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La nuova frontiera dello sci estremo: gli 8000m

Sci estremo, 8000 metri, Cala Cimenti, Giorgio Daidola

Pare essersi accesa la miccia dello sci estremo in Himalaya. Era da tempo infatti che non si assisteva a così tanti exploit, e a così tanti progetti, di sci a quota ottomila metri. Dopo il progetto portato a termine quest’estate dal polacco Andrzej bargiel sul K2 abbiamo infatti assistito ad altre interessanti realizzazioni come la prima discesa integrale del Lhotse da parte di Jim Morrison e Hilaree Nelson e, in questi giorni, si stanno portando avanti nuovi tentativi di discesa all’Annapurna da parte dei russi del progetto “Death Zone Freeride” e ancora al Dhaulagiri dove è in corso il tentativo di Herbert Helmutt e Sergey Baranov. La stessa montagna su cui, l’autunno scorso, si è cimentato lo Snow Leopard piemontese Cala Cimenti non riuscendo però a portarsi a casa quella first line integrale alla settima montagna della Terra.

Ripercorrere la storia dello sci sugli Ottomila è difficile, al massimo si trovano sparute recensioni di tentativi e discese riuscite. Manca però una pubblicazione enciclopedica che racconti quanto accaduto allo sci estremo dopo che questo ha scelto di allargare i suoi orizzonti oltre i pendii alpini per dedicarsi dapprima a montagna tra i sei e i settemila metri per approdare infine sulle più alte vette del pianeta. Nell’attesa che qualche editore accolga la richiesta siamo andati a ricercare gli inizi di questa nuova disciplina himalayana. Una delle più celebri tracce di sci a ottomila metri la troviamo nel personaggio di Yūichirō Miura, alpinista giapponese che nel 1975 sciò sulle pendici dell’Everest. In quell’occasione lo sciatore tracciò curve tra Colle Sud e il campo 1 utilizzando un paracadute per frenare la discesa. La prima discesa integrale dell’Everest venne poi realizzate solo molti anni dopo, nel 2000, a opera di Davo Karničar, alpinista sloveno che poi porterà a termine in sei anni (2000-2006) la discesa in sci di tutte e sette le Seven Summits.

Tornando per un attimo agli anni ’80, un altro interessante momento dello sci a ottomila metri arriva con Giorgio Daidola che, dopo aver Salito la cima centrale dello Shisha Pangma l’ha disceso con gli sci da telemark. Allo scoccare degli anni ’90 tocca invece al Nanga Parbat sceso integralmente dall’italiano Hans Kammerlander. Ventitré anni dopo a capitolare è invece il Cho Oyu che viene sceso per la prima volta dal cuneese Mario Monaco ma, in questo ventennio, la ricerca della curva perfetta su altre montagna himalayane non si è certo fermata. Il K2 pare essere una delle sciate più ambite tant’è che viene tentata sia nel 2008 che nel 2009. In entrambi gli anni i risultati saranno tragici, il primo per la morte dell’italiano Michele Fait, il secondo per quella di Fredrik Ericsson (già compagno di Fait nel 2008).

È una storia avvincente quella dello sci a ottomila metri. Ci sono tentativi, momenti tragici e istanti di pura bellezza. Momenti silenziosi in cui si tracciano eleganti curve che poi, in una manciata di minuti, spariranno nel nulla cancellando ogni traccia di passaggio. Sarebbe bella una pubblicazione sistematica sullo sci in Himalaya, ma questo l’abbiamo già detto ora, lasciamo la parola a due protagonisti in modo che ci possano aiutare a meglio capire il fenomeno dello sci in altissima quota.

Giorgio Daidola

“Oggi è molto forte la ricerca di un exploit di sci ripido estremo in Himalaya. Credo che tutto dipenda dal fatto che sulle Alpi ormai rimangono ben poche cose da fare. Qui da noi, negli ultimi anni, è diventato quasi tutto normale e quelli che un tempo erano itinerari di sci estremo oggi sono diventati itinerari di sci ripido.

Oltre a questo i grandi exploit himalayani sono consentiti dal miglioramento dell’attrezzatura, della preparazione atletica dello sciatore e anche dall’avanzamento della tecnica. Sono tutte cose collegate. Quel che però andrebbe valutato con attenzione è il valore di queste discese. Non credo, ad esempio che si possano paragonare le sciate himalayane con quelle alpine: sciare a 8000 metri è tutt’altra cosa, soprattutto a causa della mancanza d’ossigeno. Se però dovessimo valutare unicamente la tecnicità della discesa, la difficoltà del tracciato, il tipo di neve e l’inclinazione non so se queste grandi imprese himalayane potrebbero rientrare nella sezione di alpinismo estremo. Si tratta di una cosa da valutare con molta attenzione e non credo si possa lasciar fuori la questione altezza”.

 

Cala Cimenti

“Scendere con gli è innanzitutto una questione di utilità. Sugli Ottomila, quando devi effettuare un semplice discesa verso i campi più bassi o al campo base spesso devi mettere in conto un’ora o anche più di marcia mentre con gli sci riesci a fare lo stesso percorso in una manciata di minuti risparmiando tempo ed energie. Anche se ti devi togliere d’impiccio in fretta, a causa di un pericolo, gli sci tornano utili per essere più rapidi.

In realtà poi sciare a ottomila metri non è particolarmente bello. Spesso trovi neve bruttissima, crostosa e lavorata dal vento. Poi c’è il fatto della mancanza d’ossigeno che ti fa faticare molto di più e rende difficile riuscire a concatenare più di tre o quattro curve di seguito. Il bello sta nell’essere in un luogo incredibile, dove solo pochi arrivano. Quando sei su e guardi in basso l’emozione che provi è grandissima. Io poi ho scelto di sciare perché amo sciare e quindi preferisco muovermi sugli sci che camminare in discesa, quel che provo mentre scendo è qualcosa di bellissimo. Se poi, nella discesa di un Ottomila, hai la fortuna di imbatterti in una neve buona allora il momento diventa indimenticabile”.

 

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