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Alpinismo, Interviste, Primo Piano

Alpinismo e social? “Quelli che appaiono di più sono quelli che vanno di meno”

Roberto Rossi, Guida Alpina, alpinismo, social

Chi bazzica l’ambiente alpinistico delle Alpi Occidentali ha sicuramente già sentito parlare di lui. È un personaggio fuori dagli schemi, una Guida Alpina con all’attivo una lunga e interessante lista di salite effettuate sulle più svariate catene montuose del mondo. Dalle Alpi al Sud America passando per Africa e Yosemite Valley. La sua è una voce spesso polemica e fuori dal coro che racconta di un alpinismo tecnico e ricercato. Un alpinismo di nicchia volendo, fatto di salite che rimangono “nascoste” alla massa e che vengono conosciute (e riconosciute) solo dagli addetti ai lavori. Lasciamo però che a parlarcene sia Roberto Rossi, torinese classe 1976 laureato in Biologia, Guida Alpina dal 2003 e Istruttore delle Guide dal 2007, che per passione si è trasferito tra le montagne della Valle d’Aosta entrando a far parte delle storiche Guide del Cervino.

Da guida alpina con un vasto e spesso curriculum alpino credi che sulle Alpi ci sia ancora spazio per qualcosa di interessante?

Sulle Alpi è da parecchio tempo che non c’è più spazio per vie “logiche”, credo però ci sia ancora spazio per l’apertura di vie “interessanti”, come le avete definite, o simpatiche o divertenti, come preferisco chiamarle io. Sicuramente, in alcuni massicci c’è più spazio per aprire vie di qualità e, forse, anche “logiche”, in Oberland ad esempio. Sul Bianco, per le vie logiche, direi che i giochi sono conclusi, o quasi.

L’alpinismo di oggi e quello di un tempo. Com’è cambiato l’approccio alla montagna? La modernità della comunicazione (social, comunicazione in diretta, satellitari, live traking) ha ucciso l’avventura?

Oggi l’Alpinismo e l’approccio alla Montagna sono radicalmente cambiati rispetto anche solo a 15 o 20 anni fa. La società è cambiata in maniera radicale e così tutte le varie attività all’interno della stessa, compreso l’alpinismo. Viviamo in una società che va ai duemila all’ora, dove è più facile fare ed avere accesso a tutto e dov’è molto più difficile il non riuscire a raggiungere i propri obbiettivi, sportivi intendo. Abbiamo previsioni meteo accurate, materiali sempre più leggeri e performanti, internet su cui troviamo ogni tipo di informazioni e foto circa una determinata salita… è evidente che un certo tipo di “avventura”, così come la chiamate, non esiste più. Adesso, quando si parte per una via, si sa già quasi tutto: materiale da portare e dove piazzarlo, tiro chiave e “méthode” per riuscire a passarlo al meglio, consigli, foto scattate da tutte le angolazioni.

Quando a vent’anni feci Voyage al Grand Capucin con Riccardo Olliveri non c’era ancora internet e questa mitica via era avvolta da un alone di mistero che aumentava la sua mitizzazione (almeno nella mia area di provenienza). Era una via che incuteva timore e di cui si sapeva solo che c’erano pochissimi spit su placche terribili e pendoli e fessure cieche e difficili da proteggere. le poche foto presenti sulle guide di arrampicata o sulle riviste erano puntualmente ruotate a favore di gravità… che palle però, erano i retaggi di un alpinismo eroico volto a far vedere chi ce l’aveva più lungo, quando in realtà, di Rocco Siffredi, ce n’erano ben pochi. Certo, c’era più magia, dettata dal non sapere tutto a priori… quanto ho sognato sui libri di Grassi o Piola o Rébuffat!

Se ti chiedessimo invece di dirci qualcosa di bello nella modernità di comunicazione?

Siamo indubbiamente avvantaggiati in termini di organizzazione delle nostre uscite e alla fine, quando scali, ci sei sempre e solo tu e la montagna. Poi però se mi chiedete dell’avventura, prima di rispondervi, vorrei una definizione della stessa, cioè cosa si intende per “avventura”; per me è un concetto abusato!

Oggi tutti gli alpinisti hanno almeno un profilo social, un utile strumento per seguirli, ma anche…

Secondo me Facebook inizia a mostrare segni di obsolescenza. Nel tempo si è evoluto, è maturato, ha subito trasformazioni, ma mai come nell’ultimo periodo si è mostrato sempre più come una piattaforma di propaganda fine a sé stessa o verso le proprie ragioni o la propria posizione sociale, a dispetto di quella condivisione di esperienze sensoriali, emotive e fisiche che rappresentavano lo scopo originario del social stesso. Fatto sta che da un po’ di tempo a questa parte faccio una enorme fatica a utilizzare questo sito di aggregazione come la sua, probabile, origine vorrebbe. Mi piacerebbe continuare a raccontare, leggere, spiegare ed elaborare delle esperienze per il solo piacere di condividerle con tutti; ma ogni volta che ci provo (provavo) mi trovo a dover lottare in una palude di post autocelebrativi, propagandistici, ridondanti, noiosi, senza senso, enigmatici, stupidi, falsi e io ho troppa voglia di fare qualcosa di concreto che mi occupi il tempo libero in maniera più piacevole e redditizia. Per questo non riesco più ad andare oltre qualche foto più o meno riuscita o qualche post ironico o autoironico. Facebook, ora come ora, non mi dà più stimoli e soprattutto non mi dà più spunti di curiosità. Per il resto vi rimando alle parole di Umberto Eco.

