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Maurizio Cheli: non sono Messner, ho scalato l’Everest con l’ossigeno per me stesso

Maurizio Cheli, Everest, astronautaMaurizio Cheli sulla vetta dell’Everest

Originario di Zocca vive oggi alle porte di Torino, non molto lontano dall’aeroporto di Caselle dove gestisce una piccola azienda aeronautica che produce aeroplani e si occupa di monitoraggio fotogrammetrico del territorio. “Mi piace variare” commenta quando stupiti gli domandiamo “Ma non facevi l’astronauta?”.

Stiamo dialogando con Maurizio Cheli, l’uomo delle stelle e… dell’Everest, cima che ha raggiunto alle 5.45 nepalesi del 16 maggio 2018.

 

Avevi già visto l’Everest dallo spazio?

Certo e potrei quasi dire che tutto nasce da quella volta in cui l’ho visto e fotografato dall’alto. Sapete quel sentimento per cui alla vista di una montagna viene da dire “un giorno ci salirò”? è un po’ come quando ci si prende un anno sabbatico dal lavoro.

Alla fine quello dell’Everest è sempre rimasto un pensiero latente finché, tre anni fa, mi sono convinto e mi sono detto che sarebbe stato bello almeno provarci. Volevo farlo prima del 60 anni, un po’ come quelle esperienze da “adesso o mai più”.

Sei un alpinista?

No, però ho sempre amato la montagna e sono un appassionato di bicicletta. In estate passo tantissimo tempo sulle due ruote, con cui mi diverto a fare i colli del Tour de France. Mi piace molto anche camminare, ma prima di pensare alla scalata dell’Everest non avevo mai scalato.

L’alpinismo mi attraeva nel gesto e nell’eleganza, ma non mi ero mai cimentato. Così, tre anni fa, mi sono messo alla ricerca di una guida alpina per capire innanzitutto se l’alpinismo poteva piacermi e poi per capire se l’Everest poteva essere un obiettivo alla mia portata.

Come hai scelto la guida?

Ho applicato una mentalità aeronautica andando alla ricerca di una guida che mi dicesse fai questo e quest’altro. Diciamo che così non sono riuscito subito a fidelizzare (ride) poi ho incontrato Marco Camandona che mi ha detto: “non pensare all’obiettivo finale. Facciamo un’estate insieme poi tiriamo le somme”.

Veniamo però alla spedizione vera e propria, al momento più intenso: la vetta…

Mi sono messo a piangere dall’emozione perché siamo arrivati su in una giornata dove non c’era una nuvola, non c’era vento e l’orizzonte era magnifico. Era l’alba ed eravamo i primi dal versante nepalese. Davanti non avevamo nessuno, solo io Francois e i due sherpa. In cima una decina di persone salito dal Tibet dove l’ultimo campo sta leggermente più in alto che dal lato nepalese.

Siamo rimasti un’ora in vetta a contemplare la bellezza di quella visione.

Sei salito con l’ossigeno…

Sono partito con l’idea di farlo con l’ossigeno. Non sono Messner, per me aver scalato l’Everest è una grande soddisfazione personale, punto. Non sono un alpinista, sono una persona con dei sogni e avendo a disposizione una tecnologia che mi permette di salire più agevolmente non vedo perché non dovrei usarla.

Non ritengo ovviamente di aver fatto un’impresa eroica, nemmeno un’impresa. Quel che ho fatto è straordinario per me, ma rimane una cosa che han fatto in tanti.

Com’era il campo base?

Il campo base era affollatissimo, sono rimasto molto sorpreso. Noi ci trovavamo all’estremo nord, eravamo i più vicini all’Icefall e per arrivare dal punto in cui iniziavano le tende fino a noi si impiegavano circa 45 minuti. In pratica quel campo base è una piccola città, non mi aspettavo una cosa così grande.

Cosa pensi del problema inquinamento?

Dallo spazio vedi l’inquinamento con i tuoi occhi, vedi lo smog sulle città e capisci quanto sia fragile la Terra. Stando nello spazio ti rendi conto di come la natura sia sensibile.

Quel che posso dire è che noi ci siamo attrezzati per portare indietro tutta la nostra spazzatura. Per il resto invece trovo scorretto lasciare materiali non biodegradabili sulla montagna. Bisognerebbe trovare un giusto equilibrio, un compromesso, perché in Nepal ci sono molte persone che vivono grazie a queste spedizioni e non si possono lasciare migliaia e migliaia di persone senza lavoro.

Come credi che si potrebbe risolvere questo problema?

Credo che alpinisti ed escursionisti potrebbero pagare una piccola tassa con la quale finanziare il pagamento della pulizia al termine della stagione. Sarebbe un modo per mantenere pulita la montagna e per dare lavoro alle persone.

Pulire la montagna non è solo un modo per preservare la natura, ma anche per assicurarsi che gli alpinisti continuino ad arrivare. Chi vorrebbe andare a scalare su una montagna di rifiuti?

Ci sono molti esempi di montagne dove le regole sul trattamento dei rifiuti sono molto più stringenti. A esempio sull’Aconcagua ti devi portare indietro anche i tuoi escrementi e la stessa cosa accade sul Kilimangiaro. Sono luoghi in cui le agenzie sono state formate e sensibilizzate sull’argomento e sulla tematica ambientale. Mi ha molto impressionato vederli recuperare la spazzatura lungo il sentiero, anche le carte più piccole, durante il trek.

Credo che la stessa cosa si possa fare anche sull’Everest.

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