• Il primo sito italiano sul mondo della montagna e dell'alpinismo
Alpinismo, L'approfondimento, Storia dell'alpinismo, Top News

Il K2 rimane inviolato. La storia dei tentativi invernali

Dopo l’annuncio del termine delle operazioni del team polacco alla base del gigante del Karakorum, ci troviamo anche quest’anno a dover registrare l’imbattibilità del K2 durante la stagione più fredda. Una montagna la cui scalata sembra non solo difficilissima da portare a termine ma anche difficile da tentare. Guardandoci indietro possiamo infatti vedere come i tentativi invernali al K2 si fermino a 4, contro gli oltre 30 compiuti sul Nanga Parbat prima del 2016. Ma quali sono i fattori che concorrono a rendere l’invernale al K2 così al di sopra delle umane possibilità?

Per cercare di analizzarne le caratteristiche non ci resta altro che ripercorrere le fasi dei pochissimi tentativi invernali.

«I told you it’s another planet». Foto @ Instagram Adam Bielecki

Perché se quest’anno Adam Bielecki l’ha definito come «uno dei posti più inospitali della terra, che sembra appartenere ad un altro pianeta», già Andrzej Zawada, leader della prima spedizione invernale al K2, commentava così il primo infruttuoso tentativo: «Non colpevolizzo noi stessi per non essere riusciti nell’impresa, abbiamo fatto tutto ciò che era umanamente possibile in quelle inospitali condizioni».

Bisogna innanzitutto dire che i fattori che da sempre scoraggiano molti alpinisti dal tentare la vetta del K2 in inverno non sono solo legati alle difficoltà della scalata, ma sono anche di natura logistica, economica e soprattutto ambientale. La montagna è sì caratterizzata da pareti ripide e passaggi alpinistici difficili, ma anche l’avvicinamento alla base della montagna è lungo ed impegnativo, esposto ai venti e alle intemperie, poco proteggibile e in certi casi pericoloso oltre che estremamente costoso. Inoltre le condizioni meteo del Karakoram sono da sempre, non peggiori, ma più estreme di quelle offerte dalla catena Himalayana, caratterizzate da un clima imprevedibile e da tempeste che durano giorni. Se a questi fattori si aggiunge la possibilità che l’accesso al lato nord-est, che ricade sotto il territorio cinese, possa essere chiuso senza preavviso dal Governo, ben si comprendono le difficoltà che deve affrontare chi decide di perseguire tale obiettivo.

Come dicevamo, l’insieme di queste caratteristiche hanno fatto sì che i tentativi di scalata invernale al K2 – prima di quello polacco di questa stagione – si fermino a 3. Sebbene siano pochi, analizzandoli ci possono dire molto delle asperità a cui è andato incontro il team polacco. Vediamoli quindi da vicino:

SPEDIZIONE INVERNALE AL K2 1987-88

Andrzej Zawada durante la spedizione del 1987-88. Foto @ Wspinanie.pl

Il primo tentativo di conquista del K2 nella stagione invernale fu effettuato da un gruppo di alpinisti polacchi, canadesi e inglesi che nel 1987 cercarono di raggiungere la vetta dal lato sud, lungo lo Sperone degli Abruzzi.

In realtà tale tentativo iniziò quattro anni prima. Era il 1983 quando i polacchi – galvanizzati dalla prima ascesa invernale dell’Everest compiuta nel 1980 – tentarono, sotto la guida di Andrzej Zawada, uno dei pionieri dell’himalaysmo invernale, di organizzare una spedizione per conquistare il K2. Per raggiungere il budget necessario Zawada cercò ed ottenne finanziamenti in Canada tramite Jacques Olek – cittadino polacco canadese nonché himalaysta e amico di vecchia data di Zawada. Nell’inverno del 1983 Zawada e Olek partirono così per il Baltoro, in modo da studiare le condizioni della montagna e progettarne la conquista. Ma le autorità negarono i permessi per un tentativo invernale e la situazione logistica si presentò ben più complicata e costosa di quella auspicata.

K2 Winter Expedition – 1987-88. Foto @ SummitPost.org

Olek e Zawada rientrarono con la convinzione che per attrarre altri finanziamenti sarebbe stato necessario coinvolgere alpinisti provenienti da altri paesi. All’appello rispose un gruppo di alpinisti britannici e finalmente nel 1987 tutto fu pronto per il primo tentativo invernale del K2. La spedizione era corposa: 13 polacchi, 4 britannici e 7 canadesi a cui andava aggiunto un gruppo di portatori. Per evitare i costi “gonfiati” proposti dai portatori nei mesi invernali, il gruppo optò per l’arrivo al campo base verso la fine dell’autunno. Gli alpinisti giunsero quindi in Pakistan all’inizio di dicembre, per poi raggiungere il campo base nel giorno di Natale.

