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Andrea Spinelli, a spasso con il cancro

Foto Antonio Ros

Vive in Friuli ma ha uno spiccato accento siciliano Andrea Spinelli, catanese classe 1973, autore del libro “Se cammino vivo” edito da Ediciclo Editore. La sua è una storia difficile da raccontare e anche da introdurre. È la storia di un uomo che porta a spasso il suo cancro, un adenocarcinoma alla testa del pancreas, qualcosa che si porterà dietro per tutta la vita. Un compagno inseparabile, inoperabile. Non vogliamo aggiungere altro, sarà Andrea a raccontarci la sua storia di camminatore.

 

La copertina del libro

Vorremmo partire dal tuo libro, “Se cammino vivo”, un titolo impegnativo…

Si, anche se inizialmente non doveva essere questo poi mi han fatto notare che la parola “cancro” messa come titolo poteva essere un po’ troppo. Già è un tabù parlarne, se poi lo stampi sulla copertina di un libro può incutere timore. “Se cammino vivo” invece è un titolo che si presta a una libera interpretazione ed è anche un titolo nato in cammino. Prima era il mio blog, ora è un testo che racconta la mia vita.

Quello a cui però sono più legato è il sottotitolo “se di cancro si muore, pur si vive”, si tratta di una frase a cui tengo tanto. Se il titolo si poteva cambiare il sottotitolo no perché, come di cancro muoiono tante persone, tante altre stanno sopravvivendo.

Quando e come hai scoperto di avere un adenocarcinoma?

L’ho scoperto in modo casuale perché, e devo fare una piccola premessa, l’adenocarcinoma alla testa del pancreas non presenta sintomi, non da avvisaglie. Per questo i medici lo chiamano “il killer silenzioso.

Il primo di scoprire la malattia io avevo gli occhi gialli, così mi ero ripromesso di andare dal medico a farmi prescrivere le analisi del sangue. Non ne ho però avuto il tempo perché quella stessa notte mi sono ritrovato al pronto soccorso a causa di un dolore lancinante alla schiena, dolore che poi ho scoperto essere uno dei campanelli d’allarme per questo tipo di cancro. Sono entrato all’ospedale alle tre di notte e pesavo novantadue chili, ne sono uscito tre mesi dopo e pesavo solo più sessantuno chili.

In questo tempo mi sono sottoposto alle cure e ho subito un’operazione che ha confermato che il mio cancro non è operabile.

Poi?

A dicembre mi hanno dimesso dall’ospedale perché non avevo valore compatibili con la terapia salvavita. Mi hanno dimesso per concedermi di passare quel poco tempo che mi rimaneva da vivere con mia mamma, mia moglie, familiari e amici. Un giorno di fine dicembre 2013 però, tra le tante cose strane che mi sono successe, ho fatto gli esami del sangue e i valori erano compatibili: ero pronto per fare la chemioterapia. L’abbiamo iniziata il 2 gennaio 2014 perché l’1 era festa.

In due trance ho fatto sedici mesi di chemio.

Infatti alle dita porti sedici anelli…

Speriamo di non metterne più, mi verrebbe da dire. In realtà però poterne mettere ancora è importante perché significa che posso ancora combattere contro questa malattia. L’idea di mettere gli anelli è nata quasi come scherzo con il mio oncologo. Dato che le cure erano sperimentali gli ho detto a battuta: metterò un anello per ogni mese in cui riuscirò a sopravvivere. Sono quelle piccole cose a cui ci si aggrappa, una cosa difficile da spiegare ma che mi ha aiutato. Alla vista degli altri questi anelli possono avere u  significato banale, ma per me sono molto importanti.

Alla fine mi ritrovo con sedici anelli alle dita (ride).

Foto Sally

Dopo questo periodo la tua vita ha un nuovo cambiamento…

A novembre 2015, quando ho terminato la seconda parte delle chemio, ero debilitato ma ho provato comunque ad andare avanti. Il mio oncologo mi aveva detto molto schiettamente “non c’è più nulla da fare”, una frase da non prendere però come un abbandono. Si trattava di una frase dovuta al fatto che il corpo aveva raggiunto un livello di intossicazione tale da non essere in grado di sopportare altro, però il cancro si era fermato e non progrediva, non andava in metastasi. Si era fermato al terzo stadio.

Quella frase però, “non c’è più nulla da fare”, ha fatto scattare qualcosa. Mi sono detto: io voglio vivere, ho la fortuna di abitare in Friuli Venezia Giulia con una natura e una montagna bellissima, voglio assaporare questa bellezza.

È in questo momento che sei rinato camminatore?

