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Diemberger: in cima al K2 ho vissuto un attimo dell’eternità

(C) copyright Kurt Diemberger

Non necessita di presentazioni l’austriaco Kurt Diemberger. È una leggenda vivente dell’alpinismo himalayano con due 8000 realizzata in prima assoluta, il Broad Peak e il Dhaulagiri. Ma Kurt è anche cineasta d’alta quota e fotografo nonché studioso delle popolazioni himalayane e grandissimo esperto della storia dell’alpinismo con, all’attivo, numerose pubblicazioni per le più importanti case editrici italiane. Tra i libri che ci interessano particolarmente, in questo clima di frenesia alpinistica invernale, “K2, una sfida ai confini del cielo” scritto con Roberto Mantovani. Un racconto storico avvincente che ripercorre con immagini e parole l’incredibile storia della Gran Becca del Karakorum. Tra le tante storie narrate, ovviamente, anche quella dell’alpinista che in prima persona ha vissuto i tragici momenti del 1986 perdendo la compagna Julie Tullis, ma che al K2 è stato 4 volte. “Per la prima volta nel 1957” racconta. “Ero con Hermann Buhl davanti alla montagna. Era una sensazione strana, come se la montagna volesse respingermi. Non avevo alcun desiderio di scalarla mentre Buhl già allora pensava ad una traversata ovest, est”. Dal K2 al Broad Peak, qualcosa di quasi folle, ma pensate a quale interessante spazio alpinistico aprirebbe una realizzazione di questa portata.

(C) copyright Kurt Diemberger

“Anni dopo mi è poi capitato tra le mani il libro di Eric Shipton Blank on the Map”. Un testo che tratta delle zone bianche, inesplorate, del Karakorum. “Tra quelle pagine ho ritrovato un descrizione così fantastica, così avvincente del K2 visto da nord che, solo grazie alle parole di Shipton mi è cresciuta dentro la voglia di poterlo osservare anche io. In quel momento ero totalmente sopraffatto dall’amore per la montagna”. Passa infatti poco tempo perché quell’amore si tramuti in desiderio esplorativo e porti l’alpinista nuovamente alle pendici della seconda montagna della Terra. Siamo nel 1982 e Diemberger si reca con Enzo De Menech, “che tutti soprannominavamo bubu per il suo aspetto un po’ selvaggio”, sei cammelli, e due guide uiguri  alla base della parete nord del K2. “È stata una vista impressionante e non potevo dire altro se non: qui devo tornare” racconta appassionatamente Kurt.

“L’anno dopo sono infatti tornato con la spedizione diretta da Francesco Santon. Eravamo una grande spedizione, durata forse 4 o 5 mesi”. Una spedizione lunga e, per alcuni, sfiancante mentre per altri come per l’austriaco non ci sono stati grossi problemi di adattamento se non durante l’avvicinamento e il rientro “che ricordo ancora con spavento grazie alle avventurose traversate dei fiumi. Corsi d’acqua pericolosissimi durante il periodo estivo, mentre più facilmente affrontabili presto, in primavera, o tardi, durante l’autunno”. Ma, spiega Diemberger, oggi è tutto diverso a causa del riscaldamento globale. “Basta che la temperatura salga per un attimo e viene giù un’ondata d’acqua improvvisa”.

“In quel 1983 sono stato per la prima volta con Julie Tullis e due di noi sono andati in vetta alla montagna: Agostino Da Polenza e Joseph Rakoncaj. Io e Julie abbiamo sfumato la vetta per un soffio. Eravamo già ad 8000 metri quando le condizioni meteo sono cambiate”. I due sono riusciti infatti a filmare l’andare della spedizione fino agli 8000 metri “poi hanno proseguito Agostino e Josh. Hanno fatto delle mini riprese con cui è stato possibile completare il film”.

(C) copyright Kurt Diemberger

C’era il film, ma Diemberger voleva la vetta del K2, la sognava. “Sono così tornato anche nel 1984, dal lato pakistano, ma niente”. E allora eccolo ritentare la montagna nell’86. “Quell’anno ci sono riuscito e arrivare in cima è stato un momento di grande gioia. In quell’istante io e Julie ci siamo abbracciati con la sensazione di essere totalmente uniti al K2. È stato un attimo dell’eternità seguito, purtroppo, dalla caduta durante la discesa. Un capitombolo a cui, ancora oggi, non capisco come siamo riusciti a sopravvivere. Cadevamo tutti e, si sa, quando una cordata in un terreno ripido cade c’è sempre uno che per un momento si ferma, poi però arriva l’altro e lo tira via”. C’è solo un piccolo istante, spiega con voce seria Kurt, in cui tutti e due cadono contemporaneamente nello stesso punto, nella neve, e si fermano. “Ancora non capisco bene come abbiamo fatto. Ci siamo fermati nella zona del grande balcone a metà montagna, dove abbiamo bivaccato”.

Una notte gelida quella che i due alpinisti passano dentro una truna attendendo l’arrivo del dì. Nuovo sole che arriva quando ormai Julie presenta estesi congelamenti e problemi di vista, un sintono di edema cerebrale. Nonostante questo però i due riescono a scendere fino a campo 4, dove poi Julie Tullis morirà.

“Per noi, per me e Julie, il K2 era quel sogno che avevamo della montagna fantastica, di stare in cima. Era il nostro sogno di stare in cima al grande cristallo e toccare il cielo”.

Ora tocca ai polacchi…

Io e Julie abbiamo incontrato Wielicki per la prima volta al Broad Peak. Era in piane corsa, lo ha scalato in giornata nel 1984. Ovviamente era più giovane ed era fortissimo, ma sono convinto che molta di quell’energia la possegga ancora. Gli possiamo solo fare tanti auguri. Augurargli innanzitutto di tornare vivo perché questi seracchi lassù non rispettano orari. Quelli sopra gli 8000 metri possono rompersi sempre.

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