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Il piccolo orso alpinista in difficoltà: un video tenero che svela il lato oscuro dell’utilizzo dei droni

drone, orsi, Magadan, twitter, tecnologia, web, wildlifeUn fermo immagine estratto dal video di Kedrov

Un piccolo orso cerca con difficoltà di arrampicarsi lungo il pendio di una non meglio identificata montagna nel Magadan russo, nel tentativo quasi disperato di raggiungere la mamma che lo attende in cima. Un video apparso girato lo scorso giugno da Dmitry Kedrov e diventato virale su Twitter e successivamente sugli altri canali social, pubblicato anche su Montagna.tv qualche giorno fa.

Una storia a lieto fine diventata metafora del “non mollare mai”.

In realtà, come dichiarato dal dottor Clayton Lamb dell’Università di Alberta (Canada) al Daily Telegraph, la scena cui ci troviamo di fronte è quella di una vera fuga dei due orsi causata dall’estrema vicinanza del drone che li riprende, in quanto una madre non abbandonerebbe mai il proprio piccolo in una situazione così rischiosa, a meno che non sia costretta.

Numerosi gli scienziati che sui social hanno espresso perplessità sulle modalità di registrazione del video, appoggiando la tesi di Lamb.

Effettivamente dopo poco più di un minuto dall’inizio della ripresa, la telecamera effettua uno zoom avvicinandosi in maniera significativa agli orsi. In quel medesimo istante l’orsa sembra guardare il drone a controllo remoto, quasi a volerlo scacciare cosciente del fatto che il suo piccolo stia ruzzolando giù dal pendio per colpa di quella presenza estranea.

Il regista ha tenuto a sottolineare che l’effetto zoomato sia stato aggiunto post-produzione e che il drone non abbia assolutamente spaventato gli animali. Una dichiarazione che non soddisfa molti esperti.

Certamente potrebbe esserci stato uno zoom installato sulla videocamera ma la maggior parte dei droni sul mercato non hanno la capacità di poter sostenere il peso di una camera dotata di lenti di alta qualità come quelle necessarie per arrivare ad un risultato simile” – dichiara Mark Ditmer, ecologista della Boise State University, che vanta nel suo curriculum uno studio sugli stress fisiologici indotti dall’uso dei droni sugli orsi.

È evidente che la mamma stia guardando dritta verso il drone” – conferma l’ecologista Sophie Gilbert dell’University of Idaho – “Per lei è letteralmente un UFO, un oggetto volante non identificato!”.

A supporto della propria tesi, gli ecologisti aggiungono che normalmente le mamme-orso non portano i propri piccoli su tratti così rischiosi, tranne in casi necessari come una fuga.

I droni sono veramente rumorosi” – afferma la Gilbert, sottolineando che in rete sia possibile trovare molti video girati con droni in ambienti selvatici, spesso accompagnati da colonne sonore o totalmente silenziosi, in cui quindi non abbiamo modo di percepire il reale rumore dello strumento. In realtà quello che noi definiamo ronzio può già rappresentare un disturbo per gli animali. Li distrae da altre funzioni necessarie, come mangiare o competere in uno scontro. Le reazioni sono specie-specifiche, ci sono animali che non vengono influenzati affatto, altri che si mettono in agguato come in presenza di un predatore.

Uno studio di Ditmer del 2015 ha dimostrato ad esempio che gli orsi bruni generalmente non fuggano via alla vista di un drone ma che la loro frequenza cardiaca aumenti drasticamente, una tipica risposta fisiologica allo stress. In casi estremi la frequenza è risultata salire da 41 a 162 battiti al minuto. Il problema da tenere a mente è che gli animali selvatici siano già di per sé sottoposti a stress, per la ricerca di cibo o per evitare predatori. I droni o più in generale la presenza invasiva dell’uomo nelle aree selvagge, vanno dunque a sommarsi a una serie di fattori preesistenti.

Nonostante le preoccupazioni degli scienziati, nessuno di loro ha apertamente affermato che sarebbe bene bandire l’uso dei droni. Ciò che si rende necessario è piuttosto un utilizzo responsabile che consenta a scienziati o semplici appassionati di non impattare negativamente sugli equilibri naturali. Ad esempio, bisognerebbe evitare di volare troppo vicini e soprattutto sulla testa degli animali, condizione che ovviamente causa spavento, e limitare la durata del volo rendendolo soprattutto discreto mediante utilizzo di piccoli droni elettrici, molto più silenziosi di quelli alimentati con carburante.

Ricordando che ogni specie reagisca in modo differente sarebbe poi opportuno evitare le riprese di specie a rischio, di quelle più vulnerabili ovvero le specie volanti o che abbiano sviluppato evolutivamente paura nei confronti di predatori volanti, e ancora evitare di interferire con i cicli biologici degli animali, sospendendo esempio riprese nella stagione degli amori.

Come affermato dalla dottoressa Gilbert, ci troviamo di fronte ad una lama a doppio taglio – “Da un lato, quando i droni operano correttamente, si ha modo di fornire alle persone dei mezzi attraverso cui sentirsi maggiormente connessi alla natura. Dall’altra parte bisogna anche ricordarsi che gli animali hanno la propria vita, le proprie necessità e noi umani abbiamo il dovere di non interferire”.

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