Quindi ci stai dicendo che l’alpinismo ricercato, tecnico, non si trova sui social…

L’Alpinismo di un certo livello lo troviamo anche sui Social ma posso affermare con sicurezza, essendo da 35 anni nell’ambiente e avendo avuto la fortuna di arrampicare (o meglio far sicura), sciare, andare in Montagna con alcuni dei più forti di sempre, che quelli che appaiono di più, spesso sono quelli che vanno di meno.

Quando uno vende la sua immagine al pubblico per le sue imprese, deve avere l’onestà intellettuale di non buggerare il prossimo solo perché questi non ha i parametri per valutare, raccontando di imprese memorabili quando in realtà molti alpinisti sarebbero in grado fare le stesse cose e sicuramente con uno stile migliore. Solo in Italia abbiamo queste anomalie con gente bravina che surclassa mediaticamente, e quindi economicamente ma non alpinisticamente quelli “veri”, vendendosi come super alpinisti. Personalmente mi sono rotto le scatole di sentire questa gente che pontifica e che ruba visibilità a chi, questa visibilità, la meriterebbe sul serio. Quindi vi rispondo dicendovi che oggi gli alpinisti di punta sono altri e fanno altro e sui social compaiono come persone normali, non come super eroi imbalsamati e prigionieri della loro immagine.

Da Guida Alpina trovi che oggi la montagna e l’alpinismo siano comunicate nel giusto modo ai più giovani?

Credo che la Montagna sia comunicata in maniera ancora molto sbagliata o quantomeno lontana dalla realtà, anche se rispetto ad anni fa, almeno si è andati un po’ oltre la componente “eroica” e di lotta con l’Alpe e di sofferenza che permeava certe culture, in particolare l’area alpinista Torinese dalla quale, nel bene e nel male, provengo. Adesso mi sembra ci sia una sana spensieratezza e voglia di divertirsi e ci sono tanti giovani che portano questo messaggio, in maniera pura e disinibita e con un livello tecnico mostruoso, senza troppi idoli da seguire o idolatrare.

La cosa che critico al vostro settore di giornalisti cartacei o di siti web è quella di non informarvi sui fatti e/o di non avere la capacità di valutare se una salita ha un valore alpinistico tale per cui vale la pena di pubblicarne la notizia o meno. Voglio portarvi un esempio: sareste in grado di dare un voto e quindi di valutare una performance di Tania Cagnotto o di Caroline Kostner ai Mondiali o ai Giochi Olimpici? Assolutamente no, a meno che non abbiate fatto tuffi o pattinaggio ad alti livelli nella vostra vita. Al contrario sapreste dire se la Pellegrini ha fatto una super prestazione perché c’è il cronometro a fartelo notare. Ecco, questa è proprio la differenza tra quando si pubblica una news su Adam Ondra o su Alpinisti soprattutto dell’est Europa o un alpinista che sale un Ottomila da una via pseudo normale spacciandola per impresa in stile alpino. Il pubblicare la seconda notizia in maniera entusiastica con tanto di interviste post rientro, celebrazioni e annessi e connessi, richiederebbe per certo un maggior approfondimento circa la salita e la sua reale difficoltà. Quello che sto cercando di dirvi è che alla fine l’alpinismo è l’unica attività autocelebrativo: chiunque può chiamarti e raccontarti la sua “performance”, con aneddoti e difficoltà a piacere e voi pubblicate.

Ultima domanda: cosa pensi delle proposte per limitare gli incidenti sul Monte Bianco espresse dal sindaco di Saint-Gervais?

Penso che abbia fatto bene. E chi sostiene che con questo atto venga sancita la fine dell’alpinismo e della relativa libertà in montagna dice una castroneria pazzesca. Mai nessuno vieterà l’accesso alle montagne, qui si parla solo di regolamentazione. Ma secondo voi, allo stadio o in un cinema o a teatro, entrano tutti quelli che vogliono o c’è un numero massimo? Ecco, sul Bianco dal Gouter è la stessa cosa. Ne va della sicurezza delle persone e un’amministrazione comunale ha il compito di salvaguardare l’incolumità delle persone. Non credo verrà vietato l’accesso a chi ha materiale da bivacco ma solo a chi non ce l’ha e non ha una prenotazione al Gouter. E poi francamente, salire in cima al Monte Bianco dal rifugio Gouter a luglio o agosto non credo possa essere considerato Alpinismo.

