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Hanspeter Eisendle: ho sempre cercato l’esposizione e l’incertezza, questo è l’alpinismo

hanspeter eisendle

Classe 1956 Hanspeter Eisendle è un personaggio eclettico. In montagna ha spaziato, e spazia, dalla roccia alle altissime quote. È un alpinista completo dal fisico asciutto e dai tratti particolari. Difficile confonderlo con altri atleti, difficile confondere quel suo sorriso quasi beffardo, ma buono.

Alpinista vero e completo si è sempre defilato dai riflettori. A interessarlo è la montagna vera, quella esposta e insicura, non quella dell’artificiale e dei chiodi a pressione. Ma lasciamo che sia lui a parlarci della sua montagna.

 

Quando hai iniziato a salire?

Fin da bambino ho sempre avuto le montagne davanti casa e i miei genitori mi hanno sempre portato in quota, fin da piccolo.

Mi portavano alle malghe, nei boschi. Non mi portavano però a fare alpinismo, le cime non gli interessavano.

Era la mia logica di bambino a dirmi di andare più su, dove non c’era nessuno.

Una piccola divagazione: gli anni della tua adolescenza sono stati duri per l’Alto Adige, come li hai vissuti?

Come ragazzino non posso dire che era dura, ma si sentiva questa tensione tra militari, polizia, e popolazione. Erano i cosiddetti anni delle bombe. C’erano proteste e una grande soppressione. Per me però contava quel che capivo e vedevo. Vedevo che i confini verso l’Austria erano molto controllati, protetti. Solo che proprio lì c’erano le mie montagne, quelle dove potevo scappare.

Dovevo fare molta attenzione a non farmi beccare dai finanzieri o dai militari perché poteva essere pericoloso. Nella mia testa c’era che loro erano ragazzi giovani che avevano paura dei terroristi e dei contrabbandieri. Erano armati, era pericoloso.

Per questo ho sempre evitato i sentieri normali scegliendo percorsi quasi estremi. Potrei quasi dire che era la nascita di un alpinismo molto naif, da bambino.

Torniamo alla montagna… Il grado aumentava, l’esperienza anche poi un giorno il tuo primo Ottomila…

Sono successe tante cose in mezzo. Ho conosciuto molte persone in montagna e ho imparato abbastanza bene ad arrampicare. In quegli anni poi c’era Messner, che in Sud Tirolo era il numero uno degli alpinisti, e lui seguiva i giovani. Era molto solidale verso di noi e ci seguiva molto. Così, un giorno, arriva l’invito a me e Hans Kammerlander per partecipare a questo tentativo invernale alla parete Sud del Cho Oyu.

È stato il mio primo incontro con la montagna severa. È stato un viaggio molto bello, tra amici. Con noi c’erano anche degli artisti, avevamo una grande tenda al campo base dove faceva freddo ma ci si sentiva a casa. Era però qualcosa di diverso.

L’alpinismo in inverno in Himalaya è qualcosa che non si può concepire sulle Alpi.

Avevo 25 anni ed è stata un’esperienza unica.

Com’era Messner?

È sempre stato molto solidale. Era un tipo che osservava tutto e tutti, che badava agli altri. Secondo me era un vero leader. Uno di quelli in grado di capire che da solo non può far nulla, che ha bisogno di una squadra e che insieme si può combinare qualcosa di buono.

Non è un egoista. Non ho nessun ricordo di cose negative. Non l’ho mai visto fare qualcosa contro qualcuno. Ha la fama di essere egoista, ma è vero il contrario.

Con lui hai fatto un interessante tentativo al Nanga Parbat nel 2000, ce ne parli?

L’idea e la motivazione era trovare una via nuova su una montagna famosa. Non cercavamo una variante, ma una via del tutto inedita.

Sono state queste premesse a intrigarmi. Mi affascinava l’idea che nel 2000 si potesse trovare sul Nanga Parbat la via più facile tecnicamente.

Si tratta di una via lunga, ma abbastanza facile ed è interessante proprio perché è intelligente. La difficoltà in montagna è facile da trovare, l’intelligenza sta nel trovare la via più facile.

Hai sempre inseguito questa filosofia…

Penso che oggi sia un modo di intendere l’alpinismo che stia tornando di moda. Basta osservare quel che fanno i giovani per capirlo.

In fondo questo è il vero senso dell’alpinismo. Alpinismo significa anche sentirsi esposto, sentirsi incerti. Sono sensazioni che si sentono facilmente quando si fa una via tecnicamente poco protetta.

Se si realizza invece una via di decimo grado su una parete piena di chiodi a pressione questa sarà una grande prestazione sportiva, ma sarà scevra del potenziale della montagna.

Quando ti esponi alle leggi della natura, quando sei un uomo molto piccolo in mezzo all’ambiente selvaggio allora è tutto diverso e ti rendi conto che il grado è solo una piccola parte di tutto questo.

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2 Comments

  1. Grande uomo, grande persona, grande alpinista.
    basta vedere quello che fanno i giovani oggi per capirlo”.
    Hans dovrebbe essere sempre interpellato per commentare le imprese o presunti tali. Non ha mai avuto peli sulla lingua, è schietto e se ne intende.

  2. perchè, l’artificiale da quando è diventato sicuro?? ma se è per definizione la cosa più precaria che ci sia! un pò di competenza per favore, siete una testata di settore…

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