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Janusz Majer e il periodo d’oro dell’alpinismo polacco

Janusz Majer, K2, inverno, alpinismo polaccoFoto Anna Kaczmarz / East News

Janusz Majer, classe 1946, nato e cresciuto di là della Cortina di Ferro. In una terra dove anche il diritto di sognare andava conquistato lottando. In una Polonia che oggi ha cambiato del tutto volto ma che ha saputo rimanere fedele alla sua storia, almeno per quanto riguarda l’alpinismo. Janusz fa ancora parte di quella generazione di alpinisti che han saputo farsi grandi inseguendo un sogno. Appartiene alla Generazione, con al G maiuscola, degli alpinisti polacchi. Il suo curriculum alpinistico è molto lungo, come lo è anche quello di capospedizione. C’era lui alla guida dei polacchi nell’86 al K2, quando hanno aperto la “Magic Line”, ed era sempre lui a guidarli anche nell’84 al Broad Peak e nell’85 al Lhotse. Oggi, alla soglia dei 72 anni, continua a essere protagonista di questo mondo fatto d’altissima quota e aria rarefatta. È infatti lui uno dei volti principali, insieme a Krzysztof Wielicki, del tentativo invernale polacco al K2. La sua è una testimonianza che attraversa due epoche, quasi due universi per quanto è cambiato l’alpinismo in appena quarant’anni.

 

Janusz, quali sono stati gli anni d’oro dell’alpinismo polacco?

Gli anni ’80. In quel periodo ero molto attivo come alpinista, soprattutto nella regione della Silesia. Ero anche presidente del locale club alpino di Katowize. Un club di cui facevano parte molti dei nomi che poi hanno fatto la storia come Krzysztof Wielicki, Jerzy Kukuczka, Artur Hajzer, Ryszard Warecki e Ryszard Pawłowski. In quel periodo arrampicavamo in Himalaya e Karakorum, facevamo molte spedizioni. Quello era certamente il periodo d’oro dell’alpinismo polacco.

Com’è però iniziato tutto?

Grazie ad Andrzej Zawada che, in quel periodo, iniziò a ragionare sulla possibilità di fare una serie di spedizioni invernali in Asia, ad altissima quota. Fu lui ad organizzare la prima spedizione invernale in Himalaya, scegliendo l’Everest come prima destinazione. La missione iniziò nel dicembre del 1979, ma non credo ci sia da star qui a spiegare gli avvenimenti di quell’inverno.

È stato l’inizio della vostra grande storia himalayana…

Si, quello fu il punto di partenza dell’esperienza invernale polacca sugli Ottomila. Va però detto che prima di allora Zawada e Tadeusz Piotrowski riuscirono nella salita invernale del Noshaq (7492m) in Hindu Kush. Nonostante questo è vero che l’Everest è stato il punto di svolta perché, dopo essere rientrati da quella spedizione, in Polonia scoppiò una “febbre” da invernale. I club alpini iniziarono a organizzare salite e gli alpinisti a prepararsi per questo tipo di scalate, che poco hanno a che fare con la bella stagione.

Si mise in moto una macchina che portò in breve a un susseguirsi di successi invernali. Una lunga carrellata di vetta a cui poi seguì una lunga pausa.

Quanto durò questa pausa?

Una decina di anni.  A interromperla fu il successo di Simone Moro e Piotr Morawski sullo Shisha Pangma, avvenuto nello stesso periodo in cui Krzysztof Wielicki cercava di dire ai giovani polacchi di tornare all’himalaysmo invernale, di ricordarsi le loro origini. Chiedeva “per favore, guardate cosa abbiamo fatto quando eravamo giovani come voi”.

I due eventi, ma soprattutto la richiesta di Krzysztof, smossero qualche coscienza portando Artur Hajzer (nel 1987 realizzò, con Jerzy Kukuczka, la prima invernale all’Annapurna, nda) a preparare un programma di “addestramento” per le nuove generazioni. Fu così avviato il Polish Himalayan winter program.

Così nacque la nuova generazione di alpinisti polacchi…

Si e subito riuscimmo a portare a casa qualche bel risultato. La prima grande realizzazione del programma fu la salita del Gasherbrum I in invernale a opera di Adam Bielecki e Janusz Golab. Poco dopo fu invece la volta del Broad Peak, un successo ma anche una grande tragedia.

Dopodiché arriviamo al 2013, anno che segna la tragica scomparsa di Artur Hajzer sul Gasherbrum I. Con la sua morte l’alpinismo polacco perde una guida e io, data l’amicizia con Artur, decido di portare avanti i suoi ideali e le sue idee. Per questo mi sono messo a organizzare la spedizione per tentate il K2 in invernale.