Devo dire innanzitutto che io non sono mai stato un atleta. Sono entrato in ospedale che pesavo novantadue chili e non avevo mai camminato. Un giorno, poi dopo essere stato dimesso dall’ospedale, ho decido di iniziare ad andare alle visite di controllo a piedi. Dovevate vedere la sorpresa dei medici quando, dopo aver detto che ero andato camminando, scoprivano che arrivavo da Fiume Veneto, un paese a quindici chilometri dall’ospedale (ride). Anche il mio oncologo, quando l’ha saputo, prima si è girato dall’altra parte e mi ha mandato a quel paese, poi è tornato per chiedermi se sentivo dolori e come stavo fisicamente.

Queste sono state le mie prime camminate a cui poi ne sono seguite molte altre. Ho iniziato a fare piccole escursioni, sono andato a raccogliere le castagne e poi, ho scoperto la Romea Strada. Si tratta di un’antica via di pellegrinaggio che parte dal Monte Lussari, una montagna stupenda, magica. L’ho detto a mia moglie e sono partito. L’obiettivo era fare solo la parte friulana, in realtà poi sono arrivato fino in Toscana (ride).

Da febbraio 2017, momento in cui ho recuperato del tutto le forze, ho iniziato a camminare e cammino cinque giorni su sette.

È vero che porti un contapassi sempre con te?

Si, ce l’ho anche adesso in tasca. È uno di quelli banali che arriva a 999 e poi si azzera.

Fino a oggi ho collezionato quattordici milioni di passi camminando.

Fino a Santiago…

Si, sono partito dai piedi dei Pirenei e l’ho fatto in ventidue giorni godendo di tutto quel che avevo attorno. Ho anche camminato per cinquantatré chilometri in un unico giorno nella tappa che va da Melide a Monte Do Gozo, il tratto giusto prima di Santiago. L’ho fatto perché durante il cammino ho conosciuto un giovane di Prato con cui ho camminato per diversi giorni. Lui voleva arrivare a Santiago il primo novembre e, quando ormai era a un giorno di cammino, mi ha chiamato dicendomi “io non entro a Santiago se non ci sei anche tu”. Queste parole mi hanno spronato a cercare di far di tutto per raggiungerlo, così quel giorno ho camminato per dodici ore e lui mi ha aspettato. Il primo novembre siamo poi arrivati nella piazza di Santiago, ci siamo scattati una foto, l’ho salutato e ho proseguito il mio cammino.

Foto Antonio Ros

Come, hai proseguito?

Sono andato verso l’oceano. Non mi sono fermato a Santiago perché il mio obiettivo era portare il mio corpo malato fino all’oceano.

Non avrei mai creduto di poterci arrivare. A metà percorso ho anche avuto una crisi: non sapevo più dove stessi andando, non c’era segnale telefonico, mi sono detto “in cosa ti sei impelagato e se capita qualcosa?”. A farmi rinsavire è poi stato il volo di uno stormo d’uccelli, avevano la loro direzione e lì ho capito che anche io avevo la mia. Quando sono arrivato di fronte all’oceano sono scoppiato a piangere come un bambino. Quel momento mi ha dato una carica incredibile e, da lì, sono anche cominciati i guai perché mi sono detto: io non mi fermo più.

Lasciando per un attimo da parte il cammino, c’è un passaggio del libro che è molto bello e toccante. Un momento in cui parli della solitudine in cui ci si ritrova quando si è malati. La malattia fa perdere gli amici?

Purtroppo si. Dico purtroppo, ma senza voler accusare nessuno. Ci sono persone che con me hanno vissuto vent’anni, persone che mi conoscono benissimo, che sono scomparse nel nulla. Non è successo con tutti, ma con la maggior parte.

Sempre durante il cammino di Santiago ho avuto un altro momento di debolezza in cui mi sono fermato un istante a pensare. Mi sono domandato su chi, tra le centinaia di persone che conosco, avrei potuto fare affidamento in un momento di bisogno, chi sarebbe corso ad aiutarmi fino in Spagna. Escludendo i famigliari ho fatto fatica a riempire  le dita di una mano. Questa cosa mi ha demoralizzato poi però ho avuto occasione di parlarne con un frate italiano durante un altro cammino e lui mi ha detto che sono una persona fortunata perché otto persone su dieci non riescono neppure a riempire una mano.

In quel momento ho capito che una pacca sulla spalla spesso non basta e che l’amicizia è qualcosa di molto, ma molto più profondo. Con questo non voglio accusa chi si è allontanato perché è successo per colpa della malattia. È successo per colpa di questo tabù, di questa parola “cancro” che io sfido. Sfido la parola, non la malattia. Sfidare la malattia sarebbe da stupidi e nona vere paura sarebbe da imbecilli. Io sfido il non parlare di questa malattia che esce in continuazione dalla mia bocca spiazzando i miei interlocutore che non sanno come comportarsi.

Continuerai a camminare?

Spero di si.

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