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Sciando il K2, intervista esclusiva a Andrzej Bargiel

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Testo di Veronica Balocco, giornalista per professione, scrittrice per passione, viaggiatrice e sognatrice per deformazione genetica. Potete leggere i suoi articoli ed racconti delle sue esperienze sul sul blog www.verofinoinfondo.it

 

Solo su una delle montagne più pericolose della Terra. Con gli sci ai piedi. E nient’altro. Non un compagno, non un appoggio. Solo un drone sulla testa.

Solo dove sembrava impossibile arrivare. Dove anche i grandi alpinisti hanno fallito. Dove perdere la vita è questione di un momento.

Solo e primo della storia. Primo uomo a scendere quei pendii senza ramponi, ma con due assi sotto i piedi. Primo, verso qualcosa di sconosciuto e pure studiato alla perfezione. Preparato al metro. Impresso nella pellicola della mente ancor prima di vederlo. Per non sbagliare. Per essere pronto. E farcela dove nessuno era riuscito.

Andrzej Bargiel, polacco, trent’anni, nel giro di otto ore è diventato lo sciatore più stimato al mondo. Il più celebrato. Primo di sempre, in totale solitudine è stato lui chiudere la parabola del K2 con una firma sulla neve. Nel tempo ci avevano provato nomi del calibro di Edmond Joyeusax, Marco Barmasse, Hans Kammerlander, Michele Fait, Friedrik Ericsson. Ad alcuni era andata molto male, altri avevano semplicemente rinunciato. Ci aveva provato anche lui stesso lo scorso anno, ma le giornate si erano chiuse senza soddisfazioni. Solo con la certezza, come lui stesso aveva spiegato, di aver raccolto “molte informazioni interessanti”.

Questa volta, supportato da un team composto anche da suo fratello, da due sherpa nepalesi e due portatori pakistani d’alta quota, la nuova sfida. E il successo. Non esattamente la sciata plaisir, ma una lunga e difficile perdita di quota fra seracchi, salti di roccia, crepacci e pareti alla massima pendenza. Il lato b di una partita tutto sommato benedetta dal meteo. E che già aveva comportato la salita agli 8.611 metri della cima con venti chili di peso sulle spalle, in compagnia di altri venti alpinisti. E che si è snodato lungo la linea geometricamente studiata a tavolino: lungo la normale fino a campo 4, punto di una lunga sosta a causa della scarsa visibilità, quindi giù per la variante Messner e una variante della via Kukuczka. Sino al campo base. A raccogliere i pensieri per capire almeno quello che era successo. E prepararsi ad essere conosciuto in tutto il mondo.

Da venerdì scorso Andrzej è di nuovo a casa, in Polonia. Oberato di impegni commerciali, ma desideroso di accontentare tutti. Anche al blog verofinoinfondo.it, attraverso cui ha concesso la sua prima intervista all’Italia.

Andrzej, come ti senti adesso? Come un uomo che ha realizzato il sogno della sua vita?
Sinceramente non lo so ancora (e sorride). Siamo appena tornati in Polonia e ho un sacco di impegni e interviste in programma. Quindi al momento sono concentrato sostanzialmente sulla chiusura della spedizione. Comunque uno dei momenti più belli del mio ritorno a casa è stata la visita al Pol’and’Rock festival, un enorme evento musicale che si svolge a Kostrzyn e Odra, nella Polonia occidentale. Siamo stati lì con tutto il team della K2 Ski Challenge expedition sabato mattina, mentre tornavamo da una conferenza stampa che avevamo avuto il giorno prima. Avevamo dormito sì e no qualche ora ed eravamo veramente distrutti. Lì siamo stati invitati sul palco da Jurek Owsiak, la vera anima del festival e della Great Orchestra of Christmas charity foundation. Quando siamo saliti sul palco migliaia di persone hanno iniziato a cantare “Sto lat” (“Tanti auguri a te”, ndr) per noi. È stato incredibile. Volevamo celebrare così anche il centesimo anniversario della riconquista dell’indipendenza della Polonia. E dimostrare che la nostra impresa era dedicata a tutti i polacchi senza distinzioni, indipendentemente dalle loro idee politiche o dalla loro cultura.

Quelle otto ore con gli sci ai piedi sul K2. Hai avuto paura? L’attesa soprattutto… eri preoccupato?
Sì. Ho avuto paura ed ero molto spaventato prima della discesa. In fondo era una sfida estremamente ambiziosa e difficile. L’avevo immaginata e studiata a lungo, ci avevo pensato migliaia di volte: ovvio che quando ti trovi lì, e lo stai per fare davvero, inizi a sentirti un po’ ansioso. Però ho una fortuna: quando inizio a fare qualcosa, io smetto di avere paura. Se ad esempio salendo mi sentivo nervoso o impaurito, semplicemente tornavo al campo base. Penso sia naturale. Non che mi sentissi così ogni giorno, però ci sono stati momenti in cui non mi sentivo molto incoraggiato a proseguire e ho dovuto fare i conti con le mie paure. È successo ad esempio quando una valanga è caduta sulla mia linea programmata di discesa.

Solo su un Ottomila, con la sola compagnia dei tuoi sci. Inimmaginabile. Come ci si sente davvero in quel momento?
Sono molto abituato a quelle condizioni perché frequento molto spesso la montagna in solitudine. In ogni caso avevo un fortissimo supporto dal campo base. Forse ero materialmente solo, ma loro erano in contatto con me via radio. Erano sinceramente coinvolti e questo mi dava un senso di grande sostegno. La cosa curiosa è che in cima io probabilmente ho avuto sensazioni diverse da quelle di tutti gli altri alpinisti che sognano semplicemente di raggiungere quel punto. Non è stato un momento magico per me, perché sapevo di dover restare perfettamente concentrato. La mia sfida stava per iniziare lì. Essere in cima quindi è stato solo un obiettivo intermedio. Tutto ciò che mi interessava era riuscire a raggiungere il campo base senza incidenti. Ecco perché mi sono sentito più felice una volta tornato a valle, che lassù in cima.

Il momento peggiore?
È stato trovare il momento giusto per l’attacco alla cima. Soprattutto avendo ben presenti tutte le attività di soccorso e le altre cose che stavano succedendo laggiù. Alcune spedizioni avevano avuto seri problemi e il nostro team era stato coinvolto in alcune operazioni di soccorso. E questo aveva creato una certa confusione. Anche il tempo stava iniziando a diventare sempre meno stabile, ma alla fine siamo riusciti ad individuare il miglior giorno possibile per tentare la discesa. La visibilità era una variabile essenziale per riuscire nell’impresa.

Alla fine hai portato a casa una discesa storica. A parte il primato, cosa ti resterà di tutto questo?
Questa esperienza mi ha insegnato che è importante restare sempre coerenti e fedeli alla propria filosofia. L’anno scorso, durante la prima spedizione al K2, quando non c’erano le condizioni per la discesa, alcune persone mi incitavano ad andare comunque in cima. Dicevano che sarei stato in grado di farcela se fossi passato per una via alternativa, nonostante la scarsa visibilità e l’abbondanza di neve. Ma io non ero interessato a tutto questo. Se avessi raggiunto la cima, sarebbe esclusivamente stato in un momento che mi avrebbe consentito di scendere con gli sci. L’anno scorso era impossibile farcela, quindi sono felice di non aver seguito quei consigli. Se lo avessi fatto, probabilmente quest’anno non sarei più tornato al K2.

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