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Siberia – 71°, libro, Simone Moro, Stefano Ardito
Siberia – 71°, libro, Simone Moro, Stefano Ardito
© Simone Moro / Rizzoli

Sulla Terra c’è ancora lo spazio per vivere una vera avventura. E’ questa la prima riflessione di chi legge Siberia -71°, sottotitolo Là dove gli uomini amano il freddo.

Il volume appena uscito (Rizzoli, 316 pagine, 19 euro) nel quale l’alpinista bergamasco Simone Moro racconta l’avventura vissuta in Siberia, tra gennaio e febbraio del 2018, con l’altoatesina Tamara Lunger che era già stata con lui sul Nanga Parbat invernale e sul Kangchenjunga. 

I due alpinisti, accompagnati fino al campo-base dal fotografo bergamasco Matteo Zanga, dal giornalista Filippo Valoti Alebardi (un italiano che vive e lavora a Mosca) e dall’alpinista siberiano Oleg Sayfulin, hanno salito in prima invernale il Pik Pobeda, la cima di 3003 metri che segna il punto più alto dei Monti Čerskij e della Siberia orientale, che d’inverno è il luogo abitato più freddo del pianeta.

La salita alla vetta, compiuta in una sola tirata dai 1240 metri dal campo-base avanzato, è stata un’impresa alpinistica non da poco. Simone e Tamara hanno superato la prima parte sugli sci, poi hanno arrampicato su una parete di misto con passaggi, secondo Moro, “più difficili dello Shisha Pangma e del Gasherbrum II d’inverno”.

I due alpinisti hanno affrontato legati la parte più difficile della parete, compreso un traverso su neve estremamente instabile. Prima della vetta, per lunghi tratti, Simone ha arrampicato su misto con la tecnica del dry-tooling, agganciandosi con le due piccozze ad appigli o a fessure sulla roccia.

Tamara, che per risparmiare peso aveva portato un solo attrezzo, lo ha seguito da seconda di cordata. Sulla vetta, alle 15.37 dell’11 febbraio, i due hanno trovato un palo metallico eretto in estate, e una temperatura intorno ai 40 gradi sotto zero, e si sono abbracciati con gioia.

In discesa, oltrepassato il traverso pericoloso, Tamara e Simone si sono slegati, e sono scesi ognuno al suo ritmo, senza tentare assicurazioni aleatorie. In tutto hanno impiegato 7 ore e 20 minuti per la salita, e 4 ore per la discesa.

Come nei volumi di un secolo fa, che raccontano le imprese del Duca degli Abruzzi, la parte alpinistica di Siberia -71° inizia solo a pagina 225 del libro. Nella prima parte, Simone Moro racconta com’è nata l’idea dell’impresa, e poi la scelta della tecnica e dei materiali necessari in collaborazione con la North Face, la Garmin e gli altri sponsor.

S’inchina ad Anatoli Boukreev, straordinario alpinista e suo maestro in Himalaya, che a ventun anni dalla sua morte a causa di una valanga sull’Annapurna è ancora “una presenza quotidiana, un amico che posso chiamare, un riferimento mentale ordinario, piacevole, necessario”. 

Fa riferimento a In terre lontane, uno dei libri in cui Walter Bonatti ha raccontato il suo viaggio al “Polo del freddo” compiuto all’inizio degli anni Sessanta. Poi, come ogni alpinista che si rispetti e come ogni buon pilota di elicottero, si dedica con attenzione maniacale alla preparazione e alla ricerca degli sponsor. 

Ma tutto questo non è che un prologo. A scaraventare i protagonisti e il lettore in un mondo diverso da quello che conosciamo è la voce del pilota che, dopo l’atterraggio a Jakutsk, annuncia che “la temperatura all’esterno è di -42 gradi”, senza destare stupore tra i passeggeri.

Seguono una passeggiata per le vie cittadine abbiglianti come per un’invernale in Himalaya, lo stupore di fronte alle case e ai negozi dove i riscaldamenti mantengono una temperatura bollente. Poi il viaggio diventa più avventuroso.

Un vecchio Antonov a turboelica porta la spedizione alla cittadina mineraria di Ust-Nera. Da qui si deve proseguire via terra, su un furgone UAZ 4×4, prima su una strada vera e propria e poi sul letto di un fiume ghiacciato.

Alla fine, un gelido tratto in motoslitta conduce i quattro italiani e il loro amico siberiano Oleg alle baracche di un gruppo di allevatori di renne, che li ospitano per qualche settimana in uno dei luoghi più inospitali della Terra. Da qui, un passo dopo l’altro, Simone e Tamara proseguono, sugli sci e poi a piedi, verso il campo-base avanzato e il Pik Pobeda.

Tra tanta bellezza, a più riprese, nel cuore della Siberia più selvaggia affiora il volto della vecchia Russia degli Zar e dell’Unione Sovietica comunista, che nella sfavillante Mosca di oggi sono andati in buona parte perduti.

I supermercati dagli scaffali vuoti o quasi, gli alberghi e i ristoranti con personale scortese e aggressivo, la palestra della scuola di Jakutsk dove gli studenti, invece di giocare a pallavolo o a basket, marciano con piglio militaresco avanti e indietro.

E soprattutto l’arteria che attraversa la Siberia, costruita dai lavoratori-schiavi dei Gulag, che ancora oggi è indicata come “Strada delle Ossa”.

A dare un’impronta al libro, insieme al gusto della sfida, è il piacere di trovarsi in un luogo così straordinario e diverso. “Attorno a noi, nel silenzio più assoluto, c’erano solo neve e boschi. Che incanto!” scrive Simone a metà del lungo e gelido viaggio in motoslitta. 

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8 Comments

  1. Vista sul web la copertina di Epoca originale:La foto di Bonatti assomiglia, il titolone riporta” 65 sotto zero”..adesso siamo ancora piu’ sotto.

  2. Non riesco a capire le temperature siberiane. Moro ha trovato in vetta -40. In copertina cita un -71. Il salame spaziale ha trovato a 24.000 m (non a 3000) -54. C’è un po’ di confusione.

  3. Ma quindi se io vado a fare surf in un posto dove ci sono state onde di 20 metri…..ma io faccio surf quando ci sono onde di un metro, poi posso scrivere un libro e in copertina dire di aver fatto surf con onde di 20 metri?

  4. Con quella salita e il fracasso mediatico che ne è seguito Simone Moro ha toccato proprio il fondo. Non mi stupisco che Urubko non faccia più niente con lui. A temperature del tutto simili a quelle da lui dichiarate sono sempre state fatte invernali su pareti di ben altra difficoltà sulle Alpi già decenni fa: vogliamo ricordare Renato Casarotto sul Diedro Cozzolino, tanto per dirne una?!? Perfino io stesso ho fatto invernali di 1800m di dislivello sulle Giulie con passaggi di M4 a temperature confrontabili, ma mi guardo bene dal spacciarle per alpinismo di punta…e tanto meno scriverci un libro. PATETICO….

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