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Carlo Mauri, l’uomo del GIV che fece conoscere al mondo il metodo Ilizarov

Carlo Mauri, Ilizarov, Gasherbrum IV

Sessanta anni fa la prima salita al Gasherbrum IV, un anniversario che abbiamo scelto di ricordare attraverso uno dei suoi protagonisti principali: Carlo Mauri, l’uomo del GIV che fece conoscere al mondo il metodo Ilizarov.

“Il giorno che precedette l’assalto vittorioso al Gasherbrum IV io e Bonatti sapevamo che, se non fossimo riusciti, non avremmo più avuto le forze per tentare ancora. Da due giorni, a quota 7550, non eravamo riusciti a bere neppure una tazza di tè. Respiravamo con difficoltà, ma non avevamo voluto munirci di respiratori per non aggravarci di altro peso. […] Né io, né Bonatti dormimmo quella notte. Non eravamo né impazienti, né nervosi; ma avrei voluto che tutto fosse già finito. Alle 2,30 eravamo già in piedi. Il cielo era limpido e questo c’incoraggiò. La nostra marcia tra la neve e la roccia durò 7 ore, un metro dopo l’altro, lentamente, faticosamente. Ma non pensavamo alla vittoria, alla cima: più a nulla. Andavamo avanti, a testa bassa. E quando fummo sulla vetta, col ghiacciaio del Baltoro, vinto, finalmente ai nostri piedi, ci abbracciammo. (Epoca, 1958)

Questo è il modo in cui un ventottenne Carlo Mauri racconta le ultime ore di scalate al Gasherbrum IV. Personaggio singolare Carlo Mauri, dotato di una forza di volontà e una determinazione uniche nel suo genere.

Walter Bonatti in vetta al Gasherbrum IV, 6 agosto 1958. Foto: Centro Documentazione Museo Nazionale della Montagna – CAI-Torino.

C’è una bella storia che racconta di queste sue caratteristiche quasi eroiche.  Un racconto che inizia nel 1961 quando, con l’amico Walter Bonatti, si trovava a Courmayeur per un addestramento in previsione della loro prossima spedizione in Alaska. Erano sugli sci “su un pendio da niente”, racconterà anni dopo Walter, quando Carlo casca a terra rompendosi la gamba.

Subito portato in ospedale e constata la rottura viene emessa la prognosi: due mesi di gesso e il Ragno potrà tornare a scalare.

Le cose sono andate però diversamente: quella frattura biossea non voleva saperne di saldarsi e, in più, la gamba si stava incurvando mentre il piede assumeva sempre più un atteggiamento di equinismo.

Per quattro anni Mauri si sottoporrà alle cure più svariate subendo operazioni su operazioni, sottoponendosi a interventi nel disperato tentativo di trovare una soluzione. In questo periodo fu anche vittima di un grosso calcolo renale per cui fu operato due volte nel tentativo di estrarlo e ci fu anche un infarto cardiaco con cui ha rischiato di mettere definitivamente fine alla sua vita.

Per i medici era finita: Carlo Mauri avrebbe dovuto rinunciare per sempre alla montagna. Un evento inconcepibile per lo scalatore lecchese che, proprio in questo momento, tira fuori tutta la sua determinazione.

In un modo o nell’altro la gamba si è rinsaldata, anche se appare terribilmente deforme. Allora eccolo che si ingegna con un stivale rigido, lacci ben stretti, bastoncini da sci e una forza di volontà che nel giro di poco tempo lo fa tornare prima sulla Grigna, poi sul massiccio del Bianco e poi ancora su quello del Rosa fino al ritorno al mondo extraeuropeo. Prima destinazione la Terra del Fuoco, poi le Ande Peruviane. Certo, l’andatura non è più quella di prima e anche il livello delle realizzazioni, ma in silenzio e senza far trasparire sofferenza Mauri è tornato a far vivere la sua passione.

Sono questi gli anni in cui l’alpinista subisce un cambio di mentalità, capito di non potersi più destreggiare tra gli alpinisti di punta, trasferisce la sua passione per l’esplorazione verticale sul mondo orizzontale. Inizieranno così una lunga serie di viaggi: dall’Antartide al Polo Nord, fino alla Via della Seta; ma anche nel deserto australiano, con gli aborigeni. Il tutto sempre con la sua gamba martoriata, la stessa con cui si imbarcherà su una nave di papiro capitanata dall’antropologo norvegese Thor Heyerdhal con l’ambizione di fare una traversata atlantica: il viaggio che cambierà la vita di Mauri.

L’antropologo aveva l’ambizione di dimostrare che gli egizi erano stati in grado di raggiungere le coste americane molti secoli prima di Cristo. Per questo decise di costruire questa curiosa imbarcazione selezionando come equipaggio, oltre a Carlo Mauri, un variegato team che comprendeva anche il medico russo Yuri Alexandrovic Senkevich con cui l’alpinista italiano condividerà poi una lunga serie di esperienze marinare.

Senkevich fu anche lo stesso che, con insistenza fraterna, riuscì a convincere Mauri ad andare in Siberia dove un suo amico, il dottor Gavrijl Abramovich Elizarov (Meglio conosciuto come Ilizarov a causa di un errore di trascrizione) avrebbe saputo guarirlo.

Dottore di una remota regione della Siberia escogitò un sistema di fissazione esterna per l’osso. Un apparato in grado di immobilizzare stabilmente lo scheletro permettendone una cementificazione più rapida. Ilizarov si era costruito, in Unione Sovietica, la fama di essere un mago e lo stesso Mauri lo definirà il “Michelangelo dell’ortopedia”. La sua fama era però sconosciuta nel mondo occidentale e sarà proprio l’italiano Carlo Mauri a farla diffondere.

Ormai zoppo da anni, sempre su insistenza dell’amico Yuri, Mauri decise di farsi operare da Ilizarov. L’operazione avvenne il 4 aprile 1980. Tre mesi dopo Carlo Mauri fece ritorno a casa camminando in modo normale e partendo quasi subito alla volta di una traversata delle Alpi.

Al rientro da questo percorso l’alpinista ormai riabilitato si spese in un’altra importante azione: far conoscere al mondo occidentale il metodo Ilizarov. Se aveva curato lui poteva certamente riuscire ad aiutare altre vite.

A Carlo Mauri va infatti il merito di essere riuscito a far arrivare in Italia il dottor Ilizarov semplicemente mostrando a un amico ortopedico quel che era riuscito a fare con lui. La determinazione dimostrata da Mauri in tutti gli ambiti della sua vita ha apportato benefici non solo all’alpinismo, come molti potrebbero pensare, ma anche all’ortopedia mondiale.

Ciò che rattrista è pensare che Mauri ha goduto della sua gamba sana per meno di due anni. Un attacco cardiaco ha infatti stroncato la sua esistenza il 31 maggio del 1982.

Di seguito vi proponiamo una piccola galleria fotografica della spedizione al Gasherbrum IV di sessant’anni fa per gentile concessione della famiglia Mauri.

(Ringraziamo vivamente Francesca Mauri per averci permesso di scoprire e raccontare questa storia)

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2 Comments

  1. Un Grande..vien voglia di trovare la sua famosa camicia e pure il resto, rigorosamente vintage..e in tessuti naturali.

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