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Alpinismo, Primo Piano

Ciao Tomek, finalmente libero

Foto @ Elisabeth Revol Facebook Page – Matteo Zanga

Gruppo # TomekMackiewicz43 – Varsavia, 12 febbraio 2018

Carissimi…oggi, 14 giorni dopo aver iniziato la nostra missione di speranza, pieni di dolore e impotenti a causa delle procedure e del troppo tempo necessario per chiudere degli accordi, abbiamo deciso di concludere l’azione che era mirata a trovare Tomasz Mackiewicz.

Con queste e altre parole accorate (per leggere tutta la lettera, qui) si è chiusa definitivamente la vicenda della spedizione invernale al Nanga Parbat di Elisabeth Revol e Tomek Markiewicsz. Lei ora è convalescente nella sua casa in Francia, lui è a 7280 metri sul versante Diamir del Nanga Parbat.

Due le speranze che rimangono dopo questo lungo tempo di passione: la prima è che pian piano si faccia avanti la consapevolezza della necessità di prevenire l’effetto di tragedie alpinistiche come questa. Da parte degli alpinisti è fondamentale oltre alla capacità di autosoccorso, la conoscenza dei luoghi, delle procedure burocratiche, dei sistemi di sicurezza ed intervento, l’accuratezza nel fornire e garantire informazioni prima e durante l’azione a chi potrebbe e dovrà intervenire in caso di incidente e comunque di necessità.

La seconda speranza è di poter mitigare gli effetti di questi infortuni e riguarda la consapevolezza che un incidente comporta dei costi economici, a volte molto alti.

In Pakistan gli elicotteri volano sempre in coppia per questioni di regole militari e dunque il costo orario, a seconda delle macchine utilizzate, è di 4/5.000 dollari: andare e tornare dal campo base del K2 costa 15.000 dollari. È dunque necessario adottare una “strategia” assicurativa efficace non solo nei rimborsi, ma anche nel garantire “a vista” gli operatori degli elicotteri che i soldi ci sono, magari depositando le polizze presso la propria Ambasciata o presso l’Agenzia che si utilizza.

Tutto questo non rappresenta una limitazione della libertà individuale dell’alpinista che decide un’impresa, anche la più difficile e nel luogo più remoto, ma è espressione del rispetto per i propri cari e della libertà delle persone che poi si preoccupano e attuano i soccorsi.

A concludere la vicenda, anche il post di ringraziamento di Elisabeth (per leggerlo interamente, qui), comparso ieri sera sul suo profilo Facebook.

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4 Comments

  1. Every life is a pity, the truth is that the rescuers could be in more alert. Feeling Tomek and his family. God bless them.

  2. Condivido pienamente l’articolo. Essere professionisti vuol dire anche esserlo nell’aspetto organizzativo. Ora lasciamoli riposare.

  3. Quando Messner partì per salire il Nanga Parbat in solitaria disse ai due compagni che l’avrebbero aspettato al campo base di attendere 10 giorni e, se dopo tale tempo non fosse tornato, sarebbero potuti andare via. Questo per dire che bisogna tornare alla consapevolezza che chi scala gli 8000 deve essere certo di poter morire oltre a non poter contare sull’aiuto di nessuno (salvo volontari nei paraggi), mentre chi osserva, deve mettersi l’animo in pace e accettare serenamente il corso degli eventi.
    I soccorsi non devono essere richiesti e non devono essere inviati con iniziativa unilaterale (come, ad esempio, nel caso di Nones e Kerher che si trovarono a pagare un soccorso che, pare, non avevano richiesto).

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