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Oreste Verrini: cammino per scoprire

Oreste Verrini, camminoFoto Oreste Verrini

Per conoscere davvero un uomo bisogna guardare il suo cammino, la postura dei piedi. Ognuno ne ha una diversa che dipende non solo dalle difficoltà a cui è abituato. Il passo è anche l’effetto di quello che un uomo porta sulle spalle. Ci sono camminate più dinoccolate, leggere e infantili, altre sono invece più realistiche e cadenzate, con piedi ben piantati a terra e le piante proiettate parallelamente nella stessa direzione. Il passo di Oreste Verrini è così. Preciso e ben direzionato, ma anche un po’ leggero e sognatore. Oreste è un camminatore d’Appennino con la passione per la storia e l’archeologia. Una passione che l’ha trasformato, negli anni, in un amante di quei tracciati umani dimenticati dalla modernità. Sei anni fa si è infatti riscoperto cercatore di antichi cammini che congiungevano località e che permettevano alle ormai andate generazioni di spostarsi quando ancora le larghe e comode strade di valle non esistevano.

 

Oreste, i tuoi cammini non sono percorsi famosi, sono luoghi insoliti. Come ti sei avvicinato a questo mondo?

Io non ero un gran camminatore e non ho alle spalle una tradizione di cammini che affondano le radici a 20 o 30 anni fa. La mia passione nasce quasi per caso, come un po’ tutte le cose che poi funzionano meglio. Per farla breve ho scoperto la Francigena di montagna e ho deciso di mettermi a camminare, solo dopo mi sono reco conto che mi piace molto soprattutto se camminando posso scoprire posti nuovi. Mi piace scoprire la storia dei posti,  è questo il motivo che mi spinge a fare questo tipo di cammini. Cerco cammini che abbiano qualcosa da raccontare, per me. Cerco persone, borghi, cerco di seguir percorsi non particolarmente di moda. Non sento, ad esempio, l’esigenza di fare la Francigena o il Cammino di Santiago. Preferisco muovermi su tracciati meno conosciuti.

Cerchi ricordi indelebili?

Ho voglia di scoprire cose che solo certe situazioni riescono a darmi. Mi attrare la genuinità delle persone che non sono abituate a vedere il camminatore e che quindi con lui si interfacciano e aprono, con lui hanno voglia di parlare. Si tratta di una cosa che capita nei luoghi dove non sono abituati a vedere i viandanti. Dove invece tutto diventa routine si rischia di perdere questa voglia di interagire.

Quando cammino non cerco solo qualcosa da attraversare, a un itinerario che mi racconti qualcosa.

Cosa raccontano i percorsi in cui ti cimenti?

Per me quello che muove tanto è la storia. Non necessariamente quella con la “S” maiuscola. I posti che ho attraversato, e che attraverso, sono luoghi che hanno una loro vita passata e presente. Paesi dov’è accaduto qualcosa, sentieri che sono stati camminati da persone particolari.

Ci fai qualche esempio?

Prendo l’ultimo cammino che ho fatto. Ho ripercorso le orme di un pittore del ‘400. In ogni luogo in cui sono passato ho trovato tracce di questa persona.

Quando non cerco cammini “tematici” mi muovo magari alla ricerca dei luoghi dove andavano i miei nonni, dove vivevano i miei nonni. Ogni mio cammino ha queste caratteristiche che lo rendono unico e particolare. Può essere l’arte, la storia, o il momento.

Se dovessi ad esempio percorrere l’Alta Via del monti Liguri, per quanto sia bellissima e abbia dei panorami mozzafiato,  a me non piacerebbe perché si incontra poca vita, poca storia umana.

Camminare, muoversi lentamente, è certo uno dei modi migliori per conoscere il proprio Paese…

Assolutamente si. Io lo racconto sempre durante le serate di presentazione dei miei libri. Vivo da sempre in Lunigiana, ma ho conosciuto davvero questo territorio solo dopo avere iniziato a camminare. Prima non conoscevo molte cose, non sapevo nemmeno dell’esistenza di molti posti.

Non sempre riesco a darmi una spiegazione a dirmi come mai camminando si entra così nel profondo di un territorio. La risposta più razionale che ho trovato sta nel fatto che quando arrivi con lo zaino sei una persona disarmata. Chi ti incontra è quasi intenerito o comunque ti guarda con un occhio diverso. La gente tende ad aprirsi di più quando arrivi a piedi, molti hanno vogli di invitarti in casa e di raccontare le loro storie, di condividere i saperi. Ti fanno vedere i luoghi e magari ti portano in luoghi che non avresti mai conosciuto. Arrivare dalle montagne, dai boschi, anziché dall’asfalto è un qualcosa di inaspettato che ti lascia nudo di fronte agli incontri. Ti presenti in modo umile e questo apre un mondo di possibilità.

Cos’hai imparato dell’Italia camminando?

Sicuramente che siamo un Paese con ampie potenzialità non sviluppate. Ma questa cosa è condivisa dalla maggior parte degli italiani. Abbiamo un sacco di materiale su cui lavorare.

Camminando per piccoli centri, per borghi di appena venti o trenta persone, mi rendo conto che c’è tanta voglia di fare e se riesci a muovere le leve giuste puoi anche portare a termine progetti importanti. Camminando ho imparato che spesso manca la persona in grado di catalizzare le energie che effettivamente ci sono. Chi rimane, chi resiste, ha voglia di fare.  Bisogna però stuzzicare queste persone dandole una direzione, altrimenti rischiano di essere energie disperse. È una cosa che vedo spesso in Appennino, dove si svolgono la maggior parte dei miei cammini. Qui le persone spesso sembrano quasi abbandonate a se stesse e le energie vengono vanificate perché non c’è rete e cooperazione.

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