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In bici dalla California all’Alaska attraverso le Montagne Rocciose

Alessandro De Bertolini sarà ospite del Trento Film Festival domani, lunedì 30 aprile, alla Filarmonica di Trento. Occasione nella quale presenterà il suo ultimo viaggio con video foto. Nella stessa serata sarà anche presentato il libro “It’s my home for three month” (Montura Editing) che racconta di un percorso lungo tre mesi. Un appassionante viaggio in bicicletta attraverso il Nord America a stretto contatto con una natura unica e una storia, quella umana, che si inserisce in questo ambiente modellandolo e trasformando spesso la wilderness in paesaggio. Ma non è così ovunque, ci racconta Alessandro, esistono ancora dei luoghi intonsi. “Posti in cui, quando incontri tracce umane, non puoi fare altro che sbatterci il naso dentro”. Situazioni che il ricercatore della Fondazione Museo Storico del Trentino si è trovato a vivere sulla propria pelle, durante un viaggio che parrebbe lungo quasi quanto una vita.

 

Il tuo lavoro non è andare in bicicletta…

No. Io ho iniziato come giornalista. Cosa che continuo a fare tuttora per alcune testate locali poi, per fortuna, ho trovato lavoro alla Fondazione Museo del Trentino come ricercatore e divulgatore della nostra storia.

Il viaggio è però una passione che ho sempre coltivato cercando di portarla avanti nel tempo libero, nelle vacanze. Dopo il rientro a casa invece continuavo a viaggiare grazie al tentativo di riportare su carta, in dei libri, le esperienze vissute.

Sempre il bicicletta?

Non sempre, la bici è il mezzo prediletto, ma non l’unico. Diciamo che molti dei miei viaggi sono sulle due ruote, ma alcune volte ho anche camminato, oppure ho indossato gli sci. Ad unire tutti questi percorsi la tenda e il sacco a pelo, elementi immancabili nei miei viaggi.

Così sei andato prima sui Pirenei e poi sulle Alpi…

Il vero inizio è stato in Islanda, a vent’anni. Sono partito con un amico molto più grande, aveva quarant’anni e una grandissima esperienza alle spalle. Con la bici aveva viaggiato molto mentre per me era la prima esperienza.

Ricordo di essere partito con l’entusiasmo a mille, ma dopo un po’ di giorni a pedalare con il vento contro avevo le ginocchia gonfie e non potevo più proseguire. In quell’occasione Roberto, il mio compagno di viaggio, mi ha detto: “io sono partito con te, viaggiamo insieme” insegnandomi il vero spirito del viaggiatore.

Con lui sono poi stato in molti altri posti fino ad arrivare nel 2006 a tentare una traversata di montagna: i Pirenei. Lì abbiamo scoperto che con la bici si può andare anche in salita e così l’anno dopo abbiamo pensato di provare le Alpi per scoprire quel che c’è fuori casa, per scoprire cosa si annida in quel che tutti i giorni vediamo dalla finestra.

Sulle Alpi è stata un’esperienza unica. Siamo andati da Trieste a Nizza lungo l’arco alpino in un viaggio che difficilmente si dimentica. Scoprire quel che si ha dietro casa ha tutto un altro valore.

Ora invece ti sei cimentato in qualcosa di molto più grande… 10300 km in 90 giorni attraverso il Nord America…

Si, ed è il primo viaggio così lungo che faccio nella vita.

Avevo accumulato ferie almeno dal 2007-2008 in avanti. Le accumulavo con la speranza, prima o poi, di metterle tutte insieme e prendermi un lungo periodo di ferie che poi, per fortuna, mi è stato concesso. Anche da parte della famiglia ho ricevuto segni positivi e così mi sono messo ad organizzare.

Inizialmente volevo partire dal Nuovo Messico, poi ho scelto di spostare l’inizio in California. Questo nuovo punto di partenza mi avrebbe permesso di attraversare i grandi parchi dell’Ovest. Siti che altrimenti non avrei visto.

Che percorso hai seguito dalla California?

Il percorso seguito da Alessandro

Ho attraversato i parchi fino ad arrivare a Denver dove ho incrociato le Montagne Rocciose che ho seguito fino alla fine del continente. Da qui sono poi andato avanti fin dove c’era terra, fino all’oceano Artico.

Non è stato facile star via tre mesi, perché vivendo in viaggio ci si abitua e quando viene il tempo del rientro è sempre difficile. In qualche modo però, porre la parola fine, è anche un gesto di responsabilità.

Che scopo aveva questo viaggio, oltre al concretizzare un sogno?

Si trattava di un progetto culturale portato avanti con Montura Editing. Un progetto di narrazione del territorio attraverso gli aspetti naturalistici, storici e culturali nella convinzione che gli ambienti naturali siano sempre più rari da trovare. Sempre più spesso infatti ci troviamo davanti a paesaggi culturali e per questo ho voluto cercare di pedalare sul territorio raccontando quest’ultimo attraverso le specificità culturali dell’uomo che vive in quei luoghi.

Che natura hai trovato?

Ho incontrato sia wilderness che paesaggio.

Ho sempre viaggiato alla ricerca dei luoghi naturali. In realtà però quasi sempre ho trovato una commistione dei due. Un’unione tra luoghi selvaggi e paesaggio modellato dall’uomo. Sulle Alpi, per esempio, la maggior parte del territorio è antropizzata, influenzata dall’uomo. Le montagne Rocciose son invece più selvagge. Lo Yukon e l’Alaska sono territori del tutto naturali in cui, quando incontri una traccia umana, te ne accorgi immediatamente.

Cioè?

Quando ti imbatti in tracce antropiche in un luogo totalmente naturale la sua vista è ancora più imponente. Nelle città, o nei nostri ambienti, siamo abituati a vedere segnali, cartelloni pubblicitari o altre strutture. Non ci si fa quasi più caso, ma quando li si vede in un ambiente selvaggio non ci si può girare attorno. Ci si sbatte contro violentemente.

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