• Il primo sito italiano sul mondo della montagna e dell'alpinismo
Alpinismo, Primo Piano, Rubriche, Storia dell'alpinismo

La parete lucente di Kurtyka e Schauer

Robert Schauer, Wojciech Kurtyka, Gasherbrum IVFoto Anna Piunova

Estate 1985, Pakistan. Alle pendici del Gasherbrum IV si presenta una spedizione leggera costituita dall’austriaco Robert Schauer e dal polacco Wojciech Kurtyka. La loro intenzione è quella di scalare la parete Ovest del Gasherbrum IV in stile alpino. “Capimmo subito che, senza portatori, la nostra unica possibilità era scalare la parete in un solo assalto, anziché salire, poi ridiscendere e poi salire ancora, piantando chiodi e mettendo corde fisse, come si fa normalmente su montagne di quelle dimensioni” racconta Schauer.

I due attaccarono la parete sul lato destro impiegando però molto più tempo del previsto e portando come conseguenza a un maggiore consumo di cibo. Un errore di calcolo fatale per la spedizione che rimase senza cibo e combustibile dopo poche centinaia di metri.

Stiamo parlando di una parete alta circa 2500 metri, con passaggi tecnici molto delicati, che i due alpinisti hanno scelto di percorrere in stile alpino facendo però degli errori di calcolo sulle tempistiche. Cosa che però non ha scoraggiato i due che vedevano comunque la vetta ancora alla nostra portata”.

A scombussolare del tutto i piani dei due fu infatti una violenta tempesta che li costrinse a un bivacco forzato per tre lunghi giorni.

“Esausti ci scavammo una buca nella neve, a 7700 metri, e restammo piantati lì per due giorni.

Kurtyka in arrampicata lungo la parete Ovest

Trascorremmo 72 ore mangiando e bevendo pochissimo, e tali privazioni ci resero anche insensibili al freddo” racconta Schauer.

Le giornate di bivacco nella truna sono le più dure per gli alpinisti che, spossati mentalmente e fisicamente, iniziano ad avere visioni. “Mi convinsi che la cordata era composta da tre persone, e che la causa della nostra lentezza era stata proprio quel terzo alpinista inesistente”. Lo stesso che, secondo Schauer, gli impediva di dormire. Lo stesso che cercava di buttarlo fuori dalla buca mentre cadevano valanghe su valanghe.

Ormai gli alpinisti erano alla fine, non mangiavano e bevevano da troppo tempo. A quella quota il corpo necessità di cinque o sei litri di acqua per mantenere il corretto funzionamento mentre i due alpinisti, nel migliore dei casi, ne assumevano un terzo. La situazione era veramente disperata tant’è che anche Kurtika, preso dalla disperazione, iniziò a prendere in considerazione una calata lungo la parete Ovest. Una follia con le continue valanghe e con solo sei chiodi e due corde.

“Quando il sole tornò finalmente a scaldare la parete, ci vollero ore prima che il tepore penetrasse anche nei nostri corpi intirizziti. Lottammo per sfuggire alle creazioni del nostro mondo onirico. Era difficile prendere decisioni e agire finché realtà e fantasia si confondevano”.

Con l’arrivo del sole tornano le speranze di salvezza e anche le energie sembrano rinnovarsi nei copri dei due che ora dovranno prepararsi per continuare la salita. Scendere, come già detto, sarebbe troppo rischioso. Kurtyka e Schauer inziano allora a salire, procedono lentamente affondando fino alle cosce nella neve fresca. Vanno fino al tardo pomeriggio quando sbucano distrutti sulla cresta nord. “Una piccola breccia nella cresta indicava la via di discesa. Non ci fu bisogno di parole. Non avevamo nessuna voglia di fare qualche metro in più fino in cima.

La discesa richiese due giorni e due notti di calate in doppia su appigli di cui ormai non concepivano più la difficoltà. La stanchezza e lo stato di assenza ormai li rendeva estranei ai loro corpi. “Ci vollero giorni prima che le sensazioni e i pensieri tornassero alla normalità, e in un certo senso non mi dispiacque quello stato di “assenza”.

La via seguita da Kurtyka e Schauer

Un viaggio mistico e quasi mentale il racconto di quella che è ritenuta una delle più difficili vie del Karakorum. La stessa che Alpinist ha inserito tra le prime dieci salite del ventesimo secolo.

Non hanno raggiunto la vetta, ma hanno tracciato un’affascinante linea tra “il sogno e la realtà”.

Si tratta di una storia al limite che ricorda, seppur vagamente, quella di House e Anderson sulla Rupal del Nanga Parbat nel 2005. Un racconto e una salita emozionante come poche altre.

Articolo precedenteArticolo successivo

1 Comment

  1. Che salita e che alpinismo fantastico.
    A distanza di anni, a mio avviso, è questo un exploit che è stato solo eguagliato ma non superato tanto è vero che ancora oggi questa è considerata una salita di riferimento per standard moderni. E sono passati più di 30 anni; o erano all’avanguardia allora o è cambiato l’alpinismo attuale con visioni e indirizzi differenti o gli alpinisti di oggi sono di un’altra pasta!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.