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40 anni fa Messner e Habeler toccavano il Tetto del Mondo senza ossigeno

Reinhold Messner, Peter Habeler, Everest, alpinismo, ottomila, 1978
 Si è da poco riunito ai piedi della montagna più alta del mondo il team che per primo quarant’anni fa aveva puntato alla vetta dell’Everest senza l’ossigeno ausiliario. I membri rimasti dei 12 originari si sono ritrovati per ricordare quella scalata ormai passata alla storia e girare un documentario che ne preservi il ricordo nel tempo.
 
Partiti dal CB sul versante nepalese, i 12 membri del gruppo portarono avanti questa impresa allora ancora ritenuta impossibile da tutti. La forte smentita, contribuì a spingere più in là la percezione dei limiti umani. Del team coinvolto, tuttavia, solo due alpinisti raggiunsero, l’8 maggio 1978, il tetto del mondo alle condizioni prefissate: Reinhold Messner e Peter Habeler.
 
Ci dicevano che eravamo matti con tendenze suicide” – ha ricordato all’ANSA Messner, con il sorriso sulle labbra – “con la nostra impresa abbiamo smentito la scienza, che sosteneva che oltre gli 8.500 metri fosse impossibile resistere, che saremmo di certo morti. Noi, invece, siamo saliti a quasi 8.900 metri, per poi scendere al campo base sani e salvi“.
Reinhold Messner, Peter Habeler, Everest, alpinismo, ottomila, 1978
Reinhold Messner, © ANSA
 
Negli anni a venire, l’ascesa ha contribuito enormemente a consolidare e definire l’alpinismo come ricerca di una sfida, come confronto con sé stessi e con la montagna, incentivo senza il quale probabilmente non avremmo assistito a molte delle imprese alpinistiche compiute fino ad oggi.
 
L’alpinismo non è solo sport” – prosegue – “ma significa confrontarsi con la montagna e la gente, con la loro cultura e la storia. Ancora oggi molte imprese alpinistiche sono in attesa di essere realizzateForse sono meno conosciute dal grande pubblico, ma non per questo meno interessanti“. 
Reinhold Messner, Peter Habeler, Everest, alpinismo, ottomila, 1978
Peter Habeler, © Wikipedia

Peter Habeler, classe 1942, fu compagno di cordata di Messner in alcuni dei più grandi exploit alpinistici del tempo. Con lui ha aperto una via sul Gasherbrum I (primo 8000 in stile alpino) e poi, nel 1978, l’impresa sull’Everest. Attivissimi anche nelle Alpi, i due hanno scalato insieme in 10 ore la nord dell’Eiger, stabilendo il record in cordata. 

Dopo l’exploit del 1978, Habeler prese una pausa dall’alpinismo al fine di avere più tempo da passare con la famiglia: “preferivo stare con la mia famiglia e assicurarmi che mio figlio, allora un bambino, crescesse bene. Devo essere onesto e ammettere che non avevo soldi e che l’Everest mi aveva dato qualche possibilità.”

Il suo ritorno all’alpinismo, qualche anno dopo l’Everest, lo vide conquistare diversi ottomila: Cho Oyu, Nanga Parbat, e Kangchenjunga, per un totale di 5 (insieme a Everest e Gasherbrum I). Da ricordare è anche il suo primato statunitense, con le prime ascese delle Montagne Rocciose e il titolo di primo europeo a scalare le grandi pareti del Parco nazionale di Yosemite.

Qualche tempo fa, a Bilbao, Peter Habeler ha ricevuto il premio WOP per il suo contributo al mondo dell’alpinismo. In una chiacchierata con la rivista Desnivel, Habeler ha parlato della sua lunga ed intesa carriera alpinistica, che forse è stata un po’ dimenticata finendo nell’ombra di quella del suo compagno di scalate.

