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Un anno senza Ueli Steck

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Era il 30 aprile del 2017, una domenica mattina, quando arrivò in redazione la notizia dal Nepal della morte di Ueli Steck. Ci vollero diversi minuti prima di mettere a fuoco quel laconico messaggio “Ueli Steck è morto”. Non riuscivamo a crederci, doveva esserci per forza un errore. Poi, la conferma: “Il corpo della Swiss Machine è stato ritrovato senza vita sulla parete ovest del Nuptse”.

Ci aveva lasciati l’alpinista delle 28 ore sull’Annapurna per una via nuova; delle corse da record sulla nord dell’Eiger, sul Monte Bianco, sul Cervino, sullo Shisha; della linea perfetta sull’inviolata nord del Tengkangpoche che gli valse il primo, dei due, Piolet’s d’Or.

Ci aveva lasciati l’alpinista delle gambe fulminee, le mani dure, l’azione precisa, come una “macchina svizzera”, ma leggera ed elegante.

Ci aveva lasciati un uomo gentile, dallo sguardo buono, ma determinato, con quel sorriso un po’ sdentato che metteva subito simpatia. Un uomo pacato e modesto nel raccontare il suo modo di vivere la montagna, che spesso e volentieri non veniva capito.

È già passato un anno e quella mattina è ancora un ricordo vivido, come anche lo è la sensazione di incredulità. Simile, ma drammaticamente differente, a quella che spesso ci accompagnava nel leggere il suo ultimo progetto alpinistico o il tempo di salita su una grande e difficile parete.

La morte di Ueli Steck ci aveva ricordato, ancora una volta, il volto più duro dell’alpinismo, che spesso dimentichiamo inebriati dalla bellezza delle imprese di questi grandi uomini che ci fanno sognare su meravigliose montagne, illudendoci che siano immortali.

Ueli Steck era e rimarrà immortale, anche se ci ha lasciati. 

 

 

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