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Fabian Buhl: l’arrampicata è solo illusione, ho bisogno di guardare oltre

È stato il primo a ripetere Nirwana (8c+), tra le più difficili vie multi pitch al mondo aperta da Alexander Huber sul Sonnwendwand. L’ha fatto ormai anni fa, ed è stato il primo tassello di una storia che si sta scrivendo, scalata dopo scalata. È la storia di Fabian Buhl climber austriaco classe 1990.

Dopo quella realizzazione infatti, nel 2015,  Fabian è tornato all’attacco della via, non più per ripeterla, ma per tracciare un nuovo itinerario. Una via complessa con sette tiri, aperta dal basso e protetta con nuts, friends e pochissimi spit. L’ha chiamata Ganesha e presenta difficoltà che toccano l’8c. Questo è il suo presente. A noi però interessano i suoi inizi, la sua prima presa, insomma: vogliamo sapere com’è nato il talento.

“Diciamo che è venuto tutto da se. Nessuno nella mia famiglia arrampica e io non ho mai provato fino all’adolescenza. Fino al 2006 ho sciato, facevo parte della nazionale e partecipavo a numerose gare poi, grazie a un amico, ho scoperto l’arrampicata. Ho iniziato a praticare il boulder e devo dire che ero anche bravo. Ho avuto un discreto successo finché varie cadute con fratture alla caviglia mi han costretto a uno stop.”

“Gli incidenti sono stati il punto di svolta, quelli che mi han portato ad arrampicare su vie lunghe e che mi han spronato a fare quel che faccio oggi”.

La tua prima passione resta però il boulder…

Sì, continuo a fare parecchio boulder. Continuo perché mi piace, per rilassarmi, mi aiuta a stare meglio. Al momento però il mio obiettivo è quello di incrementare le competenze nella scalata per potermi cimentare su pareti e montagne.

Quando hai preso la decisione di passare dal boulder all’arrampicata?

Potei dire che è stato nel 2014, quando mi sono rotto per l’ennesima volta la caviglia. Mi dissero di evitare gli urti violenti sulla gamba, non potevo più caderci sopra così sono stato costretto a cambiare.

Per un attimo mi sono trovato spaesato, il boulder era tutto per me, poi ho capito che dovevo trovare un altro obiettivo e mi sono detto: ok, inizio ad arrampicare. Se cado al massimo mi faccio un bel volo, ma non finisco a terra.

Un nuovo inizio…

Si, nel vero senso della parola. Ho dovuto imparare la tecnica e lo stile. Poi, poco dopo aver iniziato, ho visto che salivo velocemente e che pareva quasi naturale farlo. Così sono poi andato oltre, dandomi alle vie a più tiri.

Ho fatto un bel multi pitch e poi la ripetizione di Nirwana, un’altra bella via a più tiri che mi ha subito affascinato. Mi intrigava perché nella guida c’era scritto “solo first descent”. Per quattro giorni sono stato sulla parete alla ricerca di un modo per farla in solitaria.

Dopo quest’esperienza è poi venuto il tempo di alzare l’asticella lavorando su vie nuove.

Come si è evoluto nel tempo il tuo stile?

Per un po’ ho pensato di andare avanti con l’arrampicata in solitaria, poi ho iniziato a scalare sui monti Loferer per aprire una via in solitaria che alla fine si è concretizzata in Ganesha. Un’esperienza impegnativa che mi ha insegnato molto.

Dopo?

Beh, dopo ho capito che la mia strada era segnata. Durante l’inverno mi sono allenato molto per il boulder, volevo fare un 8c in primavera. Mentre mi allenavo però ho capito che quella non poteva più essere la mia strada, mi mancava qualcosa. Avevo bisogno di altro, di qualcosa di nuovo, così ho ripreso in mano l’idea di una solitaria invernale su Wetterbock (complessivamente 8c, 10 tiri, liberata da Alexander Huber nel 2014 sulla parete Est del Göll).

Un giorno ti piacerebbe sperimentare le altissime quote?

Certo, mi interessano molto. Spero presto di portare a casa qualche bel risultato dal Pakistan, magari già durante l’estate. Uno degli obiettivi sarebbe la vetta del K7 nella valle di Charakusa.

Ci togli un’ultima curiosità: cosa pensano i tuoi genitori della tua attività?

All’inizio è stata dura, i miei vedevano questa passione come una distrazione. Mi dicevano che dovevo pensare allo studio, all’università e al lavoro. Alla fine ho fatto quasi tutto quel che volevano. Sono andato all’università, ho studiato geologia, ma non ho proseguito con il lavoro da cuoco. Ho preferito arrampicare.

Alla fine, vedendo che ora le cose vanno bene, hanno cambiato idea.

Il tuo futuro sarà nel mondo dell’arrampicata?

Di certo l’arrampicata sarà una parte importante della mia vita, ma c’è bisogno anche di altro per vivere bene. Ho bisogno di fare qualcosa con le mie mani, come sistemare casa. L’arrampicata è un mondo di illusione, sono fortunato a farne parte, ma non costruisco nulla per gli altri e per la comunità. Alla fine facciamo film che fanno sognare le persone. È una cosa bella, ma sento veramente la necessità di fare qualcosa di concreto, di costruire una casa, di sentirmi felice ed essere in grado di guardare al di la dell’arrampicata. Questo perché, soprattutto nell’alpinismo, non credo ci si possa dedicare ogni mese a un progetto nuovo, altrimenti si finisce per morire.

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