È stato difficile?

Abbiamo impiegato un anno per mettere tutto a punto, per recuperare i finanziamenti. E, devo dire, alla fine non è stata un brutta spedizione. È stata un’ottima esperienza in previsione dei futuri tentativi. Potremmo ripartire anche subito, i materiali sono già pronti, dobbiamo però concentrarci sulla formazione dei giovani.

Janusz Majer e Krzysztof Wielicki

In che senso?

I nostri ragazzi sono tutti ottimi alpinisti, ma c’è chi non ha mai sperimentato le altissime quote e l’inverno himalayano. Per questo, prima di ritornare al K2, vorremmo fare delle spedizioni invernali “selettive” in Pamir, sul Peak Lenin o sull’Ismail Samani in modo da farli ambientare. Credo poi che, in estate, possa essere necessario tentare una salita al K2 in modo che possano fare esperienza sulla montagna.

Secondo te sta in questi dettagli la possibilità di successo?

In questo come anche nella partenza per la spedizione. Dall’inverno passato abbiamo imparato che la spedizione va iniziata prima. Si partirà certamente ai primi di dicembre, così da arrivare al campo abse intorno al 23 dicembre. In questo modo si può sperare in più finestre di bel tempo. Inoltre, dopo avere tentato la cresta basca, ora sappiamo che la cosa migliore è muoversi fin da subito lungo lo Sperone Abruzzi evitando il pericolo di caduta pietre.

Qualche domanda fa hai detto che Wielicki ha cercato di “far svegliare” i giovani alpinisti d’oggi dal loro torpore… Cos’è cambiato dalla vostra generazione a quella attuale?

Tutto. Mentre noi giovani andavamo in Himalaya qui c’era il comunismo che impediva ai ragazzi di costruirsi una carriera. Ci trovavamo a Est e non potevamo pensare di andare all’estero. Praticamente l’alpinismo diventava l’unico mezzo per poter viaggiare, per poter uscire dal nostro Paese. Noi alpinisti, per andare in Himalaya, avevamo il passaporto, cosa non comune all’epoca. Ricordo che per averlo abbiamo dovuto fare richiesta direttamente al governo. Ricordo anche per recuperare i soldi delle spedizioni, non avendo spesso un vero lavoro da cui attingere finanziamenti, andavamo a ripulire e imbiancare gli alti camini delle industrie di Katowice. Finito il lavoro partivamo. Io, Krzystztof e Jerzy andavamo in Himalaya tre volte l’anno.

Oggi è tutto diverso. Dopo la caduta del comunismo anche il sistema economico ha iniziato a mutare e oggi, chi arrampica, può avere un lavoro normale e aprire la sua azienda. La nuova generazione può andare dove desidera, può viaggiare senza problemi. È tutto drasticamente cambiato e, con questi cambiamenti, anche gli stimoli sono mutati.

Oltre alle persone e alla filosofia sono cambiati anche i materiali, in spedizione sono aumentate le “comodità”. È cambiato anche il modo di organizzare una spedizione?

Per quanto riguarda l’organizzazione di una spedizione ci basiamo su quanto fatto da Artur. Grazie a lui sappiamo bene come si debba pianificare una spedizione invernale in Karakorum. Sappiamo quali tute d’alta quota scegliere, come vanno utilizzate le tende. In più, oggi, a queste nostre conoscenze aggiungiamo i prodotti dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico. La qualità del materiale tecnico di oggi è nettamente superiore al passato. Abbiamo sacchi a pelo, scarponi e attrezzatura che ripara molto meglio dal freddo. Inoltre, cosa che fa davvero la differenza, oggi abbiamo delle previsioni meteo molto più accurate. Negli anni ’80 andavamo su e guardavamo in cielo per capire come si sarebbe evoluta la giornata. Adesso abbiamo accurate previsioni meteorologiche che ci permettono di muoverci in sicurezza, soprattutto in inverno.

Materiali migliori e previsioni più accurate regalano qualche chance in più di vetta?

Sì, ma nel caso del K2 credo che l’unica possibilità sia mettere delle corde fisse sulla spalla. Dopo aver fatto questo avremo bisogno di alpinisti che sappiamo muoversi velocemente sulla montagna. Giovani come Adam Bielecki, se vogliamo citare qualcuno della squadra dello scorso anno. Per la futura squadra credo invece che Andrzej Bargiel potrebbe certamente essere un buon membro. Ma queste sono cose che vedremo più avanti.

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