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Gioachino Gobbi ci racconta i 200 anni di storia di Grivel

Gioachino Gobbi

“Questa è la storia” afferma Maurizio Gallo quando ci vede entrare nello stand Grivel a ISPO. La storia tutta italiana di un’azienda leader mondiale nell’attrezzatura alpinistica. Quasi dei gioielli da ammirare. Pregiati la prima volta in cui li si prende in mano. Quel momento in cui si capisce che si sta avendo a che fare con qualcosa di diverso. Con un’attrezzatura che porta con sé sia la moderna tecnologia che la storia dei pionieri in un emozionante incontro tra passato, presente e futuro.

Nata nel 1818 da Henry e Laurent Grivel passa, nel 1982, nelle mani dei coniugi Gioachino e Elisabetta Gobbi che trasformeranno la realtà artigiana in un marchio competitivo, globalizzato e soprattutto certificato. Un prodotto che oggi compie duecento anni. Anniversario in occasione del quale siamo riusciti a scambiare un piacevole dialogo con Gioachino Gobbi.

Quanto è importante ISPO per un’azienda come Grivel?

Per un’azienda come Grivel, che ha una sua logica di essere soltanto nella globalità del mondo, ISPO è evidentemente un momento molto importante. Uno dei due eventi, insieme a quello americano, sopravvissuti. ISPO è stato in grado di radunare interessati, appassionati, commercianti da tutto il mondo. Se, ad esempio, dall’Azerbaigian qualcuno vuole andare a vedere le novità del mercato viene all’ISPO.

Quella che vediamo oggi a ISPO è un’azienda con 200 anni di storia… come siete cambiati in due secoli?

L’azienda ha naturalmente dovuto evolversi e cambiare. 200 anni fa, tanto per dire, era ancora vivo Napoleone e l’Italia era un pensiero inesistente. Siamo, per bene che vada, cinquant’anni più vecchi dell’Italia. Una lunga storia che prevede un adeguamento.

Lo stand Grivel ad ISPO 2018

Nel corso del tempo abbiamo dovuto imparare ad adeguarci, ad annusare, a prevenire tutti i cambiamenti storici. Processi che hanno influenzato notevolmente anche la storia dell’alpinismo, perché anche l’approccio alle montagne è cambiato totalmente nel corso del tempo. Prima era l’epoca della conquista. Periodo in cui non si è mai ben capito cosa si conquistava (ride), poi l’epoca del più difficile, della ricerca delle difficoltà, dei percorsi meno ovvi e meno comodi. E ancora le invernali.

Ci si è sempre dovuti inventare qualcosa di nuovo perché quelli delle generazioni precedenti ci avevano tolto il terreno da sotto i piedi. E quindi, insieme all’evoluzione dell’alpinismo c’è stata anche l’evoluzione del prodotti e qui viene una bella domanda: sono i nuovi prodotti più tecnici che permettono certe realizzazioni più importanti o sono certe realizzazioni più importanti che permettono l’evoluzione dei prodotti?

Lei come risponderebbe alla domanda che si è posto?

È un quesito che si sono posti in tanti e a cui nessuno è mai riuscito a dare una soluzione. Non vedo perché dovrei essere io a risolverlo. Come anche non credo di essere abbastanza obiettivo da non dire, e non pensare, che è grazie alle nostre attrezzature se oggi gli alpinisti riescono in realizzazioni più difficili (ride). 

Diciamo però che il nostro settore è stato un’ambiente che ha saputo guardare abbastanza rapidamente ai desideri degli alpinisti. Ha saputo osservare cosa interessava agli scalatori che prima andavano sulle Alpi e poi si sono aperti al mondo extraeuropeo per poi ancora salire fino a Ottomila metri.

Noi di Grivel, in particolare, abbiamo avuto la grande fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto. Di trovarci nel luogo in cui gli alpinisti andavano ad allenarsi. Da Courmayeur è passato anche il famoso Duca degli Abruzzi e sempre Courmayeur è stata la scelta dell’ingegner Eckenstein quando era in cerca di un fabbro che mettesse in pratica quei ramponi che aveva disegnato. Possiamo quindi dire che siamo stati un passo avanti, e certamente ci è stato riconosciuto.

Si può anche dire che Grivel si trovi nell’ombelico del mondo dell’attrezzatura alpinistica?

Il tetto dell’azienda Grivel

Come azienda abbiamo avuto la fortuna di essere a Courmayer. Di essere nel luogo in cui si stava evolvendo l’alpinismo. Poi, ovviamente, ci siamo dovuti adattare anche noi al mondo perché nella globalizzazione non necessariamente Courmayeur è considerata l’ombelico del mondo. Noi lo consideriamo l’ombelico e lo amiamo.

Deve però essere chiaro che le aziende come la nostra che si occupano solo di alpinismo e montagna senza allargarsi al mondo dei lavori in altezza o su fune hanno un mercato piccolo. Una piccola fetta perché è piccolo il mercato mondiale. Quindi siamo stati, in un certo qual modo, costretti a globalizzarci prima degli altri, a doverci allontanare da casa per andarci a cercare la nostra parte di mercato.

Siamo riusciti a guadagnarci la nostra parte raggiungendo i 10 milioni di euro di fatturato. Tanto per un’azienda che si occupa strettamente di alpinismo e montagna, pochissimo per un’azienda metalmeccanica perché, nonostante tutte le arie che ci diamo, alla fine siamo dei metalmeccanici.

Come vede l’azienda da qui a 200 anni?

Per me è difficile dirlo. Ho già così tanti anni che non potrei di certo vedere così lontano (ride).

Sono però convinto che per qualcuno di veramente specializzato, che ama il suo lavoro, ci potrà sempre essere un mercato. In alcuni momenti sarà più grande, in altri sarà più piccolo. Bisognerà quindi sapersi adattare a fisarmonica.

Per quanto ci riguarda se saremo capaci di rimanere adeguati ai tempi e non ci monteremo troppo la testa, ricordandoci che siamo un’attività del tutto marginale, che produce dei prodotti assolutamente inutili. Attrezzature che non contribuiscono all’evoluzione del mondo, che non curano nessuna malattia, che non fanno nessuna di queste cose importanti se non divertire e gratificare persone che, a mio modesto parere, saranno sempre più frustrate nel prossimo futuro.

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