliere fondi o vendere pentole per strada. Indipendentemente dell’esito della selezione, ho imparato qualcosa di nuovo e in un certo senso, ho vissuto una piccola avventura nel quotidiano.

Hai già vissuto simili esperienze in ambiente naturale?

No e questa è una delle cose che mi attraggono di più della Fjallraven Polar. Cercano 20 persone comuni da tutto il mondo, in un buono stato fisico, ma che non hanno necessariamente esperienza con cani da slitta, temperature artiche o campeggio invernale. Mi piace trovarmi in situazioni in cui non ho alcuna esperienza e devo trovare l’umiltà di ascoltare e imparare.

Forse, potrei paragonare l’attività di tirocinante cowboy che ho fatto in Montagna a questa gara. Oppure il periodo estivo in cui ho lavorato per la Northern Forest Canoe Trail, un sentiero fluviale di 1100 chilometri in Nuova Inghilterra. Il lavoro in Montagna mi ha abituato ad essere in un luogo remoto, mi trovavo a 50 chilometri di sterrato dal primo villaggio di 800 persone in un ranch grande 5 volte Manhattan. Dovevamo spesso lavorare fuori a cavallo con temperature di meno 20, meno 25 gradi. A fine giornata c’era però sempre l’acqua calda per una doccia, il riscaldamento, un letto, una cucina funzionante e internet. Nella Nuova Inghilterra invece la sistemazione era più rustica e ho lavorato tutta l’estate vivendo in tenda. Devo dire che, dopo 10 settimane, ero felice di avere un letto ed un frigo. (ride)

Che esperienze! Toglici invece una curiosità: pratichi qualche attività outdoor?

Sono appassionato di scialpinismo e arrampicata sportiva. Cerco di praticarli il più possibile anche se adesso, vivendo in Olanda, è più difficile.

Hai avuto una vita decisamente avventurosa, da quel che ci hai raccontato. Hai voglia di dirci qualcosa in più su di te?

Ho studiato architettura. Durante i miei studi sono stato particolarmente affascinato da i progetti che giocavano sulla tensione tra ambiente costruito e naturale, colmando la distanza tra architettura e paesaggio, ridefinendo il concetto di artificiale e naturale, industria ed ecologia, infrastruttura e sostenibilità. Non sono mai stato tanto una persona da ufficio, mi piace lavorare sia con la testa che con le mani. Quindi durante le mie estati da studente, oltre ad aver fatto due tirocini in uffici di architettura, ho lavorato come apprendista falegname e come tirocinante cowboy. E’ stato fondamentale per capire i miei interessi e scoprire la mia passione per la gestione del territorio.

Poi?

Dopo l’università, anziché scegliere una carriera tradizionale, prima ho lavorato l’estate per la Northern Forest Canoe Trail e poi sono tornato al ranch in Montana. Un posto dove le dinamiche ecologiche del territorio erano molto simili a quelle di un parco naturale con sorgenti, torrenti, incendi, branchi di cervi che potevano raggiungere 1000 esemplari, puma e orsi.

Ok, quindi sei una architetto con una grande passione per la sostenibilità ambientale…

Sì. Infatti lavoro per uno studio di paesaggistica e urbanistica che si occupa principalmente di come le città possano diventare più sostenibili e vivibili per poter affrontare meglio i cambiamenti climatici. Molto del lavoro che svolgiamo si occupa della gestione dell’acqua: come limitare lo scarico dell’acqua piovana nelle fogne e nei fiumi permettendo a questa di infiltrare meglio nella falda acquifera. L’idea a quella di limitare l’afflusso di acqua nei fiumi durante i grandi temporali, evitando alluvioni, e allo stesso tempo rifocillare la falda acquifera per ridurre i periodi di siccità. Il tutto, cercando di creare spazi pubblici che siano belli e piacevoli da usare, e non soltanto opere funzionali. In più come volontario gestisco un progetto pilota sul Dakpark.

Cosa sarebbe?

Il più grande tetto verde d’Europa in cui monitoro come si possano usare le pecore in città, e in questo caso su un tetto, per aumentare la biodiversità e la sicurezza idrica. Cerco di applicare gli stessi concetti imparati in Montana, ma applicarli su una scala micro. Le problematiche sono leggermente diverse rispetto ad un allevamento su grande scala, ma molti dei concetti sono gli stessi.

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