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Callegari si racconta in vista della sua nuova grande avventura

Ha vinto il Gold Beard agli Adventure Awards 2013 come miglior avventuriero dell’anno. Nella sua carriera è stato quasi in ogni continente e si è testato al limite con gli elementi. Non ama categorizzarsi come alpinista, preferisce descrivere la sua attività con la frase “avventuriero estremo” perché “la mia capacità sta nel fondere aria, terra e acqua in un’unica grande avventura”. Stiamo parlando di Danilo Callegari e della sua passione per l’estremo portata al limite. Una ricerca che trova radici nella sua adolescenza.

Abito in Friuli, a 20 chilometri dalle montagne. Son cresciuto osservandole finché, da adolescente, mi sono avvicinato a loro. Ero affascinato da quelle cime, dall’idea di poterle salire per vedere cosa c’era oltre. Volevo arrivare in vetta grazie alle mie forze e alle mie capacità, così un giorno sono partito in direzione del monte Coglians.”

 Sei partito?

Si, avevo 14 anni quando mi sono cimentato in una vera e propria avventura, forse la più pericolosa di sempre (ride). Ho preso la bicicletta, il sacco a pelo, la tenda, i viveri e sono partito. Mi sono fatto 200 chilometri in bici e ho impiegato tre giorni per arrivare in vetta. La prima notte ho dormito sul greto di un fiume, la seconda al rifugio Marinelli e da lì, il terzo giorno, sono arrivato sulla cima più alta del Friuli. Ricordo che diluviava, ma ero contentissimo. Talmente contento che la mattina dopo, sotto la pioggia incessante, mi sono rimesso in bici e sono tornato a casa spinto dall’entusiasmo di quel risultato.

 Cos’hanno pensato i tuoi genitori di quest’avventura adolescenziale?

Sapevano tutto prima della partenza. I miei genitori sono la mia più grande squadra. Ho avuto, e ho tutt’ora, la fortuna di avere a fianco due persone che mi hanno sempre appoggiato. Questo nonostante non siano degli appassionati di montagna o alpinismo.

Mi han sempre dato fiducia. Solo così ho potuto continuare la mia attività che dopo quella prima cima ne ha viste tante altre e mi ha portato, a 16 anni, sulle Alpi Occidentali dove ho avuto occasione di testarmi sui 4000. Lì ho percepito immediatamente quell’amore verso l’alta quota, verso il ghiaccio. Quella passione che ho cercato di portare avanti spingendola fino alla ricerca delle cime più alte del mondo.

Prima degli 8000 sappiamo però che sei stato nell’Esercito…

Si, quello era il mio grande sogno. Ero un paracadutista dell’Esercito Italiano e lo sono stato per 4 anni poi, nel 2006, dopo una missione in Iraq è arrivato il congedato forzato a causa di un problema di salute che, già all’epoca dei fatti, era stato curato e risolto al 100%, altrimenti non potrei fare quello che faccio.

 Dopo?

Mi sono dovuto reinventare perché in quel momento mi è crollato il mondo addosso. Da quattro anni vivevo a Livorno, la mia vita era completamente cambiata. Dovendo ricominciare e allora mi sono detto: perché non provare a realizzare il mio sogno adolescenziale di diventare un avventuriero di professione? Ci ho provato e direi che ci sono riuscito, ma non è tutto perché quest’anno festeggerò i miei primi dieci anni di attività e ad aspettarmi ci sarà una grandissima avventura che annuncerò a breve.

 Dieci anni di avventure… Ci racconti un momento particolare di questo percorso?

A volte mi chiedono qual è il continente o il Paese che mi ha lasciato di più e io non riesco a dirlo. Voi mi chiedete addirittura un momento ed è difficilissimo rispondere. Non voglio sembrare diplomatico però fatico davvero molto a isolare un singolo istante.

Ci sono stati momenti che mi han cambiato, altri che mi hanno segnato profondamente e ancora attimi che mi han fatto crescere. Posso citare ad esempio il congelamento dell’alluce destro sull’Aconcagua avvenuto per una lunga permanenza in quota, con molti gradi sotto zero, senza scorte di liquidi per un salvataggio portato ad un alpinista in grave difficoltà, incontrato poco sotto la vetta; oppure la traversata dell’India, un viaggio pazzesco attraverso uno dei Paesi più strani del pianeta. Un’esperienza che mi ha letteralmente cambiato dentro.

Il raggiungimento di una cima oltre gli 8000 metri regala invece tutto un altro tipo di sensazione. Quando arrivi in vetta con le tue forze, senza ossigeno, ti senti parte del cielo. Non è solo toccarlo con un dito, è esserne parte. Una sensazione ancora diversa da quella che mi ha regalato il nuotare libero nell’oceano sapendo che c’erano gli squali. Un’occasione in cui sono stato messo duramente alla prova anche perché il nuoto non era propriamente la mia disciplina.

Ogni avventura ha un suo vero e proprio momento e significato.

 Cosa ti rimane dentro quando riesci a raggiungere l’obiettivo?

Quando sto per raggiungere un obiettivo penso già al prossimo. Una volta raggiunto però mi porto dentro una grande felicità.

La grande esperienza mi rende felice e mi fa capire quanto sono fortunato a poter vivere di questo, a poter vivere della mia passione che, attenzione, quando diventa una professione perde parte del suo fascino.

 Come mai?

Perché non lo fai con la stessa spensieratezza. Hai la pressione degli sponsor e anche quella mediatica che ti condizionano non poco.

Stai portando avanti un progetto ambizioso, il “Seven Summits Solo Project”, a che punto è?

È un progetto che mi affascina perché è diverso dalla semplice salita delle Seven Summits. È il tentativo di cerare l’avventura dentro l’avventura legando queste cime a delle grandi esperienze.

Per ora ho fatto tre spedizioni portando a casa tre successi. Ne mancano ancora quattro e d’ora in poi voglio lavorare per portare a termine questo progetto. Se tutto dovesse andare bene e con bene intendo dire il mio stato di salute, gli sponsor, le condizioni sociopolitiche dei vari Paesi e il raggiungimento degli obiettivi, nel 2022 dovrei stare sull’Everest.

La nuova grande avventura che hai accennato qualche domanda fa è quindi legata al progetto?

Non ne posso ancora parlare, dovete avere ancora un attimo di pazienza.

Ci dai qualche anticipazione?

Si tratta di un’avventura grandiosa. Un’esperienza che durerà 90 giorni e sarà qualcosa di spettacolare. Posso dire che tra le varie attività ci sarà anche il paracadutismo, un paracadutismo in condizioni estreme. Tra un mese circa vi svelerò il resto.

 

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1 Comment

  1. Gradirei che si scrivesse in Italiano, p.f.
    In altre parole: si racconta una storia.
    Punto.
    Non si racconta una patata, un sasso, una persona.

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