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Antonio Caprara, un curioso amante della natura

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Dormire nel corpo di un cammello morto da giorni, nutrirsi del contenuto trovato nel suo stomaco, bere strizzando le feci fresche di un elefante, nutrirsi della cruda carne di uno gnu ucciso da un branco di leoni oppure farsi un clistere con dell’acqua marcia per idratarsi. Sono tutte esperienza che fanno parte dell’arte di sopravvivere. Un’arte che dovrebbe essere regola base per l’essere umano, ma che la modernità e le comodità tecnologiche hanno allontanato dal nostro quotidiano vivere.

Tutto questo però si può imparare, magari non proprio tutto quel che abbiamo elencato negli esempi, quelli sono casi disperati di sopravvivenza o, meglio, il “divertimento” televisivo dell’avventuriero inglese Bear Grylls che per alcuni anni ha incollato agli schermi della TV appassionati come Antonio Caprara, molisano esperto di tecniche di sopravvivenza.

Io cerco di trasmettere l’arte della sopravvivenza e di divulgare l’amore per la natura. Lavoro molto con i bambini. Cerco di insegnargli a fare il formaggio, la saponificazione, tutte cose che faccio anche per me, nel mio quotidiano”. Tutto quel che gli riesce lo fa da sé il ragazzo. “Ho un piccolo pezzo di terra dove coltivo le piante e allevo le bestie. Mi faccio i formaggi e le conserve” spiega Antonio che, ci tiene a sottolinearlo: è allergico al cemento.

 

Ci racconti qualcosa in più su di te?

Sono un ragazzo cresciuto all’aria aperta, in un posto dove non c’era troppo cemento. Ho sempre odiato quel grigio artificiale e con gli anni ho imparato a starne lontano. Negli stessi anni in cui maturavo la conoscenza dell’arte della sopravvivenza.

Imparando a conoscere questa materia mi sono spesso domandato “possibile che in Italia non esistano scuole di sopravvivenza di stampo americano o inglese?”.

Quando hai iniziato ad appassionarti all’arte della sopravvivenza?

Posso tranquillamente dire che tutto è iniziato nel periodo adolescenziale, seguendo i nonni nei loro lavori della campagna. Anche se la vera passione è arrivata con la tv, con i programmi dell’avventuriero Bear Grylls. Seguendo i programmi mi sono domandato perché non ci fossero scuole, almeno al sud. Ad oggi la più vicina al Molise si trova in Umbria, ed è quella che ho frequentato con l’idea di poter trasformare la passione in un lavoro.

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Cosa facevi prima di dedicarti all’arte della sopravvivenza?

Ho fatto un po’ di tutto. Tenete conto che ho iniziato a lavorare che avevo 12 anni. Ho fatto il cameriere, l’aiuto pizzaiolo, il giardiniere, il muratore, il carpentiere e il barman. Oggi però non riesco ancora a vivere completamente grazie alla sopravvivenza, così per arrotondare continuo a fare il barman.

Quindi è più passione che guadagno…

Esattamente. A breve però vorrei però far diventare questa un professione a tutti gli effetti.

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Quando è nata la tua scuola di sopravvivenza?

Circa tre anni fa e non volevo nemmeno aprirla. A spronarmi perché lo facessi è stato un mio grande amico, che mi segue tutt’ora nella parte burocratica e con lui la mia ragazza.

Ci devi togliere una curiosità: dove sta l’utilità di una scuola di sopravvivenza in Italia?

A nulla, volendo. Uno può pensare che sia del tutto inutile saper accendere il fuoco con i legnetti, oppure sapersi procacciare il cibo in una foresta. Non si possono però sapere in anticipo tutto gli accadimenti della vita.

Dietro a questi corsi poi ci sono tutta una serie di risvolti psicologici e professionali. Chi partecipa a questi corsi apre la mente a nuove possibilità, impara ad affrontare nuove sfide. Mettersi in gioco in situazioni estranee alla vita di tutti i giorni aiuta a migliorare il livello di vita e l’autostima.

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