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13 Comments

  1. In larga parte condivisibile ma, confondo io, o stiamo parlando della guida che ha partecipato al reality? Se è così pur condividendo lo trovo incoerente. Parere personale.

  2. Scusate riprendo. nel suo sito si pubblicizza l’elisky che trovo, con voce sommessa lo dico, incoerente con la sua visione, rappresentata nell’articolo. mi piacerebbe capire, solo per una mia maggiore apertura mentale, come sia compatibile la pratica dell’elisky con una visione dell’alpinismo ed un curriculum conseguente come quello che ho potuto vedere nel sito http://www.mountain-passion.com/ grazie

  3. Ma scusate, e’ lo stesso Roberto Rossi che partecipava, accompagnando un’attrice, al reality Monte Bianco? Probabilmente e’ un omonimo….altrimenti troverei un po’ ridicolo definirlo “fuori dagli schemi”, avendo partecipato a quel reality.

  4. Il web comunica puntualmente anche i crolli di pareti o guglie, dovute ai mutamenti climatici o erosione lenta ma inesorabile.Li’dovrebbero tuffarsii cercatori di nuoce vie, su cio’che e’cambiato, che rende inutili le relazioni dettagliate e persino i filmatini con la telecamera sul casco.
    Anche fidarsi troppo delle relazioni, pure di vie ferrate, ha i suoi rischi ..una passaggio puo’essere mutato , i chiodi e gli appigli unti diventati da una statgione all’altra piu’ incerti, il cavo tranciato da una caduta di sassi. Poi si puo sempre intraprendere una classica astenendosi dal cercare, leggere , portarsi la fotocopia delle relazioni, come fosse quasi una prima.

  5. Giusto or ora leggo articolo di cronaca di oggi 3 ottobre : crollata una parete del Gruppo del Montasio, in Friuli.
    Dalla crisi che pur sempre dispiace, nasceranno nuove opportunita’….per i nuovi adepti o quelli stagionati ma in gamba.Ma si spera che non divulghino troppo.Magari solo sussurri nell’ambiente col passaparola, nei rifugi o all’osteria..o in una serata in sezione, senza troppi particolari.Magari invogliando qualcuno a rifare assieme.
    DinoBuzzati ha descritto magistralmente il clima nel racconto “Le montagne sono proibite”

  6. Si parla di social, che c’entra il reality, un incarico sicuramente ben retribuito che nessuna guida avrebbe rifiutato! Come al solito c’é sempre qualcuno che non capisce il contenuto dell’articolo. Complimenti invece per quello che ha detto e soprattutto per l’ultima considerazione relativa alle limitazioni del Router, che condivido al 100%

  7. E’ rimasto lo stesso borioso di quando, da giovani, arrampicavamo insieme!
    Tuttavia, seppur dette da uno che non ha molti titoli per dirle, molte cose le trovo condivisibili, altre meno.

  8. Gli imbecilli sono ovunque: sulle montagne come tra i succitati commentatori. Che gli alpinisti più impressionanti siano spesso sconosciuti al grande pubblico del resto è stravero, lo sappiamo. Non c’è un campionato, non è uno sport, ma dello sport ha tecnica di comunicazione: quella dove comandano gli sponsor, sicché i Barmasse e i Moro allora sono conosciuti e altri meno, e si celebrano imprese e si scrivono libri anche quando si sfiora il ridicolo. Quanti conoscono il mio amico Nicolini, che attorno ai 50 anni ha scalato tutti i 4000 in 60 giorni? E’ solo un esempio che amo fare. Così come amo dire che, di tutte le evoluzioni di cui l’alpinismo ha dovuto nutrirsi, quella della velocità è stata la più dannosa per il cascame orribile che ha riversate su masse che ascendono, oggi, ovunque, guardando l’orologio. Comunque non credo che «solo in Italia» abbiamo il primato della comunicazione nell’alpinismo, e comunque la comunicazione bisogna saperla fare e avere qualcosa da comunicare. Giornalismo di montagna? Quello sì che in Italia non esiste. I libri scritti dagli alpinisti sono una somma di balle spaziali, tanto nessuno può verificarli. Non c’è spirito critico vero: solo invidie e antipatie, al limite. Tra i giornalisti abbiamo qualche viscido amico di qualche alpinista, tipo il Filippin di turno, dopodiché i social e l’ignoranza spaccona la fanno da padroni. I forum degli alpinisti sono un incubo di ignoranti ed esaltati. Con l’amico Rouge non sono d’accordo solo sul suo assenso alle proposte francesi per limitare gli incidenti sul Bianco: se non è proprietà privata o militare, io devo poter andare dove voglio, come voglio e attrezzato come voglio, anche nudo: qui siamo alla base della democrazia occidentale. Quanto alle definizioni di alpinismo (Rouge dice che sul Bianco in luglio o agosto, dal Gouter, non è alpinismo) troppe ne ho sentite, di definizioni. Infatti preferisco distinguere tra alpinisti e non: ma non è misurabile, perché è uno stato dello spirito, uno stato mentale. L’inutile forse lo puoi conquistare, ma spiegare mai.

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