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La falesia dimenticata torna al suo antico splendore

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San Lorenzo-Dorsino, piccolo paese ai piedi delle Dolomiti di Brenta. 1500 abitanti tra le montagne del Trentino. Un posto dove la roccia è amica e dove, sul finire degli anni ’80, mentre nasceva e prendeva forma l’arrampicata sportiva si scopriva (e attrezzava) una falesia con tutte le caratteristiche estetiche e di scalabilità che la rendevano unica nel suo genere.

“Si tratta di un posto abbastanza particolare perché è stata una delle prime falesie del Garda con Massone, San Siro e la gola di Toblino ed è stata pubblicata sulla prima guida di Arco, quella scritta da Depretto negli anni ’90” ci racconta Simone Elmi, anima del progetto La Falesia Dimenticata di cui parleremo più avanti. Prima di parlare dell’oggi è importante conoscere la storia. “Dopo la pubblicazione delle guida si è assistito a un importante afflusso di climber e appassionati, con i primi problemi”. Complicazioni dovute al fatto che la falesia in questione si trova su un terreno privato e “il proprietario, vedendo tutta quella gente nella sua proprietà, si è preoccupato arrivando al punto di interdire l’accesso alla falesia, innanzitutto per ragioni di responsabilità e poi perché i climber non si comportavano benissimo. Sporcavano o gli fregavano le patate (ride). Non conosco i dettagli di quel che è accaduto, ma non posso nemmeno dare tutti i torti al proprietario”.

Così la falesia è stata chiusa, dimenticata, ma non da chi ha avuto occasione di testarla e testarsi su quella roccia. “Nonostante la chiusura si è continuato a parlarne. È capitato spesso che dicendo a un vecchio climber ‘sono passato da San Lorenzo Dorsino’ questo rispondesse citando la falesia dimenticata”.

 

Perché è rimasta così impressa questa falesia?

Perché è unica per estetica e tipo di roccia. È un bel conglomerato che non  facile trovare. Alla base poi c’è un prato orizzontale con un torrentello che sgorga dalla falesia stessa.

Si tratta di acqua che andrà gestita perché si tratta di un bene pubblico, da tutelare e preservare.

Quindi sono questi i motivi che vi hanno spinto a voler recuperare questo posto?

Si, diciamo che abbiamo voluto far si che questa falesia tornasse ad essere patrimoni di tutti. Così abbiamo costituito l’associazione sportiva dilettantistica DolomitiOpen e abbiamo attivato un crowdfunding che ci ha permesso di comprare al falesia e poi iniziare i lavori richiodatura e messa in sicurezza.

Siamo dei privati che rendono pubbliche le cose (ride).

Oltre al crowd va però sottolineato che abbiamo partecipato a concorsi e bandi che possono aiutarci nei lavori di risistemazione.

A quando la riapertura?

Contiamo di aprire entro la metà di giugno.

Apriremo una ventina tiri, i primi verso l’accesso della falesia. Da li in poi ricominceremo poi quest’autunno perché siamo ancora in attesa dei finanziamenti ufficiali. I chiodi costano e di lavoro da fare ce n’è tanto poi, in fondo alla falesia, dove faremo il bagno, ci sono da sistemare alcuni problemi idrici urgenti.

Quanti sono gli itinerari storici?

Una quarantina in tutto. Alcuni però sono su un’altra proprietà. Noi per ora abbiamo comprato una sola particella, quella che presenta la maggior parte dei tiri, circa l’80 percento. In futuro sarebbe bello comprare anche le proprietà limitrofe, ma con calma.

A fianco di questi quanti ne stanno nascendo?

La falesia era già abbastanza satura, ma allora non erano state prese in considerazione alcune zone con tiri medio facili, dal 4a a salire. Ne abbiamo già chiodati 7 o 8. Credo che per quando la falesia sarà completata avremo una decina di nuovi tiri.

Che lavori state facendo?

Molti. Una parte dei lavori li abbiamo svolti noi. Si tratta di operazioni di pulizia come la rimozione dell’edera, che aveva completamente invaso la parete, o il contenimento di un prato pensile.
Altri lavori invece sono stati affidati a una ditta di disgaggi che si è occupata di consolidare la parte alta dove si trovavano dei blocchi di roccia molto instabili.

Abbiamo quindi provveduto a pulire e evidenziare la sorgente d’acqua e siamo passati alla resinatura e chiodatura dei tiri. Un lavoro lungo che ti porta via una giornata di lavoro, a tiro. Si tratta di un compito delicato, di cui si stanno occupando le guide alpine.

Leggevamo che La Falesia Dimenticata avrà una porta d’ingresso…

Una storia lunga, nata casualmente. Un giorno è venuto a trovarci in falesia un forte scalatore della zona. Era entusiasta del posto però era preoccupato dall’afflusso di gente. Diceva: probabilmente si rovinerà con le persone.

Dargli torto era impossibile, le problematiche a cui si sarebbe potuti andare incontro sono molte, dal rumore, alla spazzatura, all’incuria della cosa pubblica.

Parlando poi se n’è uscito con quest’idea della porta. Un piccolo cancelletto perché “quando apri una porta è come entrare a casa tua” ha detto. In effetti un piccolo ingresso ha un significato particolare. Vuol dire che stai entrando a casa di qualcuno, anche se qui è diverso. Qui entri a casa tua, ma ti devi ricordare che è anche la dimora degli altri e per questo devi avere un’attenzione particolare per il luogo.

Questo è un posto dove venire per respirare un’atmosfera particolare perché, in fondo, quel che conta dell’arrampicata sono i rapporti umani. La Falesia Dimenticata non è il posto che si sceglie solo per grado e roccia, qui non ci sono i 9a. Qui abbiamo la storia.

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2 Comments

  1. Anche un furgone con salsicce, wurstel e patatine dell’orto appresso all’ingresso..potebbe far cambiare idea per il resto ancora privato. Qualche malgaro di altre zone si accontentava anche del passaggio di giovanette in canottierina.

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