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Al Museo della Montagna si legge il GIV di Walter Bonatti

Sabato 20 ottobre comincia il programma autunnale di Leggere le montagne, un’iniziativa della Biblioteca Nazionale CAI e del Museo Nazionale della Montagna, con la collaborazione della Città di Torino e del Club Alpino Italiano.

Il primo appuntamento è la presentazione del volume Walter Bonatti. La montagna scintillante, uscito lo scorso agosto per le Edizioni Solferino – I libri del Corriere della Sera, in collaborazione con il Club Alpino Italiano e il Museomontagna.

Un libro importante. Un diario. Meglio: un racconto, la narrazione di una scalata mitica e tuttora irripetuta: la prima ascensione del Gasherbrum IV (7980 m), nel cuore del Karakorum, in Pakistan.

Rimasto nascosto per decenni tra le carte dell’autore, il dattiloscritto è tornato alla luce solo di recente, nel corso dei lavori di sistemazione dell’Archivio Walter Bonatti al Museo Nazionale della Montagna, ed è stato pubblicato in occasione del 60° della prima ascensione assoluta del GIV, portata a termine da una spedizione nazionale del Club Alpino Italiano.

Il 6 agosto 1958 Walter Bonatti e Carlo Mauri, dopo giorni di lotta disperata, superati gli ultimi difficili passaggi su terreno misto, alle 12.30 (ora pakistana) riuscirono finalmente a sbucare sull’esile vetta della montagna, un vertice roccioso «appena sufficiente per reggere in piedi un uomo».

La spedizione al Gasherbrum IV era diretta da Riccardo Cassin, classe 1909, veterano dell’alpinismo di punta; del gruppo – oltre a Bonatti e Mauri, entrambi nati nel 1930 – facevano parte Toni Gobbi, vicecapo spedizione, classe 1914; Giuseppe Oberto, classe 1923; Bepi De Francesch, classe 1924; e il medico-alpinista Donato Zeni.

Si tratta di una storia di grande interesse ma anche di una testimonianza di prima mano, scritta a caldo da uno dei due protagonisti dell’ascensione, che non nasconde nessun particolare della vicenda – difficoltà, sacrifici, pericoli, momenti d’ansia e di tensione, litigi e battibecchi tra i protagonisti dell’avventura pakistana – ma che mostra anche una conduzione e una dinamica delle operazioni di scalata assai diverse dalla spedizione al K2, svoltasi solo quattro anni prima.

Quella del 1958, infatti, fu una pagina di storia totalmente a carico degli alpinisti che, con le loro scelte – e anche con qualche errore – si assunsero in prima persona, senza alcuna intermediazione, la responsabilità di tutte le decisioni relative alla salita, alla scelta e all’installazione dei campi alti, ai turni di lavoro per i rifornimenti e alla collaborazione tra i componenti del gruppo, tutti elementi assolutamente indispensabili per la riuscita dell’impresa.

La scalata del GIV costituì un risultato di straordinaria importanza nella storia dell’himalaysmo di quegli anni, ma probabilmente l’opinione pubblica italiana del tempo, galvanizzata dalla vittoriosa spedizione al K2, di cui ancora si percepivano gli echi, non riuscì a coglierne a pieno il valore e la grandezza. Ci sarebbero voluti la giusta distanza di tempo e l’accumularsi di numerosi tentativi di ripetizione senza alcun esito, per collocare l’ascensione del GIV nella giusta prospettiva e per poterle attribuire il rilievo che le spetta a l’interno del cammino evolutivo dell’alpinismo d’alta quota.

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