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Andrea Lanfri, una passione più forte della meningite

Andrea Lanfri, meningite, arrampicata

Classe 1986 originario di Lucca è oggi una stella della nazionale paralimpica di atletica leggera, disciplina che ha iniziato a praticare pochi anni fa, dopo aver subito le conseguenze di una meningite con sepsi meningococcica a causa della quale ha perso entrambe le gambe e sette dita delle mani.

Il protagonista di questa storia è Andrea Lanfri e vi parliamo di questo campione dell’atletica perché nella sua vita c’è anche la montagna. Una passione smisurata per la montagna, per l’arrampicata e per l’alpinismo che l’ha spinto a tornare in salita sulle montagne dolomitiche che tanto ama. Sulle prese calcaree solide come sfuggenti. Sfuggenti come può essere la vita che oggi Andrea cerca di vivere appieno riempiendo ogni giorno di passione.

Andrea, chi eri prima della meningite?

Ero un ragazzo come tanti altri. Avevo una piccola azienda di impiantistica che si occupava di impianti elettrici ed idraulici mentre il mio tempo libero lo passavo tra le montagne.

Ho sempre amato andare in montagna, fin da piccolo. Facevo trekking, passeggiate, vie ferrate e poi ho scoperto l’arrampicata sportiva di cui mi sono letteralmente innamorato. Era una passione che mi dava tanto. Poi, il 21 gennaio 2015, sono andato in coma e tutto è sembrato finire. Non si sapeva quando mi sarei risvegliato dal coma, né se mi sarei mai risvegliato. Per questo mio padre ha preso la decisione di liquidare la mia azienda.

Sono rimasto in coma un mese.

Come hai scoperto la malattia?

Me l’han detto quando mi sono risvegliato dal coma. Non sapevo cosa fosse e, non riuscendo nemmeno a parlare, ho chiesto cos’era scrivendolo su un foglio.

Al risveglio ancora avevo tutti gli arti, non mi avevano ancora tagliato nulla. Ho però dovuto iniziare un ciclo di terapie per cercare di “salvare il salvabile”. Ho passato tanto tempo in camera iperbarica grazie a cui sono riuscito a salvare i pollici, ai piedi invece non ha giovato nulla.

Le amputazioni sono però venute successivamente, a causa di una setticemia. Ricordo che mi han messo in coma farmacologico e al risveglio mi son trovato amputato. Dopo quel taglio sono rinato.

Sei rinato?

Si, sono uscito dall’ospedale e sono tornato a vivere. Il primo periodo l’ho passato in carrozzina, ma nonostante questo ho subito iniziato a fare sport. Una settimana dopo essere tornato a casa ho iniziato a praticare sitting volley, cioè una pallavolo che si gioca stando seduti per terra. Era un modo per evadere dalla situazione in cui mi trovavo.

Ai primi di agosto sono poi arrivate le prime protesi con cui mi sono rimesso in piedi. Grazie a quelle gambe ho iniziato a vedere il mondo in modo diverso, volevo anche ritornare ad andare in montagna, a fare e vedere quel che mi piaceva. Così ho iniziato a salire i sentieri dietro casa, piccoli percorso con un dislivello quasi nullo. Li facevo in continuazione cercando di andare sempre più lontano, di alzare man mano l’asticella ricercando un difficoltà progressiva. Così facendo ho ripreso ad allenarmi e ho ricominciato a camminare.

L’arrampicata quando è arrivata?

All’inizio non la vedevo molto semplice.

Provai nel novembre 2015 con le protesi da cammino, ma fu un macello. Era veramente difficile, così la misi da parte.

Nel frattempo però iniziai a correre grazie a una raccolta fondi con cui ho potuto acquistare delle protesi in carbonio per l’atletica. Con l’arrivo di questo nuovo sport accantonai l’arrampicata fin quando un gruppo di amici, nel giugno 2016, mi propose di portarmi sulle Apuane, su una via alpinistica facile di terzo grado. Riuscii a farla, ma con una grandissima fatica e con movimento non proprio eleganti.

Dopo questa esperienza, vennero poi le gare di atletica e così tutto tornò a fermarsi. A riaccendere veramente la miccia fu l’incontro con un ortopedico di Pordenone che si occupa di protesi da corsa. In quel periodo avevo già ripreso a fare le ferrate e nella macchina portavo sempre il kit con l’imbrago. Quando il ragazzo li ha visti mi ha subito proposto di andarci a fare qualche tiro su una falesia lì vicino, che anche lui era un appassionato.

Gli dissi di si, ma che non avevo con me i materiali. La risposta fu “non ti preoccupare, sono pieno di piedi qui”. Quel giorno prese due piedi di una misura più piccola rispetto alla mia, li provai con le scarpette etutto andò liscio. Ricordo che riuscii a salire con grazia e agilità dei movimenti. Così iniziai a provarci e a sperimentare. Iniziare con un 36 e mezzo per poi iniziare a diminuire sempre di più il numero.

Oggi arrampico con un 34 e vorrei calare ancora. Usare un piede più piccolo mi da il grande vantaggio di abbassare il baricentro. Ovviamente non posso camminare con quella protesi, ma in parete i permette di muovermi agilmente.

Dal 2017 ho iniziato ad arrampicare in modo più serio. Oggi riesco a salire sia da secondo che da primo arrivando a un 6b. Solo lo strapiombo mi da ancora qualche problema.

Visti gli accadimenti che ti han portato all’attuale situazione, che opinione hai sui vaccini?

Sono a favore dei vaccini, ho sempre fatto tutte le vaccinazione obbligatorie. All’epoca della malattia non sapevo cos’era e ignoravo l’esistenza di una malattia del genere. Se fosse ora mi vaccinerei. Consiglio a tutti di vaccinarsi, anche se nel mio caso avrei comunque preso la meningite.

Perché allora vaccinarsi?

Perché l’avrei presa in una forma molto lieve, che non avrebbe comportato tutto quel che mi è accaduto. Non vale la pena rischiare. I medici mi han spiegato che nel mio caso gli effetti sarebbero stati davvero lievi: meno della metà di quel che ho passato.

Pensi che sia giusto vaccinare i propri figli?

Non riesco a capire perché un genitore non debba farlo. Facendo alcune presentazione con i medici mi sono acculturato su questo argomento per me del tutto nuovo. Ora posso parlare da persona informata e posso solo dire di essere a favore delle vaccinazioni.

Andrea, da poco reduce dalla salita del Monte Rosa, è pronto per cimentarsi in una nuova sfida. Tra pochissimo lo potrete infatti incontrare sulla verticalità della Cima Grande di Lavaredo. Un simbolo, un sogno per Andrea che ora può dire di essere tornato a vivere.

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