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Nanga Parbat, la spedizione estiva ceca: “probabilmente abbiamo trovato Tomek”

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È stata Elisabeth Revol a contattare la spedizione ceca, in partenza per il Nanga Parbat questa estate, e a chiedere di cercare Tomek. A raccontarlo Pavel Burda in un’intervsta rilasciata a Marek Bobakowski su WP Sportowe Fakty . La francese ha dato loro

Anu Solska (sx) ed Elisabeth revoo (dx)

tutti i dettagli e spiegato con precisione dove aveva lasciato il suo compagno di scalata prima di scendere in cerca di un’opportunità per sopravvivere. Elisabeth che, in occasione del Mountain Film di Zakopane, è riapparsa in pubblico; presente alla serata c’era anche Adam Bielecki, che assieme a Denis Urubko ha realizzato il salvataggio, e la moglie di Tomek, Anu Solska. “Abbiamo condiviso una filosofia comune dell’alpinismo: in montagna abbiamo sempre andati in avanti finché era possibile scalare, abbiamo ascoltato il nostro corpo. Non abbiamo sentito il bisogno di raggiungere la vetta a tutti i costi, abbiamo evitato il trambusto dei media, abbiamo fatto nostro il principio del fair play e dei valori comuni. Io e Tomek abbiamo cercato di conquistare il Nanga tre volte. Fin dall’inizio abbiamo avuto una diversa idea per questa montagna – per me è stata importante la preparazione sportiva. Molto presto, tuttavia, abbiamo creato un rapporto stretto, abbiamo trovato un equilibrio. Entrambi abbiamo avuto un grande rispetto. Tomek mi ha insegnato che in montagna puoi goderti ogni momento e mi ha aperto gli occhi su molte cose. Era un filosofo e quindi un alpinista diverso da tutti. Arrampicarsi con lui era magico“. Sono state le parole della francese riportate dal quotidiano polacco wyborcza.pl. 

Tomek che, secondo quanto racconta Burda, molto probabilmente è stato trovato, o almeno è stato individuato nel punto indicato da Elisabeth quella che potrebbe essere la parte sommatale di una tenda, quasi completamente sepolta dalla neve e dal ghiaccio, che corrisponde alle descrizioni. L’assoluta certezza però che lì dentro ci sia Tomek gli alpinisti non ce l’hanno, prima di tutto perché lungo la via hanno trovato altri resti di spedizioni e poi perché non hanno voluto disseppellirla. “Ti chiedo di capirci– risponde Burdal al giornalista – Emotivamente è stato un momento davvero difficile. Per alcuni minuti ho guardato questa tenda e anche se non conoscevo personalmente Tomek in quel momento mi sono sentito come se avessi perso il mio migliore amico. Tomek aveva tre figli ora orfani e anche io ho due figli. Mi sono bloccato. Inoltre, scendendo dal crudele Nanga, l’ultima cosa che vuoi vedere è il corpo di un altro uomo. Non faceva bene alla nostra mente che stava lottando per resistere. Ecco perché non abbiamo osato andare lì”.

Se sia possibile recuperarlo, il ceco risponde di sì, sebbene sarebbe complicato: servirebbero dei forti himalaysti che arrivati fino a lì, circa 7300 metri, dovrebbero scavare nella neve e trasportare in basso il corpo. “Nonostante ciò – aggiunge – rimane una domanda: ‘Tomek non dovrebbe rimanere per sempre su questa montagna?’ Non conosco la risposta e solo la famiglia può decidere, nessun altro”.

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