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Alpi e pareti, Alpinismo, Primo Piano

Salvaterra e Gravante ripetono 60 anni dopo la via Oggioni-Aiazzi alla Torre Bignami

Torre Bignami, prima ripetizione, 60 anniSalvaterra e Gravante sulla vetta della Torre Bignami. Foto Salvaterra

Torre Bignami, nel gruppo della Presanella. Un posto poco frequentato, dal lungo avvicinamento e dalle poche tracce.

È questo il panorama in cui la giovane guida Francesco Salvaterra (classe 1989) si è mosso con il compagno Antonio Gravante. I due, partiti la mattina dell’8 luglio, sono andati sulle orme della storia. Sulle tracce di un alpinismo purtroppo troppo spesso dimenticato. Gli alpinisti hanno infatti realizzato, a sessant’anni dall’apertura, la prima ripetizione della via Oggioni-Aiazzi alla Torre Bignami.

A dare l’ispirazione al giovane Salvaterra è stata la lettura di una guida edita nel 1977 da Pericle Sacchi in cui il tracciato veniva indicato come “irripetuto”.

La via, aperta nei giorni del 14 e 15 luglio 1956, ha una lunghezza di 350 metri e raggiunge il sesto grado superiore e artificiale.

Per realizzarla i tracciatori impiegarono 90 chiodi, di cui solo 9 furono lasciati in parete.

La storica guida con il tracciato della via. Foto Salvaterra

A Salvaterra, di cui pubblichiamo la recensione della scalata, va il merito di essere un attento lettore e conoscitore della storia dell’alpinismo. Sono tante le vie alpine di cui si è persa traccia, di cui oggi abbiamo dimenticato la storia. A Salvaterra va il merito di aver contribuito a riportare alla luce un’importante linea, oggi appartenente alla storia dell’alpinismo.

 

Di seguito la recensione scritta, e pubblicata sul suo sito, da Francesco Salvaterra.

Fissate le date, il meteo è dalla nostra, pronti e via! Decidiamo di scalare la via in due giorni, per poter fare le cose con relativa calma e goderci la montagna. Per farlo ovviamente prevediamo un bivacco in parete, al pari dei primi salitori. Stare leggeri in questi casi è importante: il nostro materiale prevede due sacchi a gelo di meno di 800gr (simpatico nomignolo riciclato dai racconti patagonici di Ermanno Salvaterra), materassini arrotolabili, pane, formaggio, salame e frutta secca (niente fornello), 4 lt di acqua scarsi, mezze corde, una serie abbondante di friends, molti stoppers, un martello e una decina di chiodi. Visto che ci piacerebbe scalare la via “in libera” durante la scalata per non appesantirci ci trasciniamo dietro un saccone con le nostre cose usando un cordino da 50mt che poi taglieremo per attrezzare un lunga linea di calate. Domenica partiamo alle 7.30 dal rifugio Stella Alpina in val Genova, di quota 1450m, due ore di ripido e poco tracciato sentiero ci portano alla zona dove di solito si bivacca in alta val Gabbiolo. Da li un altra oretta di pietraie portano all’imbocco del canalone dove iniziamo a scalare. I primi 250m circa sono uno zoccolo dove a tratti si cammina e a tratti si scala fino al 3° grado, con lo zaino carico comunque non è banale e ci vuole il suo tempo per arrivare nei pressi di un ripido canalone di neve ghiacciata che bisogna attraversare per arrivare alla base della parete vera e propria. Per stare leggeri abbiamo portato una piccozza e un paio di ramponi di alluminio in due, la pendenza non è alta e anche con un rampone solo riusciamo a fare senza problemi un tiro di 60m sufficiente per raggiungere le rocce basali. Ore 14 passate, incastrati tra roccia e nevaio lasciamo ramponi e piccozza alla base e iniziamo a scalare da una fessura che parte bella dura (un bel 5+/6 come riscaldamento) dove dopo pochi mt troviamo un vecchio cuneo, ottimo inizio!”

