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Grivel: 200 anni dopo, sempre al cospetto del Monte Bianco

Grivel, 200 anni, Gobbi

Lega Nikel-Cromo-Molibdeno, forgiata in pezzo unico. È la piccozza Jorasses 2.0. È la modernità che porta con se due secoli di storia, quelli della Grivel, azienda leader del settore alpinistico che quest’anno celebra un importante compleanno: 200 anni di vita. Come festeggiarli? Con uno stile “montanaro”: serio e senza troppi sfarzi, nella storica sede dell’azienda.

 

Quando siamo arrivati nell’headquarter Grivel il Bianco si era appena scoperto e la cima si rifletteva luminosamente attraverso le vetrate dell’edificio dove, ad aspettarci, c’era Gioachino Gobbi anima e storia della Grivel.

Gobbi è un poliedrico narratore, è un imprenditore, ma anche un appassionato storico e ricercatore. Il giusto Cicerone in grado di accompagnarci alla scoperta di una storia lunga due secoli.

Il viaggio inizia all’interno di un’esposizione attenta all’ambiente. Tutte le strutture di supporto sono infatti riciclate e nulla appare realizzato ex novo per quest’anniversario. In mostra invece troviamo la storia, non solo quella dell’azienda ma quella dell’alpinismo. Una storia inutile, ma fondamentale riprendendo la bella definizione di Lionel Terray a cui si accompagna quella di Oscar Wild che ci cita Gioachino: “datemi il superfluo e farò a meno dell’indispensabile”.

“La storia va però contestualizzata, anche la nostra” spiega Gobbi. “Per esempio è importante ricordarsi che, nel 1993, mentre Grivel lanciava il rampone Rambo al CERN di Ginevra veniva inventato il web. Oppure che quando è stato realizzato il primo rampone Henry Ford sviluppava l’automobile”. O ancora che nel ’53, mentre noi pensiamo all’Everest e alla conquista degli Ottomila, James Watson e Francis Crick presentano il primo modello accurato della struttura del DNA.

Gioachino Gobbi

Era il secondo decennio dell ‘800 quando il primo fabbro si insediò a Courmayeur. Faceva serrature, ferri da cavallo, zappe e tutti i materiali per il lavoro della campagna. “Il primo contatto con gli ardimentosi arrivò solo nel 1818 quando iniziarono ad acquistare i bastoni dalla punta ferrata e i chiodi per le suole delle scarpe.”

“Il fabbro in questione era Cassiano”, ma fu soprattutto suo figlio Dominique a dare il via a qualcosa in più realizzando le prime piccozze: una commistione tra il bastone dalla punta ferrata e le piccole accette che si usavano per gradinare il ghiaccio.

“La vera svolta arriva però nel 1909 quando, nell’officina del più celebre Henri Grivel, si presenta un ingegnere delle ferrovie inglesi: Oscar Eckenstein. Eckenstein porta con se, sotto braccio, un progetto. Un disegno bizzarro per il nostro fabbro di montagna “che rideva ed era perplesso, ma dato che era pagato se lo faceva andare bene” ride Gioachino.

Nonostante le perplessità però, al termine delle lavorazione, i due danno alla luce il primo rampone moderno. Un prodotto che prenderà ufficialmente piede solamente due anni dopo, nel 1912, con l’organizzazione di una gara sul ghiacciaio della Brenva. Una manifestazione per testare e mostrare la rapidità di progressione garantita da questo nuovo strumento alpinistico. “Dopo la gara ci fu una grande richiesta di questi ramponi e ovviamente Grivel fu molto contento”.

I ramponi erano però solo all’inizio della loro storia. Quell’attrezzo così particolare e funzionale avrebbe infatti subito molte altre migliorie che l’avrebbero ottimizzato rendendolo sempre più efficace. Nel 1929 a esempio, “il figlio maggiore di Henri, ebbe l’idea di mettere due punte davanti” permettendo così all’alpinista di salire senza troppi problemi. “Si tratta del rampone con cui han fatto la nord dell’Eiger”. Un rampone ormai definitivo, ma pesante tant’è che giusto pochi anni dopo si è iniziato lo sviluppo di un nuovo modello.

Nasceva nel 1936 il superleggero Grivel realizzato

in lega Nikel-Cromo-Molibdeno. “Pesava la metà

di quelli che produciamo oggi”. Erano infatti sottili e tirati al martello come si fa con le catane. “Oggi non potremmo commercializzare ramponi di questo tipo date le maggiori restrizioni a livello di sicurezza”.

I superleggeri Grivel, i ramponi degli Ottomila

Nonostante però non rispettassero le odierne misure di sicurezza “con questi ci han fatto di tutto. Questi sono i ramponi dell’Everest e degli Ottomila”.

La produzione va avanti fino agli anni ’70 quando “inizia la globalizzazione e la differenziazione dello stile. Il mondo della montagna e dell’alpinismo non è più quello che si vede dalla vetta del Bianco, si è trasferito in giro per il mondo”. Da piccozze a ramponi il pubblico inizia a pretendere di più. Non è più sufficiente avere l’attrezzo. Diventa necessario avere un attrezzo specifico, adatto alle necessità di ogni scalata.

“Questa è una fase molto particolare per Grivel. I tempi richiedono un cambio di passo e mentalità” che forse non arrivò trasformando l’azienda valdostana in una realtà più che altro regionale. “Così la famiglia Grivel prende la decisione più facile e vende l’azienda” dando avvio a un’altra importante storia che è quella di Gioachino Gobbi e della sua famiglia.

“Questa è la parte più difficile da raccontare perché è la mia storia” commenta il nostro cicerone. Una storia fatta di innovazione e modernità, di lancio verso il futuro, quello del carbonio (la prima piccozza Grivel in carbonio fu commercializzata nell’87), della Super Courmayeur con le parti intercambiabili e poi della Rambo nell’85-86. Una piccozza dai colori fluo “che all’epoca andavano molto”.

La vera rivoluzione arriva però con The Machine “la piccozza che ha stabilito la geometria di quelle moderne. Geometria che oggi hanno tutti i modelli di tutte le marche”. La stessa evoluzione c’è stata anche nel mondo del rampone che oggi perde le funzioni di sostegno per la scarpa ritornando alla semplicità. Il must rimane infatti il modello 2F. “Un attrezzo a cui non si può togliere nulla. Se si leva anche solo una piccola parte il rampone non avrebbe più sufficienti elementi strutturali”. Chi c’è l’ha lo usa ancora.

Un dettaglio dell’espace Grivel per la celebrazione del duecentesimo anniversario dell’azienda.

Eccoci quindi arrivati alla fine di questo lungo viaggio nella storia di Grivel. Un percorso piacevolmente narrato in modo intimo e approfondito da uno dei suoi protagonisti principali, Gioachino Gobbi. Lo ritroveremo con piacere il prossimo 5 agosto in compagnia di Betta e Oliviero in occasione del Grivel Day a Courmayeur. Il giorno in cui questa “vecchia” storia sarà raccontata al pubblico.

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