Nell’intervista ha commentato in questo modo l’impresa condivisa con Messner: “Sapevamo che gli sherpa avevano raggiunto gli 8.000 metri senza ossigeno e che una spedizione svizzera negli anni ’50 era andata oltre il colle sud. Alla fine si trattava di aggiungere altri 500 metri. Messner e io avevamo pensato che sarebbe stato possibile farlo con la luce, senza zaini, avendo fiducia in noi stessi e andando piano“.

Il passo più duro si è rivelato esser l’Hillary step, a causa della neve poco buona, ma alle 13.15 i due arrivano in cima. Continua Habeler: “ero più spaventato prima di salire. Mentre guadagnavamo quota mi sembrava di scalare sulle Alpi. Non ho più pensato ai problemi di ossigeno e mi sono concentrato su ogni passo che facevo. Aspettavo il momento in cui sarei diventato un po’ pazzo, aspettavo, aspettavo, ma quel momento non è mai arrivato“.
 
I due alpinisti guardano oggi con piacere alla quantità sempre in aumento di appassionati che seguono le grandi scalate. L’alpinismo è una passione che si coltiva nel tempo, e la sfida continua di cui parlano è uno dei fattori che più contribuisce a creare sempre nuovi alpinisti, tutto anche grazie all’indefessa tenacia che in quel giorno di ormai 40 anni fa li spinse a non mollare fino alla fine.
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4 Comments

  1. Fritz Wiessner, come ricordato da un articolo nel vostro sito, raggiunse circa 8400 m sul K2 nel 1939 senza ossigeno. E sarebbe arrivato in cima se non fosse stato fermato dal compagno di cordata, di sicuro non per problemi legati alla quota. Addirittura arrampicò su roccia in K2 sopra gli ottomila metri su gradi attorno al VI. Salire dopo 39 anni dalla grandissima impresa di Fritz Wiessner, l’Everest senza ossigeno, non era una grande incognita. Fritz Wiessner aveva aperto la strada agli ottomila senza ossigeno con larghissimo anticipo sui tempi.

    1. Che fritz wiessner fosse un fenomeno in anticipo sui tempi, non si discute.
      Così come non si discute però che 40 anni fa l’incognita tra assenza di ossigeno a 8370 (k2 nel 1938) e a 8848 metri, era grande eccome. C’è enorme differenza, sopra quota ottomila, nel salire anche solo 50 metri (non 500) in più di dislivello.
      Lo dimostra il fatto che fior di scienziati e medici dell’epoca, oltre a buona parte della comunità alpinistica anni ’70, giudicarono folle e suicida il progetto di messner e habeler, salvo poi ricredersi dopo averli visti tornare vittoriosi.

  2. Non sono d’accordo con il tuo commento; fermo restando che l’impresa di Wiessner resta una pietra miliare nella storia dell’alpinismo, già dalle spedizioni sull’Everest degli venti, grazie ai vari Norton, Somervell e Smythe si sapeva che l’uomo poteva arrivare sino a quasi 8600 m., ma ancora negli anni ’70 i fisiologi erano convinti che l’uomo non potesse sopravvivere alla quota di vetta dell’Everest (che è quasi 300 metri più in alto di quanto sino allora raggiunto e tale dislivello, a quelle quote, è un’enormità).
    Quello che fecero Messner e Habeler (anche se il primo dimostrò più determinazione in tal senso) fu sconfessare il parere della scienza, addentrandosi nell’ignoto pericoloso con la sola consapevolezza che avrebbero potuto contare esclusivamente sulle loro forze o morire (anche se Messner pensava e si faceva forte di tale consapevolezza, a mio avviso errando, che l’uomo, per il suo istinto di conservazione, non si sarebbe mai spinto al limite estremo). Nulla era garantito, ma tutto sarebbe stato possibile. Quello che hanno fatto i due, a mio avviso, ha dello straordinario sia per convinzione e sicurezza interiore che per risultato poiché hanno spostato i limiti di tutta l’umanità in una nuova dimensione. Che periodo! E’ un peccato che al giorno d’oggi non ci possano più essere sfide di tale portata in natura.

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