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Alpinismo, Primo Piano

Dieci anni dalla scomparsa di Iñaki Ochoa

Iñaki Ochoa de Olza, Denis Urubko, Ueli Steck, Annapurna, ottomila, alpinismo

Ci lasciava il 23 maggio del 2008 Iñaki Ochoa de Olza, alpinista e scalatore basco, classe 1967, venuto a mancare ormai 10 anni fa sulle pendici dell’Annapurna.

L’anniversario della scomparsa di uno dei più forti himalaysti del mondo, con 12 ottomila all’attivo e un’incredibile conoscenza delle vette himalayane, ci ricorda ancora una volta come tutto possa accadere a certe altitudini, e come nonostante l’esperienza e la capacità, spesso gli scalatori siano costretti ugualmente a piegarsi di fronte alla forza incontrastabile della montagna.

La storia del tentativo di soccorso messo in atto per cercare di salvare lo scalatore è un chiaro esempio di cameratismo montano e sacrificio. L’azione ha visto coinvolte fino all’ultimo tutte le spedizioni impegnate sulla via Sud dell’Annapurna, protese in uno sforzo collettivo per salvare l’alpinista basco, sforzo che però non è stato sufficiente per avere la meglio sui gravi problemi fisici che lo hanno colpito durante l’ascesa.

La notizia della morte di Ochoa de Olza era stata data prima di tutti via radio da Ueli Steck, altra compianta vittima della montagna, a Denis Urubko, amico del basco. Il kazako, in seguito all’allarme diffusosi tra tutti gli scalatori all’Annapurna il 22 maggio, era intento a salire il più in fretta possibile, carico di ossigeno e medicinali, a campo 4, dove si trovava l’amico in pericolo.

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Lo scalatore in una foto del 2006, © Iñaki Ochoa de Olza

I problemi sono iniziati il 21 maggio, quando a seguito di una scalata ininterrotta di 16 ore, lo scalatore ha accusato dei sintomi di congelamento alle mani, che lo hanno costretto a rientrare a campo 4 quando si trovava a soli 100 metri dalla vetta. La permanenza prolungata a 7.400 m durante la notte ha peggiorato le sue condizioni, causando gravi problemi respiratori, fino a fargli perdere conoscenza. Questo ha messo in allerta il suo compagno di cordata, Horia Colibasanu, che ha lanciato l’allarme.

Nonostante le istruzioni di diversi medici giunte via radio, le cure dell’amico si sono rivelate insufficienti. Vista la situazione critica, tutte le spedizioni nella zona hanno cominciato a convergere verso campo 4 per giungere in aiuto dello scalatore in pericolo di vita. Anche Ueli Steck, impegnato in una missione per aprire una nuova via sull’Annapurna, ha abbandonato immediatamente la sua spedizione ed ha affrontato la bufera per raggiungere campo 4 e prestare soccorso a Ochoa de Olza. Lo svizzero era momentaneamente ridisceso al campo base a causa del maltempo, ma ricevuto l’allarme era subito tornato a salire insieme al compagno di spedizione, la guida alpina Simon Anthamatten.

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Da destra a sinistra: Ochoa de Olza, Colibasanu e Bowie, © Iñaki Ochoa de Olza

Mentre Anthamatten aiutava Colibasanu a tornare al campo base, Steck si occupava di Iñaki Ochoa de Olza, rimanendo con lui per tutta la notte, somministrandogli cibo, acqua e medicinali, ma senza risultati. 

Un intero team internazionale di alpinisti attendeva a valle con un elicottero per prestare il primo soccorso in piano. Il terzo membro del team del basco, il russo Alexey Bolotov, bloccato a campo 3, stremato dalla fatica e dai lunghi giorni di permanenza in alta quota, si rifiutava di scendere, convinto di poter raggiungere l’amico a C4 per soccorrerlo.

L’amico kazako Denis Urubko ha proseguito la sua scalata per ore, con altro ossigeno e farmaci nello zaino, senza riposare, per giungere il prima possibile dal compagno bloccato e in pericolo. Sarebbe bastata qualche altra ora a Urubko per raggiungerli, ma i suoi sforzi e quelli di tutto il dispiegamento di forze generatosi non è stato comunque sufficiente, il malessere alla fine ha avuto la meglio: lo scalatore basco si è spento tra le braccia di Ueli Steck a campo 4, poco dopo la mezzanotte del 23 maggio 2008.

Questa tragica esperienza collettiva, che ha scosso tutti gli appassionati di montagna e bloccato diverse delle spedizioni in corso sull’Annapurna in quei giorni, tra cui quella dello stesso Steck, è stata poi raccontata in un volume, pubblicato l’anno scorso, intitolato “Salvate Iñaki!“. L’autore è il giornalista basco specializzato in alpinismo Jorge Nagore, amico vicino a Iñaki e coordinatore del tentativo di salvataggio che purtroppo non è stato sufficiente a salvare l’himalaysta basco.

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3 Comments

  1. Quante differenze con i mancati soccorsi a Tomek, ultima in termini temporali la più importante: Inaki Ochoa si sarà lasciato andare nell’abbraccio di un amico mentre a Tomek sarà mancato il respiro dallo sgomento di essere stato dimenticato da tutti.
    Andrea G.

  2. Solo una piccola rettifica a un bell’articolo che ho letto con molto piacere, anche perchè i protagonisti di questa straordinaria storia meritano di essere ricordati: l’alpinista a dx nella foto è Don Bowie e non Alexey Bolotov. Il giornalista Jorge Nagore Frauca è basco e non statunitense. Pura vida!!!

  3. scusa Andrea ma il paragone proprio non regge.
    Quando Inaki è stato male erano presenti sulla montagna un sacco di alpinisti.
    Ovviamente il fatto che Inaki fosse amato e rispettato da tutti è un fatto.

    Tomek è stato male su una montagna dove erano in DUE.
    Elizabeth lo ha aiutato a scendere da 8100 e passa metri a 7200 metri, e ha dovuto lasciarlo quando i segni dell’agonia erano evidenti (sangue alla bocca,impossibilità totale di muoversi, cecità,etc.).
    E sono fermamente convinto che le ultime parole di Tomek per Elizabeth l’abbiano spinta a salvarsi.

    Lo straordinario soccorso di Denis&co. puntava a provare a salvare anche lui, ma i tempi (e il meteo) non lo hanno consentito, punto.

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