Furono accolti da nevicate e forti raffiche di vento. Condizioni meteo che continuarono per gran parte della stagione, lasciando al gruppo solo 10 giorni di bel tempo in tre mesi di permanenza al Campo Base. Il Campo 1 fu installato il 5 gennaio da Maciej Pawlikowski, Maciej Berbeka, Krzysztof Wielicki e Jon Tinker a 6100m. Pochi giorni dopo Wielicki e Cichy superarono il Camino Bill, fissando il Campo 2 a 6700m.

La via per il campo base attraverso il Baltoro 1987-88. Foto @ Southasian.com

Ma la finestra di bel tempo si chiuse immediatamente, lasciando spazio ad un lungo periodo di condizioni meteo avverse. Bisognò aspettare il 2 marzo per vedere installato a 7300m il Campo 3, sempre ad opera di Wielicki e Cichy. I due alpinisti furono raggiunti il 6 marzo da Roger Mear e Jean-Francois Gagnon. Assieme a loro arrivò però anche una forte tempesta, che imperversò per tutta la notte. Gli alpinisti iniziarono la discesa, ed una volta arrivati al campo base presentavano tutti segni iniziali di congelamento, che obbligarono il gruppo a desistere dall’impresa, dopo aver considerato impossibile ogni ulteriore tentativo di scalata. Erano rimasti sulla montagna per 80 giorni ed era giunto il momento di tornare.

LA SPEDIZIONE INTERNAZIONALE DEL 2002-03

I polacchi abbandonarono per più di dieci anni il sogno di conquistare il K2 in inverno, concentrandosi invece sull’ascesa del Nanga Parbat. Fu sempre Andrzej Zawada ad organizzare nel 2000 il secondo tentativo di scalata in inverno del K2. Il versante scelto non fu più il lato sud, come nel 1987, ma il lato nord. Durante l’organizzazione della prima ricognizione sul lato nord Zawada fu però colto da un malore improvviso, che non gli permise di raggiungere la regione del Karakoram e che lo portò alla morte in agosto, dopo sei mesi di ricovero ospedaliero.

K2 Winter Expedition – 2002-03. Foto @ himalanman.wordpress.org

Nonostante la perdita, il team di Zawada proseguì nell’organizzazione della spedizione e nel dicembre del 2002, 14 alpinisti ed altrettanti membri del team di supporto partirono per il Karakoram. A guidare il gruppo c’era Krzysztof Wielicki, alpinista simbolo storico delle salite in invernale. La squadra era composta da 19 alpinisti, tra cui 15 polacchi e quattro scalatori caucasici provenienti dalla Georgia, dal Kazakistan e dall’Uzbekistan, tra cui Denis Urubko. Il piano era quello di scalare il K2 dal versante nord.

Il Campo Base fu installato a 5100m sul lato nord, proprio come deciso da Zawada. Da quella data in poi tutti gli alpinisti iniziarono a lavorare sul percorso. Il 5 gennaio Urubko e Vasiliy Pivtsov stabilirono il Campo 1 a 6000m. Nonostante una rovinosa caduta, Krzysztof Wielicki e Jacek Berbeka riuscirono a fissare 200m di corda attraverso la Rock Barrier, aprendo così la strada al raggiungimento del Campo 2, che venne installato da Urubko e Pivtsov a 6750m il 20 gennaio. Tutto procedeva secondo i piani, ma un duro colpo venne inferto alla spedizione non dal clima o da qualche caduta, ma dalla decisione da parte degli alpinisti provenienti dal Caucaso di abbandonare la spedizione. Solo Denis Urubko rimase con il team di polacchi. Nell’amalgamare le due culture qualcosa non aveva funzionato.

La via seguita durante la K2 Winter Expedition del 2002-03. Foto @ altitudepakistan.blogspot

Anche se gravati dalla perdita di importanti risorse, il tentativo fu comunque portato avanti. Il campo 3 fu installato il 4 febbraio a 7300m, mentre il 12 venne raggiunta la quota di 7650m, dove venne fissato il Campo 4. Finalmente il 21 febbraio, dopo un lungo periodo di maltempo, la spedizione lanciò il primo tentativo di vetta al K2. A Jacek Jawien e Jurek Natkanski spettava il compito di controllare e rifornire i campi, così da rendere possibile l’ascesa di Kaczkan e Urubko il giorno seguente. Il 26 febbraio Urubko e Kaczkan arrivarono fino a campo 4, a 7630 metri, in condizioni difficilissime. Il vento forte aveva distrutto e spazzato via gran parte del loro accampamento, compreso il materiale di emergenza.

