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Alpinismo

Everest: rimosso l'elicottero italiano schiantato a 6100 metri

Foto Silvio Gnaro Mondinelli

KATHMANDU, Nepal — Quei relitti erano lassù da 36 anni. Imprigionati fra i ghiacci dell’Everest dall’aprile 1973, quando uno dei tre elicotteri della mastodontica spedizione di Guido Monzino, dopo aver siglato un record mondiale atterrando a 6.500 metri di quota, si è schiantato a campo 1 durante una missione di soccorso. Solo questa primavera i resti del velivolo sono stati riportati a valle, grazie all’Eco Everest Expedition 2009 di Dawa Steven Sherpa. Eccoli al campo base, nell’esclusiva foto scattata nei giorni scorsi lassù da Silvio Mondinelli.

Aveva più di 60 membri la celebre spedizione organizzata da Guido Monzino nel 1973: 53 militari italiani e 9 scienziati incaricati di studiare la fisiologia d’alta quota. Aveva carovane di bombole d’ossigeno, ogni genere di comfort al campo base e soprattutto, aveva al seguito tre elicotteri dell’Aviazione Leggera dell’Esercito, portati in Nepal per il trasporto dei materiali scientifici ai campi alti e provvedere ad eventuali soccorsi. I tre elicotteri, modello AB-205A1, erano stati battezzati Italia 1, Italia 2 ed Italia 3.  

L’enorme dispiego di uomini e mezzi servì a portare in vetta cinque alpinisti italiani – Rinaldo Carrel, Mirko Minuzzo, Fabrizio Innamorati, Virginio Epis, Caudio Benedetti – e tre Sherpa – Lhakpa Tenzing Sherpa, Sambhu Tamang Sherpa e Sonam Gyalchhen Sherpa. Ma si portò dietro un corteo di polemiche soprattutto per l’uso "sfrontato" degli elicotteri al semplice fine di portare velocemente i materiali ai campi alti, e non per le emergenze.

"Io non definirei quest’enormità una spedizione alpinistica – scriveva Ed Hillary nei diari riportati poi nei database di Elizabeth Hawley – spero che in futuro all’Everest arrivino solo alpinisti in piccoli gruppi. Abbiamo raggiunto il limite del ridicolo. Solo un esempio? Salgono con 8 diversi team d’assalto da 3 alpinisti, che prima del tentativo vengono portati in volo a Lukla (2500 metri) per recuperare le energie e poi riportati al base (5300 metri) dagli elicotteri".

Ma, secondo diverse fonti, l’uso dei velivoli fu soprattutto questione "di necessità". Nel mese di marzo, durante il trekking di avvicinamento, uno sciopero degli Sherpa aveva costretto a usare gli elicotteri per trasportare il materiale al campo base. Poi c’era l’esigenza di portare diversi bidoni a campo 2, 6500 metri, dove oltre al campo alpinistico si doveva svolgere parte delle ricerche e doveva essere installata una tenda emergenza. E così, gli elicotteri sono stati sfruttati fino in fondo.

Certo è che quei voli furono memorabili. Proprio lassù a campo 2, a 6400 metri di quota, che l’elicottero "Italia 1", pilotato dal capitano Paolo Landucci di Viterbo e dal sergente maggiore Nicola Paludi della Smalp di Aosta, è riuscito ad atterrare con un carico di 100 chilogrammi e 300 libbre di carburante. Era il 1 aprile 1973 e fu un record mondiale.

Con queste premesse, nessuno si preoccupò quando il 18 aprile uno degli elicotteri salì in parete per recuperare 3 persone che soffrivano di diarrea. Ma era già pomeriggio inoltrato e le condizioni meteo erano molto precarie: ha provato ad atterrare 200 metri sotto campo 2, installato a 6.500 metri, senza riuscirci a causa delle raffiche di vento. Più sotto, sempre per il vento, è slittato sul ghiaccio, poi ha urtato uno sperone di ghiaccio ed è rovinato a terra.

Bilancio dell’incidente: un passeggero ferito con un braccio rotto, i due piloti miracolosamente illesi grazie alla bassa velocità del velivolo. Tutti, insieme ai 3 malati da soccorrere, sono stati poi recuperati il giorno successivo da un altro elicottero e portati a Kathmandu. L’elicottero distrutto, però, è rimasto in parete, a memoria di quel tremendo incidente. Impossibile portarlo giù, si era detto.

Ma oggi, qualcuno ce l’ha fatta. I resti sono stati raccolti dagli uomini dell’Eco Everest Expedition, organizzata da Dawa Steven Sherpa, sul bordo inferiore dell’Icefall, la celebre seraccata che sovrasta il campo base e che ogni anno viene attrezzata per consentire il passaggio degli alpinisti diretti sulle cime di Everest e Lhotse.

Il punto dove sono stati raccolti, però, si trova parecchie centianaia di metri più in basso rispetto al luogo dello schianto del 1973. Una distanza che dimostra i preoccupanti e veloci movimenti del ghiacciaio nel corso di questi tre decenni. Fatto sta che dopo giorni di lavoro, gli sherpa e gli alpinisti assoldati dalla spedizione, sono riusciti a riportare al loro campo base tutti i relitti del celebre elicottero.

Silvio "Gnaro" Mondinelli, che si trovava all’Everest per compiere le riparazioni della stazione meteorologica Share Everest installata ad 8000 metri, sul Colle Sud, ha scattato al campo base queste spettacolari immagini dei resti dell’elicottero italiano trasportati a valle. Nella gallery di Montagna.org di cui trovate il link qui in calce, troverete invece le fotografie della spedizione del 1973 di Monzino.

Guarda la gallery: Italian Everest Expedition 1973

Sara Sottocornola


Foto Silvio Mondinelli – maggio 2009, campo base Everest.

Foto Silvio Mondinelli

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