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Stefano Gregoretti: dal triathlon alle traversate più estreme del pianeta

Stefano Gregoretti, X-Runner, triathon, ultramaratona

Classe 1974, ama tutto quel che si può fare a contatto con la natura. Se poi c’è da far fatica ancora meglio. Pratica sport da sempre con una particolare predilezione per il nuoto, la bicicletta e la corsa. Passioni che l’hanno portato, nel 2006, ad avvicinarsi al triathlon. Con diversi Iron Man portati a termine, una vittoria alla Yukon Artic Ultra (100 miglia) e alla Gobi March (250 km) oggi Stefano Gregoretti è un atleta completo. Uno sportivo tutto tondo difficile da descrivere e raccontare, per questo abbiamo deciso di raggiungere Stefano e fargli qualche domanda.

 

Partiamo dagli inizi, perché hai iniziato a correre?

Ho iniziato perché ero interessato alla montagna e per andarci mi serviva il fiato. La corsa era quindi un mezzo con cui potermi allenare per la montagna. Con il tempo poi tutto si è evoluto portandomi al triathlon che mi ha permesso di unire le mie tre grandi passioni: nuoto, bicicletta e corsa.

Nonostante le gare però non ho mai dimenticato la montagna tant’è che nella seconda parte di stagione abbandonavo completamente il triathlon per dedicarmi ai trail e agli ultratrail.

Poi decidi di lasciare le gare…

Si l’incontro con Ray Zahab, ultrarunner canadese detentore di diversi record di traversata in giro per il mondo, con cui ho trovato un’ottima intesa mi ha portato verso le spedizioni e le avventure nei luoghi selvaggi del mondo. Oggi Ray è il mio compagno di avventura di avventura nei luoghi più estremi del pianeta.

Una domanda stupida, cosa provi in quando ti cimenti in questo tipo di prestazioni?

Innanzitutto trovo che il tempo, il cronometro, perda del tutto la sua utilità mentre diventa importante il rispetto per l’ambiente. Correre in mezzo alla natura è molto diverso dal partecipare a una gara, ti trovi in una condizioni completamente diversa. C’è una componente di rischio per cui ho i sensi molto più attivi; devo calcolare tutto perché non posso sbagliare nemmeno sui più piccoli dettagli; spesso non hai nulla per chilometri e chilometri, non incontri alcuna traccia umana. Tornare alle gare dopo questo è difficile perché manca quel limite che trovi quando ti metti alla prova nei posti veramente selvaggi come l’artico o il deserto.

Se abbiamo capito bene, le gare diventano “troppo definite”…

In gara hai più certezze. Hai un percorso definito, delle bandierine da seguire, posti tappa, qualcuno che ti aiuta. Nelle mie esperienze non hai nulla, non hai un percorso tracciato, non sai quanto è sicuro il percorso. Sta a te disegnare il tracciato in base alla caratteristiche del terreno, scegliere la direzione.

Le gare invece hanno a loro vantaggio che mi permettono di scoprire una Regione, le sue valli e la bellezza della natura. In gara si stringono amicizie, si approfondiscono rapporti umani. Mi hanno sempre attratto per il loro lato umano e anche per la cucina. Sarebbe bello organizzare un ultratrail in Emilia Romagna dove servire, nei posti tappa, spaghetti allo scoglio e prosecco (ride).

Qual è stata una delle esperienze più belle che hai vissuto?

La traversata della Namibia fatta in gennaio dove abbiamo corso per 1900 chilometri dal confine del Sud Africa fino al confine dell’Angola attraversando anche il deserto del Namib che è il deserto più antico del mondo e la Skeleton Coast. Fauna, cambiamenti di paesaggio, una cosa dura dove per un mese devi correre tra i sessanta e i settanta chilometri al giorno trasformandoti in un muratore della corsa: la mattina suona la sveglia, colazione si parte, ci si ferma per pranzo, mangi e riposi, riprendi la cazzuola e riparti con il tuo lavoro.