Urubko e Wielicki durante la spedizione del 2002-03. Foto @ Explorersweb.com

Il mattino seguente Urubko comunicò al Campo Base che qualcosa non andava nelle condizioni di Marcin Kaczkan: «Non risponde a quello che sto dicendo, non riesce nemmeno a legare gli scarponi, c’è qualcosa che non va». Kaczkan stava iniziando a soffrire di edema cerebrale. Venne organizzata subito una missione di soccorso. Il 27 febbraio tutti i membri erano in salvo al Campo Base e la spedizione fu dichiarata conclusa.

Nonostante il fallimento della spedizione, nonostante la resistenza che anche questa volta il K2 aveva opposto, il tentativo del 2002 mostrò chiaramente, come scrisse Piotr Morawsk nel report della spedizione, «che il raggiungimento della vetta in inverno era possibile».

TENTATIVO RUSSO 2011-12

Passarono circa altri dieci anni finché alla fine del dicembre 2011 arrivò al Campo Base del K2 una spedizione composta da 16 alpinisti, guidata da Viktor Kozlov ed interamente proveniente dalla Russia. Era un gruppo forte, reduce da molti successi, che consistevano nell’apertura di nuove vie su tre giganti himalayani: la prima salita al Lhotse Middle del 2001, l’ascesa sulla parete nord dell’Everest del 2004 e la scalata della parete ovest del K2 risalente al 2007. Nonostante questi successi, nessuno dei componenti aveva mai compiuto salite invernali se non su cime russe.

Bolotov, Belous e Vinogradsky dopo la discesa dal C1 sotto la tempesta. Foto @ Explorersweb.com

Il piano era quello di acclimatarsi sulle montagne della zona di Satpara e di cominciare a scalare, sempre senza ossigeno, il 25 dicembre, fissando circa 2000 metri di corde fisse sulla via Cesen fino ai 7560 metri. Da qui fino alla cima di 8.611 metri l’idea era invece quella di seguire una nuova variante. L’organizzazione era in stile militare, caratterizzata da un grande team di alpinisti che lavoravano divisi in squadre per permettere la salita: alcuni dovevano attrezzare la parete con le corde fisse, mentre ad altri spettava il compito di allestire i campi alti. Grazie a questo veloce e metodico lavoro riuscirono il 4 gennaio ad installare il Campo 1 a 6050m. Dieci giorni dopo arrivarono a fissare il Campo 2, ad un altezza di 6350m. Per diversi giorni il team fu costretto a restare al Campo Base a causa delle difficili condizioni meteorologiche, ma dal 25 gennaio i lavori sopra il Campo 2 ripresero, tanto che alla fine di gennaio il percorso risultava assicurato fino a 7000m.

Il campo base spazzato dalla tempesta. Foto @ Explorersweb.com

Il 31 gennaio Iljas Tukhvatullin, Andrew Mariev e Vadim Popovich riuscirono a fissare le corde fino a 7200m, mentre spettava a Nick Totmjanin, Valery Shamalo e Vitaly Gorelik portare equipaggiamenti e viveri a 7000m. Il sogno russo si spezzò il 2 febbraio, quando una fortissima tempesta di neve impose al team di far ritorno al Campo Base.

Durante queste fasi Vitaly Gorelik accusò sintomi da congelamento e polmonite. Il gruppo attivò immediatamente i soccorsi in modo da far evacuare Gorelik dal Campo Base, ma il maltempo impedì l’arrivo dell’elicottero ed il 6 febbraio l’alpinista morì a causa della polmonite e di un conseguente arresto cardiaco. Questo tragico evento segnò la fine della spedizione russa e congelò i sogni di vetta fino alla spedizione polacca di quest’anno.

Articolo precedenteArticolo successivo

2 Comments

  1. La storia narrata ed in particolare i fatti avvenuti nell’ultima spedizione di quest’anno dimostrano, a mio avviso, che la soluzione sia nello stare meno possibile sulla montagna e quindi puntare all’utilizzo di uno stile leggero che preveda delle uscite verso l’alto veloci, magari finalizzate ad attrezzare i tratti più impegnativi, per poi tentare la vetta con un colpo di mano. Da tenere poi in considerazione il versante est, come indicato da Urubko, sia per le condizioni ambientali più favorevoli ed anche per il fatto che si aprirebbe una nuova via (non fattibile in estate per l’elevato rischio crolli) dando ancora più lustro all’impresa.

  2. Anche Carrel non ha conquistato il Matterhorn al primo tentativo. Ogni anno, con un nuovo finanziamento, si avvicinava un po’. Ha allontanato un turista Inglese, Wymper, che giorni dopo è arrivato in cima. Allora Carrel ci è arrivato anche lui e ha trovato un messaggio in una bottiglia, lasciata in extremis da Wymper, sceso così per ultimo e sopravvissuto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.