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Alpinismo, K2 invernale, Primo Piano

«Siamo i guerrieri del ghiaccio e dobbiamo tornare». I polacchi raccontano il loro K2

Polish K2 Team at Islamabad. Foto @ Pakistan Mountain News

Colpiti da settimane di bufere, cadute massi e temperature abbondantemente sotto lo zero – per non parlare delle dispute in alta quota – i polacchi han rinunciato alla scalata invernale del K2, lasciandolo inviolato in inverno e facendo sì che il gigante del Karakorum continui a rappresentare una delle ultime frontiere dell’alpinismo.

La spedizione polacca è arrivata a Islamabad venerdì per raccontare la decisione di abbandonare la missione sulla montagna pakistana, la seconda vetta più alta del mondo e a seguire la conferenza stampa c’erano i nostri collaboratori di Pakistan Mountain News.

Il team di 13 membri, che comprendeva i fortissimi Adam Bielecki ed il russo Denis Urubko, erano arrivati ​​al campo base del K2 in gennaio. La squadra aveva scelto la rotta Cesen, salita più breve ma molto più ripida rispetto alla via dello Sperone Abruzzi. Una via che in seguito si è dimostrata essere la loro rovina, come ha ammesso Wielicki. In inverno le cadute di massi sulla via Cesen sono infatti costanti, e le pietre sono piovute copiose sulla squadra, mentre i componenti lottavano per sistemare le corde. Un masso ha infatti ferito Bielecki in viso, rompendogli il naso, mentre un altro ha spezzato il braccio di Rafal Fronia.

Krzysztof Wielicki. Foto @ AFP

Inoltre, alla fine di gennaio Bielecki e Urubko si sono precipitati al Nanga Parbat, altro ottomila pakistano, per effettuare l’audace salvataggio dell’alpinista francese Elisabeth Revol e dell’alpinista polacco Tomek Mackiewicz. Il duo ha salvato Revol ma è stato costretto ad abbandonare Mackiewicz sulla montagna, una scelta terribile che Urubko ha raccontato in un’intervista con AFP all’inizio di questo mese.

Il salvataggio causò scalpore in tutto il mondo, ma, mentre il mondo dell’alpinismo era focalizzato sull’impresa del polacco e del russo, il team alla base del K2 faceva – proprio in quei giorni – i conti sulla decisione di seguire la via Cesen. Decisione che mostrava, col passare del tempo, tutte le sue debolezze. «Era una via ambiziosa, lo so, ma il rischio si è rivelato troppo grande», ha detto Wielicki. Così l’11 febbraio ha deciso: abbandonare la Cesen a favore dello Sperone Abruzzi.

Una decisione sembrata tardiva, in quanto buttava via un mese di lavoro e di tempo prezioso. E proprio a causa del tempo che si stringeva, Urubko decise di tentare in solitaria l’ascesa, rompendo totalmente con il gruppo. Urubko era infatti frustrato dal ritardo accumulato e diviso dal resto del team sulla definizione di “stagione invernale”.

Secondo il russo infatti il team aveva a disposizione solo una finestra di bel tempo per tentare la vetta prima della fine di febbraio, data che gli altri non consideravano però come la fine dell’inverno. Secondo Wielecki infatti Urubko «è l’unico al mondo che ha questa teoria sulla fine dell’inverno».  Il tentativo del russo è stato descritto come «suicida» dagli altri componenti del team.

Adam Bielecki. Foto @ AFP

Nasceva così un altro problema, legato alle considerazioni e alle scelte di Urubko, in quanto, per stessa ammissione di Bielecki: «Solo io e Denis eravamo pronti per un tentativo di vetta». Il 34enne ha infatti spiegato che «eravamo gli unici ad aver raggiunto Campo 3 e gli unici ad essere acclimatati per affrontare la cosiddetta zona della morte».

Dopo la decisione di abbandonare il tentativo di vetta da parte del russo, Bielecki ha detto che «un tentativo in solitaria era troppo rischioso». La squadra necessitava infatti di almeno due finestre di bel tempo, una per acclimatare almeno un altro scalatore e la seconda per permettere l’ascesa verso la vetta a Bielecki ed al compagno.

Questo ha «ovviamente complicato il risultato della nostra spedizione, assieme a molti altri fattori, tra cui spicca la scelta della via da seguire». Per diversi giorni il team ha comunque atteso con speranza il volgere del meteo, ma il 5 marzo hanno capito che ormai era troppo tardi. La spedizione, hanno annunciato, terminava.

Secondo Wielicki: «Anche i migliori alpinisti hanno bisogno di fortuna per raggiungere la vetta del K2». Ma, ha aggiunto: «Penso sia possibile che i polacchi tornino di nuovo qui. Siamo i guerrieri del ghiaccio e dobbiamo tornare».

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