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Aldo Audisio, una vita al Museo Montagna

Lo staff del Museo Montagna riunito per i saluti al direttore Aldo Audisio. Foto: CAI Torino

Era il 1978, un anno importante per l’alpinismo. Era il 1978 quando Reinhold Messner e Peter Habeler raggiungevano la vetta dell’Everest senza ossigeno e intanto, 8000 metri più in basso, il mondo cambiava forma.

Era sempre il 1978 quando moriva Peppino Impastato, nello stesso giorno in cui veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro. Era il 1978 di Giovanni Paolo I e, un mese dopo, di Giovanni Paolo II. Era il 1978 quando in Italia veniva approvata la legge sull’aborto. Il 1978 dell’Argentina campione del mondo, delle dimissioni di Leone e della nomina del socialista partigiano Sandro Pertini. Era il 1978 dei Van Halen, il ’78 del veto cinese alle letture di Shakespeare, Aristotele e Dickens, dell’Operazione Litani. L’anno della prima puntata di Dallas, o quello della prima mail spam. Ma per noi appassionati di montagna era l’anno di Messner e Habeler, l’anno dell’alpinismo sulle prime pagine dei quotidiani e non solo. Il 1978 era l’anno della rinascita al Museo Montagna di Torino.

“Quando sono arrivato al museo, nel 1978 la struttura era appena stata restaurata e il museo era chiuso” ci racconta l’ex direttore Aldo Audisio. “Le collezioni e i materiali giacevano abbandonati poi, nel giro di pochi mesi, grazie a una convenzione tra CAI Torino e Comune, sono riuscito a repertoriare i materiali e riaprire al pubblico con un’esposizione moderna”.

Da quel giorno sono passati ormai quarant’anni e il Museo Montagna al Monte dei Cappuccini ha assunto sempre più una propria e ben definita personalità. Personalità dovuta anche al direttore Aldo Audisio che in questi lunghi quarant’anni ha messo anima, corpo e conoscenze riuscendo a tessere una fitta rete di contatti internazionali e a procedere a un allargamento, fisico e non solo, del museo. Oggi però è tempo di cambiamenti. Quarant’anni son tanti, ed è tempo di lasciar spazio ai giovani.

 

Quarant’anni alle redini del Museo Montagna…

Quarant’anni di cambiamento, soprattutto per quanto riguarda il mondo della montagna. Un cambiamento globale della montagna che da tradizionale si è innovata più volte fino ad arrivare a oggi.

La mia fortuna è stata quella di poter assistere a questi cambiamenti da un’angolazione particolare che è quella della cultura. Un’angolazione particolare per quanto riguarda il mondo della montagna e dell’alpinismo, ma che ha permesso al museo di trovare la sua strada e percorrerla. Si tratta di una strada meravigliosa fatta di contatti locali quanto internazionali che hanno permesso al museo di diventare un punto di rifermento per quanto riguarda la cultura di montagna.

Com’era il museo quando sei entrato?

Era chiuso, era alla ricerca di una nuova identità. Di una sua personalità che si è poi costruito negli anni e che continua a costruirsi giorno dopo giorno.

Oggi invece è un museo che ha bisogno di proseguire la strada fatta trovando nuovi spazi. Per questo credo sia stato estremamente utile il cambio di direzione.

Sei stato direttore dell’analogico e poi del digitale, com’è cambiato il lavoro museale in questi anni?

Tantissimo. Io sono arrivato al museo quando il mondo era collegato dalla macchina da scrivere, dalla carta carbone e dalla velina e l’ho accompagnato fino ad oggi, fino all’era della comunicazione istantanea. Oggi ci si parla da un ufficio all’altro utilizzando whatsapp, ma in mezzo c’è tutto una storia da raccontare.

Aldo Audisio

Il museo invece, come ha attraversato questi quarant’anni?

Con grandi trasformazioni. Le tecniche di schedatura sono cambiate. Oggi si digitalizzano i materiali. Si produce ormai tutto in formato digitali, anche i film. Nel mondo della cinematografia si è passati dalla pellicola, all’analogico a questo mondo, forse un po’ caotico, del digitale.

Anche nella conservazione ci si è dovuti adeguare ai tempi. Conservare vecchi materiali fotografici è “semplice”, conservare l’analogico o il digitale invece è una bella domanda.

Oggi si produce molto più materiale di un tempo, soprattutto cinematografico…

Sicuramente è aumentata a dismisura la quantità di acquisizioni ed è sempre più difficile scegliere cosa valorizzare e cosa conservare. Da questo punto di vista noi, come museo, abbiamo la fortuna di arrivare qualche tempo dopo gli avvenimenti e questo ci consente di storicizzare e di ragionare maggiormente sui materiali rispetto ai film festival.

Qual è stato e qual è invece il rapporto tra museo e visitatori?

Da metà anni ’90 il museo ha avuto un consolidamento che porta circa allo stesso numero di visitatori ogni anno, ma non alle medesime persone. Attualmente siamo stazionari su una base di circa 60mila persone l’anno. Persone di interessi ed estrazione estremamente diversificata. Questo anche grazie alle proposte del museo che, finché sono stato direttore, hanno sempre badato molto alla diversificazione delle attività. Dal cinema, all’arte, all’iconografia sempre diversificando per acquisire nuovi pubblici. Questa è la base per la salvezza (ride).

Negli anni hai avuto modo di lavorare con molti dei grandi nomi della montagna e dell’alpinismo. Ripensando ai personaggi con cui hai collaborato come vedi oggi questo mondo?

Molto meno consolidato.

Nonostante questo però ci sono molte persone che si occupano e dei suoi aspetti culturali in modo positivo. Credo che il museo debba aspettare e vedere cosa succede.

Un ricordo particolare di tutti questi anni al Museo Montagna?

Sono così tanti che è difficile ricordarne uno solo. Ho sempre pensato che al museo come a un’esperienza globale e, in questa globalità, anche le emozioni si sovrappongono rendendo difficile dire cosa mi sia piaciuto di più o di meno. Ovviamente ci sono stati momenti di estremo orgoglio e altri in cui sono accadute cose che mi sono piaciute di meno, ma tutti fanno parte di questo percorso.

Cosa non ti è piaciuto?

Questo non lo dirò nemmeno sotto tortura. (ride)

“Oggi vanno inventati nuovi percorsi mantenendo le radici con il passato” hai affermato a proposito del cambio di direzione del museo. Una frase che spinge a un’innovazione consapevole…

È molto importante mantenere le radici con il passato, con quella che è la struttura consolidata, ma allo stesso tempo guardare oltre. Fare esperienza di quel che è accaduto per innovarsi.

Vorremmo concludere questo breve dialogo con i migliori auguri alla nuova direttrice Daniela Berta. Che la sua direzione possa innovare guardando al passato.

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