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“Mai zede”, l’orgoglio della montagna

Otto anni fa, quando la mia casa è stata sommersa da un metro di acqua e fango, siamo scesi da una scala a pioli dalla finestra del primo piano per salvare mia figlia piccola, il cane e il gatto e poi ci siamo rimboccati le maniche per rifare tutto e recuperare i mobili distrutti. La depressione era incombente e tutti i sacrifici fatti con le nostre mani per ristrutturare il fienile dove viviamo ci crollavano addosso, poi un po’ alla volta ci siamo ripresi.

In questi giorni la minaccia di ritrovarci nelle stesse condizioni era altissima, poi, per nostra fortuna, è andata bene.

La cosa che mi ha colpito in questi anni è stata la forza di volontà di mia moglie che per prima ha affrontato con orgoglio e coraggio questi “disastri”: lei si è dimostrata in questo più montanara di me, che sentivo più la responsabilità per aver portato a vivere la famiglia in una casa fantastica, ma troppo vicina al fiume.

Stare a stretto contatto con i montanari e lavorare con loro mi ha insegnato in tante occasioni che lo spirito è diverso da quello “normale”: c’è qualcosa di speciale nei montanari che risiede nei loro geni, nella loro millenaria storia di generazioni che tutti i giorni si sono trovate a far fronte a piccoli o grandi disastri. Lo spirito di sporcarsi le mani e spezzarsi la schiena per superare le difficoltà che la natura sempre ostile presentava loro tutti i giorni.

A Cortina risuona da sempre un bellissimo detto che riassume benissimo questo spirito e questa storia: “mai zede”, non mollare mai. E ogni volta che qualcosa va storto, questo detto risuona dentro e dà una energia fuori dal “normale”. Quella che ha spinto Lacedelli in cima al K2!

Le persone “normali” tendono a piangersi addosso, i montanari non lo fanno mai: hanno energie profonde che superano le disgrazie e i disastri ambientali.

La montagna è un ambiente da sempre molto fragile e oggi, con il clima che abbiamo stravolto, questa fragilità assume caratteri ancora più gravi.

Come altre volte i montanari non sono poi direttamente colpevoli di quello che succede, però sono i primi a subirne le conseguenze: il tornado che si è abbattuto in Agordino parte da lontano, da alte e basse pressioni che si muovono in maniera diversa con gradienti anomali portando vento da sud così forte come non si era mai visto in Dolomiti.

I montanari hanno però la forza per ripartire e rimetter a posto le cose andando oltre sapendo dentro di sé che prima o poi le cose si ripeteranno, magari in forma diversa -tantissima neve e valanghe nei paesi-, ma non importa: “Siamo montanari e non potremmo vivere che qui, in pianura ci sentiamo morire, siamo speciali e avanti… mai zede!”.

Nel disastro delle foreste rase al suolo sono caduti tutti gli abeti; alberi deboli e senza radici, ma i “lares” sono rimasti tutti in piedi, si sono piegati, ma hanno fatto passare il vento sopra le spalle, si sono scrollati la fatica e sono rimasti in piedi orgogliosi come i montanari che nel “lares” si identificano.

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2 Comments

  1. In paesi di montagna…piu’ o meno tutti sanno i fatti degli altri ,
    il che ad alcuni da’ fastidio e appena possono se ne vanno in altre zone.Il rovescio della medaglia e’ che poi quando e’ ora tutti si danno una mano.
    Quanto ai larici, si conferma sempre piu’ che c’e’ stato un errore: troppa piantumazione di abeti rossi piu’ appetibili negli impieghi industriali, e meno di altre piante autoctone.Si confida in un ripensamento delle politiche di programmazione forestale.Nei centri di bricolage di pianura, abbondano pannelli di abete, mai trovato larice, cirmolo…essenze da cercare solo in segherie o rivenditori specializzati.Per quanto riguarda le abitazioni,il vecchio nucleo dei paesi era collocato a prevenzione di alluvioni, valanghe , non di incendio.Poi per le seconde case …altri criteri, compresa la vicinanza a corsi d’acqua e con scarsa esposizione al sole in inverno, di cui gli acquirenti estivi si accorgono a rogito firmato e a pagamento effettuato. .

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