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Per scalare l’Everest i soldi non bastano

«Pagando ottieni il permesso, il trasporto al campo base, il cibo e l’alloggio. Ma oltre a questo, il servizio che viene offerto sulla montagna è per forza di cose limitato. Una volta che sali, sei praticamente da solo». Andrew Lock, il più forte alpinista australiano – che ha scalato per due volte l’Everest – è convinto che non basti far parte di una spedizione commerciale – «magari pagata poco» – per raggiungere la vetta del gigante himalayano.

Andrew Lock sulla cima dell’Everest. Foto @ Abc News

Nonostante questo, moltissimi alpinisti con alle spalle le più svariate condizioni fisiche e preparazioni, voleranno anche quest’anno verso Kathmandu o Lhasa per iniziare ad abituarsi all’altitudine himalayana. Si preannuncia infatti un stagione molto frequentata, anche se probabilmente non raggiungerà numeri elevatissimi – anche a causa di un’anomalia nel sistema di gestione nepalese dei permessi.

Secondo Alan Arnette, esperto di Everest e gestore di un servizio di consulenza per le scalate himalayane: il tipico uomo di mezza età che ogni tanto fa un’apparizione in palestra e può permettersi il prezzo richiesto per una scalata commerciale dell’Everest, deve considerare tutti i fattori, anche quelli che magari non sono compresi nel pacchetto che ha comprato: «Se decidi di scalare con un attrezzatura ed un abbigliamento tecnico non adeguato, prepara la tua famiglia ad un tuo possibile non ritorno. E nel caso dovesse succedere, non incolpare nessun altro se non te stesso».

Le spedizioni commerciali forniscono infatti ai clienti solo i servizi per cui si è pagato, niente di più. E questo – nel caso si tratti di alpinisti dilettanti alle prese con una spedizione pagata poco – potrebbe non bastare se nel momento in cui sorgono delle difficoltà.

Potrebbe invece bastare nel caso si tratti di alpinisti esperti, con anni di preparazione alle spalle e con una pianificazione studiata alla perfezione. Ma il guaio è che l’Everest non è più da tantissimo tempo un luogo dedicato ai soli esperti, anzi.

Frank Marchetti. Foto @ Abc.net

Nel solco della tradizione inaugurata dal ricco petroliere statunitense Dick Bass, che tre decenni fa – all’età di 55 anni – scalò gli 8848 m grazie ad una spedizione commerciale; frotte di dilettanti credono che il portafogli possa fare il lavoro al posto loro, dando così per scontato il raggiungimento della vetta. Ma purtroppo raggiungere la vetta più alta del mondo non è per nulla scontato, come testimonia la morte lo scorso anno dell’esperto Frank Marchetti, morto a 53 anni a 400 metri dalla vetta, probabilmente per un infarto. Cosa molto comune nella cosiddetta “zona della morte”.

Nel 2016 stessa sorte toccò a Marisa Strydom, 34enne di Melbourne deceduta a causa dei sintomi del mal di montagna durante il tentativo di raggiungere la sua ultima Seven Summits. Obiettivo che stava cercando di raggiungere assieme al marito, che in quell’occasione riuscì a sopravvivere nonostante avesse accusato gli stessi sintomi.

Marisa Strydom, deceduta sull’Everest, con il marito Robert Gropel. Foto @ Nepal Mountain News

Nonostante il percorso che porta alla cima dell’Everest sia ormai denso di corde fisse e scale che permettono anche ai dilettanti di proseguire l’ascesa, il rischio è pur sempre presente. Così come rimangono non totalmente calcolabili le variazioni del meteo, che da soleggiato può trasformarsi in brevissimo tempo in una tormenta di neve.

L’anno scorso, oltre alla morte di Marchetti, altre sei persone persero la vita nel tentativo di raggiungere la vetta, mentre in 648 riuscirono a centrare l’obiettivo: 411 sul versante nepalese e 237 passando dalla parete nord tibetana.

Da entrambi i versanti il costo del  permesso per accedere alla montagna è di circa 11 mila dollari. Mentre per assicurarsi una spedizione comprensiva di accompagnamento durante l’ascesa servono circa 40 mila dollari (permesso incluso). Cifra che può arrivare fino a 90 mila a seconda del livello di servizio.

Con quest’ultima cifra si ha, oltre ai pasti già cucinati al campo base, anche l’allestimento dei campi sulla via e una guida sherpa sempre al tuo fianco pronta a trasportare equipaggiamento e ossigeno. Sul lato nepalese è poi compresa anche un’evacuazione dal campo 2, mentre sul lato tibetano non vi è nessun accesso permesso agli elicotteri ad esclusione del campo base.

In fin dei conti l’Everest non può essere considerato un banale punto nella lista delle “cose da fare prima di morire”.

 

fonte: Nepal Mountain News

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