• Il primo sito italiano sul mondo della montagna e dell'alpinismo
Interviste, Outdoor, Primo Piano

Ivan Camurri, quando l’amore corre in coppia

cimurri, trail, scialpinismo, intervista, outdoor

Testo di Veronica Balocco, giornalista per professione, scrittrice per passione, viaggiatrice e sognatrice per deformazione genetica. Potete leggere i suoi articoli ed racconti delle sue esperienze sul sul blog www.verofinoinfondo.it

 

Dice che l’emozione più forte l’ha vissuta lassù. A casa. Sulle cime in cui è cresciuto ed è diventato quel che è. Sulle nevi che non si sciolgono mai, in cui ha inciso migliaia di passi. Sempre più veloci. L’emozione più forte è bruciata lì, un giorno di inizio estate. Quando dopo tanti anni è tornata la gara più storica di queste montagne. Da Alagna Valsesia alla Capanna Regina Margherita e ritorno. Tutto a perdifiato, dove già il fiato stenta a sopravvivere. 

Una corsa a sei gambe

Ivan Camurri, alagnese, 32 anni, professione giardiniere e manutentore del complesso Pra’ di Riva, quel giorno non era solo il campione di casa alla ricerca del sogno realizzato. Era un figlio e un amante, con il cuore tachicardico non solo per se stesso, ma anche per le due persone più importanti della sua vita: la mamma e la fidanzata. La prima gli ha insegnato a correre. La seconda gli consente ogni giorno di correre come lui realmente sa fare. E a quella gara, quel giorno di inizio estate, tutti e tre erano ai blocchi di partenza. L’emozione più forte che lui potesse immaginare.

Non è stato solo l’undicesimo posto su 150 squadre a chiudere il cerchio di quella perfezione. Ivan Camurri alla Alagna-Margherita-Alagna ha ascoltato il tifo di casa. Ha gareggiato dove si allena da una vita. E soprattutto è arrivato con un bagaglio, solo in questa stagione, fatto già di quattro vittorie e poco meno di una decina di podi. Che potrebbero diventare molti di più, fino a settembre. Insomma: un quadro senza sbavature. 

Una mamma speciale

Ma probabilmente nulla sarebbe quel che è se, a suo tempo, non ci fosse stata la mamma. Quella mamma. Gisella Bendotti sui sentieri del Rosa è la regina della velocità. Da sempre.

Una macchina da guerra capace di macinare chilometri in salita con la sesta ingranata. E di alzare la polvere in faccia anche agli uomini più forti. “Ho iniziato a correre e ad amare lo sport grazie a lei e a mio papà – racconta Ivan -. Quando ero piccolo, portavano me e le mie cugine ai campionati di corsa in montagna. E noi ci divertivamo un sacco. Erano garette corte, che vivevamo quasi come un gioco”. Poi è arrivata l’adolescenza. E con lei le classiche scelte di rottura. “Per qualche tempo ho abbandonato l’agonismo – ricorda l’atleta alagnese -. Avevo altri interessi. E così mi sono allontanato da quel mondo. Ma mia mamma non mi ha mai pressato, non ha mai insistito perché tornassi a gareggiare. Ha accettato il mio modo di essere finché, verso i 22 anni, ho ricominciato. E in quel momento lei è diventata il mio punto di riferimento: si allenava con me, mi seguiva. Mi preparava. Il nostro legame si é intensificato correndo”. E non si è evidentemente più indebolito, considerato che da allora il cordone ombelicale ha tracciato i sentieri di tante gare corse anche insieme. “Sapere che c’è lei è importante per me – fa notare Ivan -. E continuare a vederla gareggiare è incedibile. Non si arrende mai e tra noi non c’è alcunissimo segno di competitività”.

Uno sport senza antagonismi

Una squadra, insomma. Nel senso più nobile del termine. Anche se, a sentire l’atleta, in questo mondo non si tratta di una grande eccezione: Il nostro sport non è basato sulla competizione – puntualizza -. È una forma di evasione dalle pressioni della quotidianità: vivi le gare per i fatti tuoi e le affronti con la mente libera. Certo, la competizione ti porta a confrontarti con gli altri e a spingere sempre di più, ma è un rapporto sano. Alla fine siamo tutti amici”. 

Non esattamente quanto avviene sui tracciati di gara scialpinistici, altra specialità di Camurri, dove l’aspetto agonistico assume invece connotazioni più profonde: “È uno sport più competitivo – chiarisce -, influenzato anche da fattori esterni quali i materiali. Ed è in genere caratterizzato da gare più corte, il che significa più spinte. In altri termini, più portate al confronto sulla performance”. Per Ivan, non la dimensione ideale. Che invece si inquadra perfettamente nei canoni del trail di lunga distanza, “il mio mondo da circa cinque anni”.

