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Lo stile alpino di Hermann Buhl

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Prima ascesa del Nanga Parbat nel 1953 e del Broad Peak nel 1957 in stile alpino. Stiamo parlando del leggendario pioniere della scalata austriaco Hermann Buhl, conosciuto per la sua incredibile resistenza e la sua forza di volontà fuori dal comune, che gli hanno permesso di realizzare imprese estreme. La sua morte 61 anni fa, il 27 giugno del 1957, a soli 33 anni.
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Buhl sul gruppo Sella

La fama arriva con il Nanga Parbat, nel 1953, quando entra nella leggenda come primo alpinista a scalare un ottomila in solitaria e senza ossigeno.

Di fronte al ritardo del compagno di cordata (della spedizione austro-germanica a cui apparteneva), Buhl si è lanciato da solo nell’impresa, impiegando 41 ore totali dal campo 5 alla vetta e ritorno, sopravvivendo a stento. Gli altri alpinisti dell’epoca al suo ritorno gli rimproverarono di aver tentato un gesto tanto pericoloso.

Sorpreso dall’oscurità durante la discesa in parete, Buhl è stato costretto a trascorrere l’intera notte su una sporgenza appena sufficiente per stare in piedi, a una quota di circa 8.000 metri e senza protezioni. L’impresa gli costò il congelamento di un piede con conseguente amputazione di due dita, ma contribuì a marchiare indelebilmente il suo nome nelle pagine della storia alpinistica.
 
Nel 1957 arrivò la prima ascensione, sempre senza ossigeno, del Broad Peak. In spedizione con l’amico Kurt Diemberger, Buhl si ritrovò senza portatori d’alta quota a disposizione e ne approfittò per realizzare la salita senza appoggi esterni e ossigeno ausiliario, definendolo lo “stile delle Alpi Occidentali“, paradigma da cui deriva l’odierno stile alpino.
 
La sua morte, tragica e in giovane età, arrivò solo pochi giorni dopo aver conquistato il Broad Peak, quando con lo stesso Diemberger scendeva dal Chogolisa (7.645 m), a causa del crollo di una cornice nevosa. Il suo corpo non venne mai ritrovato.

Per conoscere l’alpinista e l’uomo, vi consigliamo tre libri: il primo ovviamente è “È buio sul ghiacciaio” (Corbaccio) contenente i diari dello stesso Bhul delle spedizioni al Nanga Parbat, al Broad Peak e al Chogolisa (la narrazione dell’alpinista si interrompe poco dopo la salita del Broad Peak e le ultime pagine della sua vita sono raccontate da Kurt Diemberger); Hermann Buhl – In alto senza compromessi“, in ristampa, di Reinhold Messner e Horst Hofler; il secondo, “Danzare sulla corda” (Corbaccio), dell’amico Diemberger che dedica una decina di capitoli proprio alla spedizione sul Broad Peak.

Invece, per un punto di vista diverso e molto toccante, vi segnaliamo anche “Mio padre Hermann Buhl“, edito CDA & VIVALDA, in cui Kriemhild Buhl, la primogenita, racconta il coraggio di vivere della madre e il diventar grandi delle tre sorelle, senza padre ma comunque sempre all’ombra della sua leggenda. 

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