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L'approfondimento, Primo Piano

Vajont 9 ottobre 1963, ricordo di una tragedia annunciata

L’enorme frana precipitata dal monte Toc, diminutivo di “Patoc” (marcio). Foto Gian Luca Gasca

“Quella notte ero interessata al faro sul Toc,  per me che allora avevo otto anni era un’attrazione. Ricordo che passai ore a fissarlo dalla finestra” ricorda Gervasia Mazzucco di Casso sopravvissuta all’onda di piena che 55 anni fa distrusse Longarone, Erto e Casso cancellando la vita e il tessuto sociale di questo piccolo angolo di Alpi al confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. “Ero a letto da un quarto d’ora poi, la fine del mondo, mio fratello spalancata la porta urlava ‘scappa’ ma io non riuscivo a muovermi, ero paralizzata dalla paura, da quel rumore infernale. Lui mi ha coperto e mi ha portata via. Fuori era tutto pieno d’acqua, il figlio del vicino correva, correvamo tutti.”

“Mentre scappavamo ho incontrato mia cugina, era ferita, urlava ‘vai a trovare mia mamma, vai’”. Gervasia ricorda tutto come se fosse oggi, come se non fossero mai passati questi 55 anni, come se tutto fosse ancora attuale. In fondo è difficile dimenticare quando tutti i giorni si osserva il grigio muro della diga, quello alto 261 metri, il Grande Vajont in grado di contenere oltre 168 milioni di metri cubi d’acqua. La più grande diga al mondo che sta ancora lì, immobile, a simboleggiare l’incoscienza e l’ingordigia umana.

“I superstiti sono stati trattati in maniera disumana” ci spiega Italo Filippin, scrittore ertano. “Nel momento più tragico, quando l’onda travolse Erto, io non c’ero. Sono rientrato il giorno seguente. Ho attraversato macerie e resti di corpi e sono arrivato al paese attraverso le montagne, la strada era stata cancellata.”

“Dopo la tragedia è iniziata la diaspora per noi ertani. La valle non doveva più essere abitata, hanno minacciato le famiglie e hanno iniziato a costruire un nuovo paese: Vajont. A chi sceglieva di andare lì promettevano facilitazioni e posti di lavoro in fabbrica, che poi non sono mai arrivati”. Non tutti però scelsero di andare, dopo la tragedia molti ertani decisero di resistere e occuparono le loro vecchie case. Si ricostruirono una dignità tra le macerie del paese. Il cinquanta percento di noi ha scelto di restare. Abbiamo lottato per avere il diritto di stare nel nostro paese. Ci tagliarono la luce, non ne avevamo diritto, hanno tolto i servizi, i negozi. Eravamo clandestini in casa nostra”. Gli ertani ressero in queste condizioni per otto anni dopo la tragedia fin quando la “resistenza montanara” sfociò in una rivolta, una manifestazione in cui si chiedeva di tornare ad essere cittadini. “Non chiedevamo altro che di poter entrare nelle nostre case e vivere onestamente dove si trovavano i nostri ricordi, le nostre radici. Con il tempo abbiamo ricostruito il paese e abbiamo ricominciato a fare i Cagnudei (la famosa e tradizionale Via Crucis di Erto, nda), siamo tornati alla vita”.

“Quella notte ci ha cambiato la vita: a me e a tutti gli altri che erano qui” spiega ancora Gervasia che ricorda di aver visto l’onda di piena arrivare dall’alto su Casso. “È precipitata sul paese da oltre 80 metri d’altezza, un mio zio era in piazza in quel momento, è sparito. Eravamo in dieci in famiglia, ma dopo quella notte non avevo più niente e nessuno. Mamma, zio e zia sono spariti nel nulla. Anche una cara amica ha fatto quella fine. Io mi sono ritrovata in un orfanotrofio a Venezia, non ero più nulla. Avevo perso la mia identità. Ogni giorno, quando mi svegliavo, per me era un dolore immenso, ero persa” racconta la sopravvissuta a qualcosa che è difficile immaginare e comprendere. Noi, che non abbiamo vissuto nulla di tutto questo, possiamo solo immaginare e ricordare. Possiamo salire sopra Erto e Casso a osservare quella ferita ancora viva: non ci cresce nulla sopra. È  sterile il vuoto lasciato dalla frana precipitata dentro la diga a oltre 80 chilometri orari la sera del 9 ottobre 1963. Quel nulla è simbolo di persone che hanno sofferto e continuano a soffrire, è testimonianza che andrebbe portata nelle scuole perché le nuove generazioni possano imparare il peso delle decisioni e delle responsabilità.

 

“Quando ti avvicini alla morte in un modo così assurdo poi ti gusti la vita, hai la dimensione del niente che attraversa la nullità” Gervasia Mazzucco.

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