 

È una gara che mi appartiene perché ti consente di tenere un ritmo più basso, più facilmente gestibile. Ovviamente devi conoscere il tuo corpo, lavorare di testa, devi sapere come affrontare le crisi, i crampi, il caldo. Situazioni difficili che accadono spesso: a volte, durante la gara, senti di voler tirare di più. Quello è il momento in cui devi sapere cosa fai, perché se calcoli male i tempi in cui ti nutri rischi di restare disidratato. E allora, sempre seguire una regola fondamentale: mai avere fame o sete”. Sul percorso di gara a confortare gli atleti ci pensano i punti di ristoro. Ma non basta: “Bisogna sempre studiare il chilometraggio prima della partenza – puntualizza Ivan -, in modo da essere matematicamente equipaggiati. Io ad esempio parto sempre con almeno un litro di sali nelle borracce e bevo qualcosa come un litro all’ora. Poi aggiungo gel e barrette almeno ogni tre quarti d’ora, oltre a un bel carico di carboidrati pre-gara. E così evito il rischio crampi”.

Il segreto di una vittoria

Ma cosa serve davvero per non crollare? Per essere pronti a uno sforzo tanto intenso e prolungato, e magari arrivare sul podio? Per Ivan la ricetta sta in una parola. Serenità. “Io mi godo la vita – racconta -. Questo è uno sport libero, che è possibile affrontare senza un approccio agonistico. Ed è questo il bello. Perché se facessi altre specialità non potrei ad esempio bermi la birretta, andare a letto tardi e fare festa come spesso faccio. E non vorrei non fare”. Ma allora? Il segreto dove sta? Verrebbe da dire semplicemente nel talento. Ma Ivan Camurri è uno che comunque non si risparmia in preparazione: “Non mi alleno tutti i giorni perché il corpo richiede anche riposo. Ma più le gare si avvicinano, più aumento il carico. E arrivo ad uscire anche quattro o cinque volte a settimana, in genere da solo perché gli amici in questo giro sono tanti, ma allenarsi insieme non è mai l’ideale”. 

Ma c’è un ingrediente ancora più speciale, più unico ed essenziale di tutto questo. Per arrivare in alto, sulla piattaforma aurea in cui argento e bronzo non possono mettere piede, serve anche l’amore. “Pratico lo stesso sport della mia fidanzata Agnese – chiarisce ancora Ivan – e credo che questa sia una delle cose più belle che una coppia possa affrontare. Ci facciamo forza a vicenda, viviamo le gare letteralmente in due. Quando corri non pensi mai solo a te stesso, ma anche alla persona che ami: la tua competizione è la sua. Ti chiedi dove sarà in quel momento, come starà, quanto starà faticando. Cerchi di non ascoltare la tua sofferenza con il pensiero di lei”.

Ma non solo. Il bello si genera già prima. “Perché tutto nasce dalla complicità. Quel senso di unione che ti fa allenare insieme. Che ti spinge a pensare all’altro prima che a te stesso. E che ti rende consapevole del fatto che vicino hai una persona che comprende quello che stai facendo, che conosce il valore della dedizione e del tempo che vi devi dedicare alla tua passione. Semplicemente perché è anche il suo mondo”.

L’occhio al domani

E allora, il risultato vien da sè. “Prima di ogni gara ero sempre teso. Ora ho la mente libera. Sono rilassato”. E il pensiero può volare da una competizione all’altra senza problemi: non le più dispendiose, vista l’assenza di sponsor, ma le più vicine, quelle più sentite. Con qualche obiettivo in cantiere. Da mirare dritto. Uno tra tutti: l’Ultra trail del Monte Bianco, nella gara da 55 chilometri. O, poco dopo, “la mia prima 100 chilometri, l’Ultra trail del Monte Rosa, da Gressoney a Zermatt”. Ancora una volta sulle montagne di casa. Ancora una volta con lei vicino. 

Pensare al domani sarà poi cosa del futuro. “Vedremo come risponderà il fisico, a lungo andare – chiude Ivan -. Ma continuo a sognare di allungare le distanze sempre di più”. Chissà. Gli ingredienti ci sono. E, a ben pensarci, il quadro è in buona parte colorato di rosa. Come la grande Montagna di casa. Come le due donne di una vita.

Articolo precedenteArticolo successivo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.