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Giornata mondiale del sonno: ma come si dorme in alta quota?

Il 16 marzo è la giornata mondiale del sonno. Un fattore molte volte dato per scontato, ma che può dimostrarsi invece un miraggio per gli appassionati di montagna.

Vi sono infatti una moltitudine di banali fattori ambientali che rendono difficile questa pratica nelle terre alte: tende, letti, materassini che non offrono il massimo del comfort e compagni ingombranti con cui condividere gli spazi possono infatti trasformare la notte in una notte in bianco. Ma è soprattutto la carenza relativa di ossigeno – che via via salendo di quota aumenta – a rendere difficoltoso se non impossibile il sonno.

Ma cosa succede al nostro corpo quando dormiamo in alta quota? Quali problematiche emergono e perché?

Wolfgang Gullich

Il sonno in alta quota comporta nei casi più leggeri una frammentazione e superficializzazione del sonno, che possono portare alla cosiddetta insonnia da altitudine. In altri casi invece i disturbi che insorgono si manifestano tramite frequenti apnee notturne, con ripetuti risvegli e stanchezza al mattino. In questo caso l’organismo si trova a vivere una condizione di stress diffuso.

Come spiega la Dott.ssa Annalisa Cogo, questi disturbi emergono perché la diminuzione dell’ossigeno «al di sopra dei 2500 – 3000 metri, non solo modifica la regolare architettura del sonno, ma fa insorgere anche dei periodi di apnea (assenza di respiro), cioè momenti in cui la saturazione di ossigeno, già ridotta, scende ulteriormente. In genere questi momenti sono preceduti da episodi di iperapnea (respiro aumentato), che comportano un aumento della ventilazione polmonare con una maggiore frequenza e profondità degli atti respiratori».

Una situazione documentata già alla fine dell’800 dal medico e fisiologo Angelo Mosso, che indicava l’alta quota e la quantità di ossigeno come la causa scatenante del respiro periodico, caratterizzato cioè da un’alternanza respiro/apnee.

Tende in parete. Foto @ Live Journal

L’insufficiente ossigenazione provocata dalla bassa pressione atmosferica può inoltre impedire il corretto svolgimento delle funzioni cerebrali, e causare alterazioni nella produzione di alcune sostanze che regolano i ritmi sonno-veglia, creando così ulteriori ostacoli al riposo notturno.

Se questa condizione viene protratta nel tempo può inoltre creare nei soggetti una condizione complessiva di forte disagio che si manifesta tramite irritabilità, stanchezza, spossatezza e tramite l’insorgere di patologie gastrointestinali che intaccano le difese immunitarie e rendono il fisico e la mente particolarmente vulnerabili a qualsiasi stimolo o sollecitazione.

Sintomi che una ricerca dell’Università di Zurigo ha visto invece insorgere con minore frequenza nei bambini. Lo studio condotto dall’ateneo ha infatti riscontrato in alta quota «una minore frequenza di respiro periodico e di apnee notturne nei bambini rispetto agli adulti».

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