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Una banca del seme per salvare l’orso marsicano

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L’orso bruno marsicano è noto per essere un animale schivo e timoroso, mai salito agli onori della cronaca per episodi di aggressività verso l’uomo. Questa sottospecie endemica dell’Appennino centrale fu descritta per la prima volta negli anni Venti del ‘900 dallo zoologo molisano Giuseppe Altobello e proprio per la sua salvaguardia, insieme a quella del camoscio d’Abruzzo, nel 1923 fu istituito il Parco Nazionale d’Abruzzo. Nel convegno “Orso bruno marsicano: verso una strategia di conservazione integrata”, recentemente svoltosi a Bologna, è stato fatto il punto sugli ultimi studi genetici e morfologici che confermano l’unicità della sottospecie ridotta ormai a una popolazione di appena 50 esemplari, tanto da essere definita da Corradino Guacci, Presidente della Società Italiana per la Storia della Fauna “un raro endemismo italiano, anzi il più minacciato mammifero italiano”. Per lottare contro la sua estinzione si rende necessaria l’elaborazione di una strategia di salvaguardia speciale che prevede anche la creazione di una banca del seme.

Non è infatti possibile ipotizzare un incremento della popolazione nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, zona di diffusione principale dell’orso marsicano, in quanto all’interno di questo territorio si è già raggiunto il limite e diversi esemplari maschi compiono spostamenti anche di centinaia di chilometri verso gli altri Parchi dell’Appennino centrale, alla ricerca di un proprio territorio, dove trovare con un po’ di fortuna una femmina con cui riprodursi. Purtroppo le femmine non amano allontanarsi dai siti di origine pertanto andrebbero trasferite attivamente in questi territori. Opzione definita da Guacci troppo rischiosa in considerazione dell’esiguo numero delle femmine in età riproduttiva, poco più di una decina, e del fatto che “un animale catapultato in un territorio a lui sconosciuto può facilmente andare incontro ad una fine prematura”.

Idea più fattibile risulta essere quella della costituzione di una popolazione in cattività con l’obiettivo di aumentare il numero totale degli orsi marsicani viventi, quindi anche delle femmine, che a questo punto potrebbero rivestire il ruolo di fondatrici di nuovi nuclei riproduttivi in altri territori. La costituzione della banca genetica, parte importante se non essenziale di questa strategia, rappresenta una soluzione già adottata in altri Paesi del mondo ma mai in Italia. La sua realizzazione, a detta di Guacci, non risulterebbe molto complessa. Basterebbe inserire nel protocollo di cattura degli orsi del PNALM, finalizzata attualmente alla radiocollarazione, il prelievo di liquido seminale assieme ad altri tessuti da parte di personale specializzato.

Secondo i biologi della conservazione, se non si interverrà in tempi rapidi con la banca del seme, l’orso bruno marsicano rischierà l’estinzione. Sebbene la popolazione sia numericamente stabile da circa un secolo, il numero ridotto degli esemplari potrebbe infatti crollare drasticamente a seguito di una patologia epidemica o di altri eventi catastrofici.

Altra alternativa possibile risulta essere quella di un rinsanguamento con orsi dell’area balcanica, sull’esempio dell’operazione compiuta con successo negli anni ‘90 in Trentino mediante il rilascio sul territorio di dieci esemplari di orsi sloveni. Il problema è che orso marsicano e orso balcanico non appartengano alla stessa sottospecie e ciò determinerebbe la perdita definitiva della sottospecie marsicana, determinando una omologazione della popolazione di orsi in Italia dalle Alpi all’Appennino.

La banca del seme sembra dunque l’unica via percorribile per salvare il Re dell’Appennino. Unico limite alla sua realizzazione, come affermato da Guacci “sta solo ed esclusivamente nella volontà politica di investire uomini e risorse in questa direzione”.

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