Una traversata bellissima dove però è mancata la componente di ignoto che invece avevamo nell’artico. Questo perché quando attraversi un continente caldo, com’è stato nel deserto della Patagonia dove siamo andati dall’Oceano Pacifico all’Oceano Atlantico, hai bisogno di acqua e quindi sei in semi-autosufficienza. Significa che ogni trenta chilometri c’è un team di supporto che ti aiuta portandoti l’acqua. Nell’artico invece è diverso: sei da solo per un mese e devi avere con te tutto il materiale che ti serve per sopravvivere durante la tua traversata e, una volta oltrepassata la metà del tracciato, sai che non puoi più tornare indietro perché finiresti i viveri, il carburante necessario per sciogliere la neve.

Hai mai raggiunto i tuoi limiti?

Assolutamente si, soprattutto nell’artico. Siamo stati presi da una tempesta artica mentre eravamo in marcia, durante la notte. Ci trovavamo su un colle a 1500 metri di quota quando siamo stati investiti da una tempesta che arrivava dal Polo Nord a cui si sono aggiunti dei venti catabatici che scendevano da cinque ghiacciai in contemporanea. I venti registrati alla stazione Inuit più vicina segnavano correnti a 170 chilometri orari, potete immaginare le condizione in cui ci trovavamo. Eravamo in autosufficienza e persi nella bufera, anche i dispositivi di navigazione non funzionavano perché, tirandoli fuori, il freddo dopo pochi secondi congelava lo schermo. Ho anche avuto un congelamento alla mano a causa del vento che si è infilato dentro le moffole.

Eravamo in una condizione in cui non ci si poteva fermare. Siamo andati avanti fino a trovare un masso dove riposarci e piantare la tenda.

Come ti prepari prima di partire per una nuova avventura?

La mia è una preparazione che dura dodici mesi in cui mi alleno parallelamente a Ray Zahab, se abbiamo in mente un progetto comune. Un mese prima della partenza poi facciamo un test per valutare le condizioni fisiche e la tenuta dei materiali. Ad esempio per la Namibia siamo andati nel deserto di Atacama, in piena estate, dove abbiamo provato i materiali e abbiamo fatto una settimana insieme per vedere la navigazione e il modo in cui uno ragiona e l’altro lo segue. Io e Ray in spedizione quasi non parliamo, andiamo quasi in simbiosi. Per questo prima di partire vogliamo verificare che questa intesa non sia andata perduta.

Oltre a questo e all’allenamento fisico c’è poi un discorso di alimentazione. Prima di partire bisogna sempre mettere su del peso, inteso come muscolatura e grassi. Riserve che ti permettano di resistere ai cambiamenti, al caldo e al freddo. In Namibia ad esempio ho perso 9 chili in un mese, ma il mio corpo è talmente abituato a processare i grassi che su 9 chili ho perso 8 chili di grasso e un chilo di muscoli.

L’alimentazione è fondamentale…

Diciamo che cambia in base a dove si va. Nell’artico avendo tutto con se e avendo un consumo calorico anche di diecimila calorie giornaliere non possiamo pensare di portarci dietro degli spaghetti, ne servirebbero troppi. La dieta in quell’ambiente sarà per il sessanta, settanta percento a base di grassi e il corpo deve essere in grado di abituarsi a una dieta di questo tipo. Il corpo deve abituarsi a processare in modo efficace i grassi altrimenti si perde la prestazione.

Nei deserti più caldi invece l’alimentazione sarà basata sui carboidrati con patate, olio di oliva e altri cibi che si conservano fuori frigo. In questo caso conviene partire un po’ più grassi in modo da avere una riserva.

In questo periodo ti stai preparando per qualche nuova spedizione?

Con Ray sto lavorando a un nuovo progetto in totale autosufficienza nell’artico. Un progetto della durata di circa un mese, di cui ci sarà modo di parlare più avanti.

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1 Comment

  1. Lettura coinvolgente…Provo invidia per tutto , anche solo immaginando che mangia lardo di Colonnata , pancetta coppata, burro, ecc.senza reprimende.
    Rettifico …non invidio i geloni alle mani…poi quando si riscaldano partono fitte e.. ” bestia ! che dolore,che dolore pazzesco”

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