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Chris Bonington: non ho rimpianti, ho avuto e ho una vita meravigliosa

Sir Chris Bonington, Ladek Mountain Festival

Sir Chris Bonington non necessita certo di presentazioni. Stiamo parlando di una pietra miliare nella storia dell’alpinismo. Parliamo di un alpinista con un curriculum di prime ascensioni impressionante, a partire dalla prima ascensione alla Torre Centrale del Paine, della nuova via sulla parete Sud dell’Annapurna, delle quattro volte in vetta all’Everest, della prima ascensione al Cangabang e allo Shivling. Un palmares incredibile per una vita meravigliosa che ci siamo fatti raccontare durante il Ladek Mountain Festival.

 

Lei è una leggenda vivente dell’alpinismo, ne è cosciente?

Beh, sono stato in giro per il mondo per così tanto tempo… Credo sia un privilegio ma anche una responsabilità: devi cercare di proteggere le cose in cui credi.

Nella sua lunga carriera come ha visto modificarsi il mondo alpinistico?

Tutte le attività umane cambiano nel tempo, è un’evoluzione naturale. Credo si possa parlare di una retrocessione quando diciamo “oh, come era tutto bello a quei tempi”. Lo facciamo troppo spesso e in realtà sbagliamo a farlo. È normale che le cose cambino perché anche la società si trasforma e con essa ciò che le persone vogliono fare. Dovremmo imparare a vivere tutto con questa prospettiva.

C’è però secondo lei qualche valore assoluto che trascende i tempi?

Certamente. Bisogna ad esempio stare attenti a conservare il giusto rispetto per l’ambiente in cui pratichiamo le nostre attività. La componente etica, il come arrampichi, credo invece sia secondario. La cosa più importante è salvaguardare l’ambiente. È fondamentale perché oggi sempre più persone vanno su per le colline e le montagne.

A cos’è dovuta quest’aumentata frequentazione delle terre alte?

Credo sia dovuta alla vita moderna, sempre più stressante. L’esagerato stress quotidiano ha trasformato le vette in terapia, se vogliamo usare un termine medico. La camminata, l’arrampicata, anche la mountain bike diventano sempre più importanti come luogo di liberazione dalla quotidianità.

Si potrebbe quindi dire che l’alpinismo è sinonimo di libertà?

Certo, anche se questa libertà si perde quando l’alpinismo fa grande uso di chiodi a espansione. Si tratta di attrezzature che danneggiano la roccia e che stanno arrivando anche lì dove un tempo si scalava senza. Ci sono aree bellissime che in origine sono state interessate da un alpinismo diverso, con solo utilizzo di protezioni effimere come Nuts e Friend. Si tratta di aree che andrebbero lasciate così come sono.

Sir Chris Bonington, Ladek Mountain Festival
Chris Bonington, malconcio per una caduta in montagna, durante la nostra intervista

E cosa ne pensa del sovraffollamento che si riscontra, ad esempio, sul Monte Bianco e dei conseguenti divieti che si vorrebbero imporre?

Penso che ci dovrebbe essere meno burocrazia quando si parla di montagna. Mi dispiace per simili situazioni e non credo sia la giusta via da seguire.

Se allarghiamo le vedute lo stesso discorso di può fare per l’Everest dove il numero di persone che salgono cresce anno dopo anno. Di certo sul tetto del mondo una gestione migliore ridurrebbe il problema, ma iniziare a parlare di restrizioni numeriche mi pare eccessivo.

Che soluzione proporrebbe invece?

Di lasciar salire le persone e non pensare al fatto che sia terribilmente affollato. La gente sceglie di farlo? Mi sta bene. Ciò che invece la Francia sta facendo sul Monte Bianco imponendo una prenotazione anticipata in rifugio, limitando il numero, è pura burocrazia.

Parliamo un po’ di lei: a 84 anni si tende tirare le somme, a guardare il bello e il brutto che si è affrontato. Ricordando le sue avventure le viene in mente un momento particolare?

Così di primo impatto mi viene in mente il 1960: l’anno della mia prima esperienza in Nepal, quando ho salito l’Annapurna II. In quel periodo c’era una sola strada che attraversava tutto il Paese, un percorso che dalla frontiera tra India e Nepal arrivava a Kathmandu. Ricordo che non c’erano turisti, non c’erano camion e si iniziava a camminare praticamente da Kathmandu.

In quell’anno scalammo la parete nord dell’Annapurna II e per tutto questo tempo non vedemmo una singola persona. Sulla via del ritorno poi incontrammo due membri della spedizione svizzera del Dhaulagiri. Un incontro buffo dopo non aver visto nessuno per così tanto tempo.

Anche l’anno successivo ad esempio, al Nuptse, incontrammo Peter Aufschnaiter, uno dei ragazzi della spedizione di Heinrich Harrer al Nanga Parbat. Uno di quelli che era stato internato da governo britannico durante la seconda guerra mondiale. E ancora, all’Ama Dablam, incontrammo due membri della spedizione scientifica di Hillary.

È stato bello essere lì in quel momento alpinistico.

Ha un sogno alpinistico/esplorativo rimasto nel cassetto?

No, non ne ho. La vita mi ha dato tanto, ho raggiunto tante vette, alcune magari non le ho raggiunte ma la vita è così: si vince qualcosa e si perde qualcosa. Lo si accetta, ma sono veramente contento e soddisfatto di quel che sono riuscito a ottenere.

Un’ultima curiosità: chi è lei oggi?

Un signore di ottant’anni con una vita normale. Ho avuto la fortuna di trovare una nuova compagna con cui ho una relazione fantastica, la mia Loreto. Praticamente facciamo tutto insieme. Viaggiamo molto e abbiamo una vita movimentata che soddisfa. Credo di avere una bella vita.

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