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Agitu Gudeta scappata dall’Etiopia al Trentino, tra tradizione e razzismo

Agitu Gudeta, capra mochena, Etiopia, Trentino, allevamentoFoto “La capra felice”

Agitu Gudeta, 40 anni, proviene dall’Etiopia ma ormai è trapiantata in Trentino da anni. In Valle di Gresta, su prati esposti al sole, gestisce l’azienda agricola “La capra felice”, un’attività con cui ha ridato speranza all’allevamento della capra Mochena minacciata dall’estinzione. Ad essere minacciata non solo la capra, ma anche Agitu che nell’ultimo anno è stata vittima di aggressioni e dispetti a sfondo razziale. Una situazione che però non ha scalfito la gioia di vivere che Agitu trasmette naturalmente con i suo sorriso e la sua voglia di vivere. Per questo la “regina delle capre felici”, come spesso viene soprannominata, continua ad allevare le sue piccole capre in quello che lei chiama un ambiente di pace e bellezza.

Agitu era arrivata in Italia per studiare sociologia e, quando riusciva, tornava in Etiopia dove con il padre si occupava di progetti di agricoltura sostenibile. Attività che ben presto l’hanno resa personaggio scomodo per il governo etiope ormai avvezzo alle pratiche di “land grabbind” (acquisto di terreni agricoli da parte di multinazionali a discapito dei popoli locali, repressi e sfruttati). Per queste ragioni il governo ha emesso verso di lei un mandato d’arresto che l’ha costretta alla fuga, una fuga che oggi la vede insediata ed integrata tra le montagne trentine dove porta avanti la sua passione per la pastorizia e il recupero della tradizione.

 

Che tipo di capre alleva?

Otto anni fa ho iniziato con 15 capre, oggi ce ne sono invece 180. Si tratta della capra Pezzata Mochena, una razza autoctona tipica della valle e oggi presente su tutto l’arco alpino trentino. Quando è iniziata l’attività ho scelto di concentrarmi sulla capra Mochena per poi allargarmi anche alla Camosciata delle Alpi e più in generale al recupero delle razze rustiche e dei terreni abbandonati.

Cosa producete in fattoria?

Facciamo formaggi. La produzione va dal formaggio fresco presamico, alla lattica che lavoriamo in modi diversi: la facciamo stagionata con le muffe, oppure spalmabile. Abbiamo poi ricotte, formaggi erborinati e lo jogurt realizzato sia con batteri probiotici che senza.

Si tratta di prodotti venduti esclusivamente in Regione e senza intermediari. Questo perché credo fortemente in una filosofia “no global” per quanto riguarda il cibo. La produzione massiccia del cibo lo rende non sostenibile e questo va contro la mia filosofia di vita. Anche la scelta di non vendere ai negozi è fatta per legare a noi il consumatore. Per questo proponiamo anche giornate al pascolo per famiglie: è un modo per conoscersi, per scoprire la mungitura e la produzione del formaggio, fidelizzando il legame e inculcando nelle nuove generazioni la cultura che lega produttore, consumatore e territorio.

Perché senti così forte la necessità di un legame con il territorio e la tradizione?

Perché voglio cercare di fare il contrario rispetto a quel che han fatto le multinazionali a casa mia, in Etiopia. Lì gli interessi economici hanno portato a espropriazioni di terreni, allo sfruttamento della manodopera, allo sfruttamento delle terre senza nessun riguardo verso le tematiche ambientali. Credo che l’agricoltura abbia un impatto forte sul territorio e che quindi l’agricoltore sia più responsabile verso l’ambiente rispetto alle altre persone. Per questo dobbiamo cercare di dare un valore aggiunto a quel che facciamo e all’ambiente che viviamo. Dobbiamo imparare a lavorare avendo meno impatto possibile e, possibilmente, dando qualcosa in cambio al territorio. La mia azione ovviamente è solo una goccia nel mare, ma se viviamo pensando questo allora nessuno farebbe mai nulla. Sono stimolata dall’idea di contaminare gli altri con cose giuste, con idee giuste. Non ho mai mirato ad arricchirmi, a fare cassa. Ho invece sempre cercato di puntare al benessere del territorio, degli animali, delle persone che lavorano in azienda e del consumatore a cui cerco di offrire prodotti genuini.

Quando sei arrivata in Italia?

Sono arrivata nel 2010 e ho avuto la fortuna di trovare subito lavoro in bar. Durante quel periodo poi ho iniziato a maturare l’idea di mettere su un allevamento di capre recuperando la tradizione, terreni e strutture abbandonate. Le prime 15 capre le ho trovate su per i monti, erano disperse. Sono andata a prenderle cercando di avvicinarle con il sale. (ride)

Dopo ho iniziato subito a mungerle e a fare i formaggi ottenendo piccoli ricavi con cui ho finanziato l’azienda. All’inizio però l’entrata principale era comunque costituita dal lavoro al bar che ho comunque mantenuto per il primo periodo.

In Etiopia facevi già questo lavoro?

Si ho lavorato per più di dieci anni con i pastori nomadi. Credo sia lì che è nata la mia passione per la pastorizia.

Ti sei portata dietro qualche insegnamento della tradizione?

Osservandoli ho appreso qualche tecnica. Ad esempio in azienda produciamo prodotti cosmetici con latte di capra e tutto nasce dal fatto che i pastori etiopi utilizzano la panna del latte come idratante per la pelle. Ho solo dovuto riadattare la ricetta.

Un’ultima domanda: sei felice?

Io sono felice, si.

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3 Comments

  1. Sono razzisti o invidiosi per il Suo successo ?? Oppure le solite dispute anonime legate a confini , pascoli, picchetti al suolo , fili spinati..
    Se si va come turisti spendaccioni, in montagna spesso si viene appellati “signori, siori, siorez, clienti vip ” e si punta al tutto esaurito per tutta la stagioneestiva o invernale, se si va come imprenditori concorrenti….si disturba…e tutto serve per ripicche …anche il sesso ed il colore della pelle…o la provenienza forestiera (magari solo per provincia o comune o frazione o valle confinanti).
    Ha scritto Mauto Corona che quando si vede qualche nuova attivita’ irrompere nella monotonia delle abitudini montane tradizionali, si tifa contro per poi dire “Eh, l’avevo dettoche non era cosa, qui non si era mai fatto…”

  2. copio albert, anche per chi non conosce i montanari, e le loro piccole meschinità, dal film “Il vento fa il suo giro” può capire che il problema non è il colore della pelle, ma il non essere del posto, che ti fa considerare invasore comunque
    Il solito pippone sul razzismo è fuori luogo

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