“Per i primi 4 tiri degli 11 tiri che faremo la via di Oggioni è stata ripresa da altri scalatori che poi hanno aperto delle altre vie sulla dx della parete. Ho già salito questo tratto in precedenza e andiamo spediti ma non troppo: la roccia sarebbe anche compatta ma su ogni piccolo terrazzino sono in bilico blocchi di granito di tutte le misure che aspettano solo di essere mossi per finire di sotto, risulta abbastanza immediata l’importanza di fare sempre le soste in zone riparate. La via segue il facile nel difficile come solo scalando con gli scarponi e molto intuito si riusciva a fare, peccato che spesso questo significhi infilarsi nelle zone di roccia più malsicura. Arriva il momento in cui avanziamo in una zona della parete a me sconosciuta: sarebbe una ovest e vista l’ora inoltrata speravamo di godere di un bel sole invece siamo quasi sempre avvolti nelle nebbie. Dopo un traverso facile (meno facile è gestire il saccone e in questo Antonio ha avuto una pazienza bestiale) arriviamo a un terrazzino dove mi appresto a partire ma non so bene che direzione prendere, la relazione dei primi salitori fa ridere perché parla di diedri difficili ma in questa zona di parete partono diedri ogni metro in direzioni parallele. “Un chiodo!” E’ Antonio a vedere l’anello che occhieggia in una fessura a una decina di metri di distanza. Siamo gasati perché è la prima testimonianza di passaggio che troviamo, ci sentiamo degli archeologi, lo raggiungo ed effettivamente è un vecchio Cassin da calcare che al pari degli altri 5 che troveremo sulla via, esce dalla roccia muovendolo con le dita.”

“Dopo averlo sostituito con uno più largo proseguo per fessure e diedrini che si fanno più ripidi: un bel 6° sostenuto fino a una sosta aerea. Il tiro successivo è lungo e duro: una fessura di dita e una placca compatta ci fanno sudare per guadagnare un buon terrazzino, l’ultimo tratto è un bel 6b obbligatorio e qui probabilmente siamo andati fuori via perché non era scalabile in artificiale, poco male: sulla dx si vede chiaramente dove proseguire.”

Il tracciato della via. Foto Salvaterra

“Sono le 8 passate e il terrazzino dove siamo non invoglia molto al bivacco: è stretto, spiovente ed esposto ai quattro venti. Sembra che alla cima manchino tre tiri quindi decidiamo di provare a uscire: un traverso dove troviamo un altro chiodo strategico porta alla base di un diedro rosso e strapiombante dall’aria dura. Dopo pochi metri trovo un chiodo a “u”, è lungo almeno 50cm, una sciabola che si potrebbe usare anche come fittone da neve. Lo ripianto e comincio a salire strusciandomi a qualche maniera su per il diedro: un altro chiodo che non riesco a ribattere e un cuneo inservibile a cui affianco un provvidenziale friends, strappo la giacca e soffiando per la fatica e per la qualità della roccia precaria riesco a saltare fuori “ a vista” anche sull’ultimo tratto difficile, sarà stato un 6a+ ma mi impegna come un 7a. Troviamo 5 chiodi e ne lasciamo in via altri 5 (tutti quelli che usiamo) più 1 friend  che ci rimane incastrato sul tiro più duro. L’ultimo tiro è una passeggiata e alle 9.30 con le ultime luci ci abbracciamo sulla cima, a 3200m. Passiamo la notte in una fortificazione della prima guerra mondiale costruita con assi e pietre esattamente in cima: un vero hotel a 4 stelle comodo e riparato dal vento.”

“Al mattino ci trastulliamo con calma al sole dell’alba, con vista sulla Presanella riusciamo a scorgere degli alpinisti presumibilmente appena usciti dallo scivolo nord e poi come programmato iniziamo a scendere dalla parete est. La discesa “classica” sarebbe da un canalone ghiacciato piuttosto orrido dove occorrerebbero due paia di ramponi e piccozze, inoltre è in parte esposto alla caduta di sassi, da qui la scelta di attrezzare una linea di calate ex novo. Nove doppie comode e dove è difficile incastrare le corde ci depositano alla base dove recuperiamo ramponi e piccozze, siamo anche più leggeri per il rientro perché abbiamo abbandonato tutti i chiodi, stopper e il cordino di recupero!”

Fonte: www.francescosalvaterra.com

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