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Cronaca, Primo Piano

Tre orsi morti, chiusa la vasca-killer – di Stefano Ardito

orsi, abruzzo, wwf, appenninoLa vasca-killer di Villavallelonga, foto Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise

La vasca-killer degli orsi non può più fare danni. Pochi giorni dopo il ritrovamento della madre e dei suoi cuccioli annegati, il personale del Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise, insieme a dei volontari, ha vuotato la cisterna dall’acqua, alta circa un metro e mezzo.

Intorno alla vasca, stata realizzata abusivamente negli anni Sessanta, è stata installata una recinzione elettrificata, alimentata da un pannello solare. Un impianto analogo a quelli che nel Parco impediscono agli orsi di raggiungere arnie, stazzi e frutteti. 

E’ una notizia positiva, ma che lascia l’amaro in bocca. L’intervento, facile e dal costo contenuto, avrebbe dovuto essere fatto molto prima. Nel 2010, in un incidente analogo, nella stessa vasca erano morte un’altra orsa con il suo cucciolo. 

Se si pensa che dell’orso marsicano sopravvivono circa 50 esemplari, nel manufatto abusivo in cemento che è stato tollerato per anni dai proprietari del terreno, dal Comune di Villavallelonga e dal Parco ha perso la vita circa il 10% degli esemplari rimasti. 

Per una tragica ironia della storia, la vasca e i pascoli circostanti appartengono alla famiglia Sipari. Agli eredi, cioè, di quell’Erminio Sipari che è diventato nel 1923 il primo presidente del Parco, e che con i suoi interventi ha permesso all’area protetta di decollare. 

Sentiamo la responsabilità di quanto accaduto nella misura in cui siamo consapevoli di non riuscire a fare mai abbastanza per la tutela dell’orso, e come tutti, anche noi ci siamo chiesti se si poteva fare di più. Interveniamo anche nella Zona di Protezione Esterna, dove abbiamo poteri minori” ha dichiarato dopo la chiusura della vasca Antonio Carrara, attuale presidente del Parco e quindi successore di Sipari. 

Il WWF Abruzzo, per bocca del suo delegato Luciano Di Tizio, ha invitato i Prefetti “a disporre un immediato e aggiornato censimento, con relativa messa in sicurezza, delle strutture pericolose presenti nell’areale dell’orso, non solo nel territorio dei parchi”. 

Eliminazione fili spinati pericolosi, foto Salviamo l’Orso

Per questi interventi, secondo Di Tizio, il WWF è “disposto a contribuire, anche economicamente”. Il 17 e il 18 novembre, pochi giorni dopo la morte dei tre orsi, i soci di Salviamo l’Orso e di altre associazioni hanno rimosso oltre sei chilometri di vecchi fili spinati nei pressi di Villalago, nel cuore del territorio dell’orso.  

Su indicazione dell’ornitologo Massimo Pellegrini, sono stati lasciati in loco i pali di legno delle recinzioni, che possono essere usati come posatoi dalle averle. 

Sul fronte delle indagini, le prime analisi sulle carcasse dell’orsa e dei suoi due cuccioli hanno confermato che i tre animali sono morti per annegamento, preceduto da ipotermia. I risultati delle analisi tossicologiche arriveranno entro un mese. 

I Carabinieri forestali di Collelongo hanno ascoltato gli eredi Sipari e gli allevatori di Balsorano che hanno utilizzato per anni la vasca. Nei prossimi giorni il sostituto procuratore di Avezzano, Elisabetta Labanti, assegnerà ufficialmente l’incarico per le indagini, che al momento vengono effettuate contro ignoti. 

La morte dei tre orsi non sembra una conseguenza con l’attività venatoria che nella Zona di Protezione Esterna viene praticata dai cacciatori residenti anche contro il cinghiale (ne abbiamo parlato mesi fa), una specie che nella nebbia o a distanza può essere confusa con l’orso. 

Giacomo di Domenico, presidente dell’Ambito Territoriale di Caccia di Avezzano, ha accusato di grave incuria gli amministratori del Parco. “Bastavano due scalini fatti con gabbioni di sassi, e gli orsi sarebbero potuti uscire”. 

Sono stati spesi milioni di euro in inutili ricerche (trappole di cattura, DNA, radiocollari), ci si è occupati di aree contigue, pollai anti-orso e pronto intervento per gli orsi confidenti. Nessuno ha pensato di stanziare poche migliaia di euro per fare in modo che da quella vasca si potesse uscire” ha detto il presidente dell’ATC. 

Una dura polemica ha investito anche Riccardo Frattaroli, sindaco di Settefrati e vicepresidente del Parco in rappresentanza dei Comuni del versante laziale. 

Poco dopo la morte dei tre orsi, Frattaroli ha partecipato a una raccolta di firme contro il PATOM, il Patto Territoriale per l’Orso Marsicano. Un programma di iniziative varato nel 2007 e al quale ha aderito anche la Provincia di Frosinone, di cui Settefrati fa parte. 

Stefano Orlandini, presidente di Salviamo l’Orso, ha chiesto le dimissioni di Frattaroli perché “indegno, secondo noi e molti altri, di ricoprire la carica di vicepresidente dell’Ente Parco”. 

“Sui Monti Ernici, nei Siti di Importanza Comunitaria e nelle Zone di Protezione Speciale in provincia di Frosinone” ha proseguito Orlandini, “vige un’atmosfera di completa illegalità, con bracconaggio, transiti in aree proibite, pascolo abusivo eccetera. Situazioni che da anni segnaliamo ai Carabinieri Forestali, che però non sono mai intervenuti“. 

Se in Abruzzo la Zona di Protezione Esterna interessa dei luoghi un po’ meno importanti per l’orso, sul versante laziale i confini del Parco lasciano fuori aree di straordinario valore come il Vallone Lacerno. 

Per questo motivo, da anni, le associazioni ambientaliste chiedono a Nicola Zingaretti di vietare la caccia nella ZPE. Ma se il governatore del Lazio (e candidato alla segretaria del PD) finora non è intervenuto, il Consiglio di Stato lo ha fatto al suo posto. 

Franco Frattini, ex-ministro degli Esteri e oggi presidente della Terza Sezione del Consiglio di Stato, ha riconosciuto la fondatezza del ricorso di ENPA, LAC, LAV e WWF contro le precedenti decisioni del TAR, e ha bloccato la caccia nel settore laziale della ZPE. 

Come si legge nel decreto, la caccia in un’area dove vive l’orso marsicano, può “determinare sia il disturbo dell’habitat della specie, sia incontri più o meno ravvicinati tra i cacciatori e l’orso medesimo, con effetti prevedibilmente negativi”.

Secondo il decreto, “il danno irreparabile all’interesse pubblico consistente nella tutela della fauna selvatica, prevale senz’altro sulla pretesa regionale di garantire più spazi e più occasioni di prelievo alla comunità dei cacciatori”. 

L’udienza decisiva si terrà il 13 dicembre a Roma, ma fino ad allora la caccia nel versante laziale è vietata. Le associazioni chiedono che il governatore Zingaretti “intervenga in prima persona, e metta fine a questa evidente situazione di pericolo per una specie simbolo dell’Appennino”.

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