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Salvaterra, la guida alpina che scala sulle tracce della storia

Francesco Salvaterra, guida alpina, storiaFoto Francesco Salvaterra

Un paio di settimane fa ha realizzato, con il suo amico e cliente Antonio Gravante, la prima ripetizione della via Oggioni-Aiazzi alla Torre Bignami, una linea apparentemente caduta nel dimenticatoio per sessant’anni finché la giovane guida Francesco Salvaterra ha deciso di ripercorrerla, andando alla ricerca delle tracce del passato come un archeologo.

Questa sua salita e il suo desiderio giovanile di riscoprire la storia dell’alpinismo sulle montagne più care, ci ha fatto venir voglia di conoscere meglio Francesco così l’abbiamo cercato per fargli qualche domanda.

 

Ciao Francesco, sul tuo sito leggiamo che ti sei appassionato all’alpinismo che eri già adulto…

Si, anche se in realtà ho sempre avuto una passione per l’andare in montagna, per la frequentazione dell’ambiente naturale. La prima volta in cui però ho scalato avevo già 18 anni. Ho provato con un gruppo di amici e mi sono subito appassionato all’arrampicata e all’alpinismo.

Oggi amo andare alla ricerca delle grandi classiche, di quelle vie particolari che han segnato la storia dell’alpinismo sulle nostre Alpi.

Sei diventato Guida Alpina in fretta…

Si, dalla prima scalata ci ho messo pochi anni. Amo profondamente questa professione e mi sento un privilegiato a poter vivere di quel che faccio.

Ci parli della tua ultima ripetizione alla Oggioni-Aiazzi?

Diciamo che si tratta di una via che sognavo di ripetere da tempo. Erano anni che ce l’avevo in mente, poi però per una cosa o l’altra alla fine è sempre rimasta nel cassetto.

È un bel tracciato, che si trova su  montagne che mi piacciono molto perché sono selvagge e impegnative.

Oltre a questo c’era il fatto che sulla guida era presentata con una delle vie più impegnative del gruppo. Mi affascinava davvero tanto.

Sei certo che la vostra sia una prima ripetizione?

La certezza che non sia mai stata ripetuta non ce l’ho. La guida più recente su cui è indicata, che risale al 1985, riferisce che la via è irripetuta, ma possono anche essersi sbagliati.

È però vero che pensando alla zona in cui si trova, all’avvicinamento e alla difficoltà, dei pochi che avrebbero potuto ripetere una via del genere si conoscerebbero i nomi. In più sul terreno non abbiamo trovato nulla di recente. Erano stati lasciati 9 chiodi dai primi salitori e noi ne abbiamo trovati soltanto cinque.

Credi ci siano altre vie irripetute in quella zona?

Un sacco di vie irripetute, almeno la metà delle vie lì sono irripetute. C’è una via di Bonatti che secondo me è irripetuta. L’aveva fatta appena tornato dal tentativo al K2, non era in piena forma in quel periodo.

Come mai così tante vie irripetute?

Credo che sia a causa della posizione che richiede un lungo avvicinamento e dell’incognita una volta arrivati sul posto. Camminare per ore per poi non sapere se si troverà una via soddisfacente a volte fa passare la voglia di andare in esplorazione. Per me invece è diverso.

Cioè?

È stata l’incognita di quel che avrei trovato ad attirarmi. La via in sè non è estrema, è il luogo a renderla interessante e suggestiva. È l’ambiente difficile ad attrarre verso quel tracciato.

Oltre a questo poi, c’era la storia. Durante l’avvicinamento ero intrigato all’idea di trovare le tracce dei primi salitori, mi domandavo se avremmo ancora trovato qualcosa, se avremmo trovato la via o se ormai tutto era già stato cancellato.

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